
La teoria Marxista poggia la sua forza sulla scienza... che ne valida la verità, e la rende disponibile al confronto con qualunque altra teoria che ponga se stessa alla prova del rigoroso riscontro scientifico... il collettivo di formazione Marxista Stefano Garroni propone una serie di incontri teorici partendo da punti di vista alternativi e apparentemente lontani che mostrano, invece, punti fortissimi di convergenza...
sabato 30 marzo 2013
Quando si paga il debito sovrano? - Giorgio Gattei -

domenica 24 marzo 2013
Fatica sprecata. Produttività e salari in Europa. - Maurizio Donato -

"[...] prescindendo da un giudizio sulla possibilità e sulla desiderabilità di un ulteriore aumento della produttività, è possibile sostenere che:
1. La produttività del lavoro, e dunque il livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive, è storicamente alta, anzi altissima, in occidente e dunque nei paesi europei capitalisticamente sviluppati;
2.. La circostanza per cui in un determinato periodo la produttività sia cresciuta in un gruppo di paesi più che in un altro può dipendere dagli investimenti in innovazioni tecnologiche, da scelte (o non scelte) politiche e strategiche, dalla dimensione media o dalla specializzazione settoriale delle imprese che operano in un determinato paese;
3... Che una maggiore produttività si traduca in più alti salari è una evidenza che non esiste a livello empirico, mentre tipicamente accade il contrario: un maggiore valore aggiunto prodotto per lavoratore occupato, anche a voler prescindere dei suoi “sbocchi”, in particolare nelle fasi in cui la domanda internazionale è debole, corrisponde da molti anni a questa parte a una minore e più precaria occupazione che a sua volta si traduce in una maggiore competizione sul mercato del lavoro che indebolisce la lotta per aumenti salariali.
4. La crisi non colpisce tutte le classi sociali allo stesso modo: la quota di salari diminuisce e quella destinata ai profitti cresce"
Leggi tutto: http://www.sinistrainrete.info/teoria-economica/2656-maurizio-donato-fatica-sprecata-produttivita-e-salari-in-europa.html.
mercoledì 20 marzo 2013
Il tema hegeliano del "riconoscimento". - Stefano Garroni -

“Hegel è tutto fuorché un intellettualista: senza la creazione mediante l’azione negatrice non c’è contemplazione del dato. La sua antropologia è fondamentalmente differente dall’antropologia greca, per la quale l’uomo dapprima sa e si riconosce, quindi, agisce.” (Alexandr Kojève).
Negli anni Venti del nostro secolo, il
neopositivista Moritz Schlick sottolineava come conoscere (erkennen) sia propriamente un ri-conoscere (wieder-erkennen).
Com’è noto, questo tema del conoscere come riconoscere già lo abbiamo incontrato in Hegel;
dunque, può destare qualche meraviglia ritrovarlo in un ambiente (quello
neo-positivista), che di solito considera Hegel il campione del pensiero
speculativo e metafisico, contro cui si indirizza l’analisi linguistica,
proposta, a partire dal Wienerkreis (Circolo
di Vienna, 1929), quale strumento terapeutico contro gli abusi linguistici[1] e di
pensiero.
La stessa puntualizzazione, che chiarisce come per
Hegel non si tratti esattamente di erkennen/wiedererkennen
(riconoscere), ma sì di erkennen
/anerkennen (riconoscere, ma nel senso di legittimare), non ci toglie
dall’imbarazzo, dato che M. Schlick usa wiedererkennen,
intendendo dire che <conoscere X>
equivale a ritrovare in X la possibilità di ricondurlo a una certa forma
o regola, nella quale la ragione ritrova o riconosce
se stessa; dunque, per Schlick, affermare che la ragione conoscendo, riconosce
X, significa dire che la ragione legittima
X, testimonia della sua razionalità,
lo accetta nel dominio del razionale.
A questo punto wiedererkennen vale
esattamente anerkennen.
Da quanto detto, si possono ricavare due
conseguenze:
(i) comune a due grandi momenti del razionalismo
moderno (pensiero di Hegel e Wienerkreis[2]) è la
concezione del conoscere (che ha nella scienza la sua espressione più compiuta[3]) come
riconoscere/legittimare;
(ii) ciò posto, possiamo esaminare il tema nel
solo Hegel, pur avendo lo scopo di mettere in evidenza come
conoscere/riconoscere implichi certe condizioni, che valgono probabilmente per
qualunque razionalismo moderno.
domenica 17 marzo 2013
IL PROFETA DELLA CRISI. TRIBUTO A HYMAN MINSKY - intervento di Riccardo Bellofiore - 5 dicembre 2011
http://www.fondazionezaninoni.org/pdf/quaderno19.pdf
Vorrei cercare di dare una
lettura minskiana della crisi. Mi vorrei interrogare su quale capitalismo è
andato in crisi, su quale crisi globale, ed europea, abbiamo vissuto e stiamo
vivendo. Minsky a volte raccontava la storia, che noi conosciamo bene, del
comico – lui l’avrebbe chiamato “banana” – che fa finta di aver perso le chiavi
e le cerca sotto un lampione. Arriva un poliziotto e gli chiede cosa stia
cercando. Lui risponde che cerca le sue chiavi, e al poliziotto che a questo
punto gli domanda dove le ha perse, replica: “le ho perse laggiù”. “Ma come mai
allora le cerchi qui?”. “Le cerco qui perché qui è illuminato”. Minsky
polemizzava con le teorie che analizzano il capitalismo, e dunque le sue crisi,
dimenticando la sua natura monetaria. In realtà, se vogliamo sapere qual'era il
lampione sotto il quale cercava Minsky, lui su questo è molto trasparente. Cito
da un commento che fece a un convegno, dove disse: “Un altro grande filosofo americano,
Vincent Lombardi, che come già George Allen era un allenatore di football
americano di successo,una volta disse che vincere non è qualcosa, vincere è l’unica
cosa. Vorrei parafrasare questo vecchio saggio e proporre l’affermazione
radicale che per un’analisi delle economie capitalistiche la moneta non è
qualcosa, è l’unica cosa”.Credo che nella teoria economica sono abbastanza
pochi quelli che avrebbero aderito a questa impostazione. I più significativi
sono Schumpeter, Keynes e Marx. Nel mio caso, ho due lampioni. Credo che per
analizzare il capitalismo che è andato in crisi dobbiamo analizzare da un lato
il lavoro e dall’altro la dinamica della moneta e della finanza.
giovedì 31 gennaio 2013
CENNI STORICI DEL MOVIMENTO COMUNISTA - Stefano Garroni -

Un’ osservazione da cui vale la pena di partire è questa: recentemente uno storico inglese marxista (Hobsbawm), ha pubblicato un libro dal titolo “IL SECOLO BREVE”. Il secolo breve sarebbe quello arco di tempo che va dalla prima guerra mondiale e quindi dalla rivoluzione d’ottobre arriva fino alla dissoluzione del campo socialista. Perché secolo breve? Perché, secondo Hobsbawm è un secolo che è durato meno di quanto il termine dica, e che è caratterizzato da una fondamentale ambiguità. Se per un verso è stato vissuto, inteso, interpretato dai contemporanei come il momento del grande scontro e contrasto tra i due sistemi sociali contrapposti (quello capitalistico e quello socialistico), nella realtà invece il periodo indicato è stato caratterizzato da una grande gigantesca opera di modernizzazione e industrializzazione a livello mondiale condotta in tempi rapidissimi, certamente all’interno di regimi sociali diversi, da una parte regimi capitalistici e dall’altra i regimi nati dalla rivoluzione d’ottobre, i quali ultimi però non avevano le caratteristiche fondamentali di regimi socialisti. Erano piuttosto regimi non capitalistici basati sulla proprietà statale degli strumenti di produzione e sulla direzione politica fortemente centralizzata e burocratizzata, che tendevano a ottenere appunto una rapida modernizzazione e industrializzazione dei loro paesi rispettivi. Internazionalmente questo contrasto è stato inteso (ecco il problema di fondo), come il grande contrasto tra i due regimi capitalistico e socialistico che si confrontavano a livello internazionale. In realtà si trattava di una rappresentazione propriamente ideologica, autorizzata certo dai regimi dei paesi dell’est europeo poniamo, dalla rivoluzione d’ottobre, ma che non teneva conto di una realtà fondamentale e cioè che l’ipotesi di fondo su cui la rivoluzione d’ottobre era iniziata (ovvero che fosse possibile operare la rottura dell’anello più debole della catena imperialistica, ma che questo avrebbe comportato un’ulteriore rottura in anelli forti, in particolare la Germania, della catena imperialistica), questa ipotesi fondamentale in realtà non si realizzò e, per dirla seccamente, invece della rivoluzione proletaria in Germania come è noto, vinsero i nazisti. Già per Lenin era chiarissimo che se la rivoluzione fosse stata costretta a limitarsi alla Russia, allora la Russia sarebbe stata invasa dall’arretratezza e dalla barbarie asiatica, mentre invece se la rivoluzione si fosse potuta estendere fino a zone di capitalismo avanzato (ripeto in particolare la Germania), lo scettro del comando della rivoluzione mondiale doveva passare appunto alla Germania operaia e la Russia avrebbe offerto il proprio sostegno di uomini e di materie prime, però a questo, diciamo questo paese guida perché più sviluppato, più evoluto dalle più grandi tradizioni politiche, democratiche e dotato di una classe operaia esperta, numerosa e combattiva. Il fallimento di questa ipotesi ha cambiato il quadro internazionale e ha costretto l’unione sovietica appunto nei limiti della sua arretratezza. Ciò ha comportato una serie di conseguenze, politiche e sociali, tra cui (vale la pena di ricordarlo) la necessità per l’unione sovietica di accelerare i tempi, non solo della propria industrializzazione ma specificatamente dell’industrializzazione dal punto di vista dello sviluppo delle industrie pesanti, degli armamenti e delle industrie che producono strumenti di produzione, questo in tempi assai rapidi, sulla base di uno sforzo lavorativo molto intenso e quindi sulla base di una disciplina ferrea all’interno del paese. Ovviamente tutto questo non ha favorito lo sviluppo della democrazia sovietica o operaia e ha contribuito invece a creare le condizioni perché i vecchi strati privilegiati della burocrazia zarista potessero tornare in sostanza al potere coperti dall’adesione apparente al nuovo partito comunista e quindi in sostanza ha contribuito a che si determinasse un’evoluzione burocratica in unione sovietica e la sostituzione progressivamente al potere del proletariato al potere di una burocrazia che governava in nome del proletariato. Dal punto di vista dell’interpretazione del marxismo, della chiarificazione del significato del marxismo tutto ciò ha avuto delle conseguenze notevoli.
martedì 22 gennaio 2013
IL CAPITALE - LIBRO I SEZIONE VI IL SALARIO
CAPITOLO 17
Alla
superficie della società borghese il compenso dell’operaio appare quale
prezzo del lavoro: una determinata quantità di denaro che viene pagata per
una determinata quantità di lavoro. Qui si parla del valore del lavoro e
si chiama l’espressione monetaria di quest’ultimo prezzo necessario o
naturale del lavoro. D’altra parte si parla di prezzi di mercato del
lavoro ossia di prezzi oscillanti al di sopra o al di sotto del suo prezzo
necessario.
Ma
che cos’è il valore di una merce? È la forma oggettiva del lavoro sociale speso
per la sua produzione. E mediante che cosa misuriamo la grandezza del
suo valore? Mediante la grandezza del lavoro in essa contenuto. Da che cosa
sarebbe dunque determinato per esempio il valore di una giornata lavorativa di
dodici ore? Dalle dodici ore lavorative contenute nella giornata lavorativa di
dodici ore; il che non è che un’insulsa tautologia[21].
Per
essere venduto sul mercato come merce, il lavoro dovrebbe comunque esistere
prima di essere venduto. Ma se l’operaio potesse dargli un’esistenza autonoma,
venderebbe merce e non lavoro[22].
Fatta
astrazione da queste contraddizioni, uno scambio diretto di denaro ossia di
lavoro oggettivato con lavoro vivente, abolirebbe o la legge del valore che
comincia a svilupparsi liberamente proprio e soltanto sulla base della
produzione capitalistica, oppure la stessa produzione capitalistica, la quale
si basa per l’appunto sul lavoro salariato. La giornata lavorativa di 12 ore si
presenta per esempio in un valore di denaro di 72 €. O si ha uno scambio di
equivalenti e in tal caso l’operaio riceve per il suo lavoro di 12 ore 72 €. Il
prezzo del suo lavoro eguaglierebbe il prezzo del suo prodotto. In questo caso
egli non produrrebbe alcun plusvalore per il compratore del suo lavoro, i 72 €
non si trasformerebbero in capitale, la base della produzione capitalistica
scomparirebbe: ma è precisamente su questa base che egli vende il suo
lavoro e che il suo lavoro costituisce lavoro salariato. Oppure egli riceve in
cambio delle sue 12 ore di lavoro meno di 72 € ossia meno di 12 ore di lavoro.
Dodici
ore di lavoro vengono scambiate con dieci, sei, ecc. ore di lavoro.
giovedì 10 gennaio 2013
Circa la categoria di "merce" in Marx. Arbeitskraft e Arbeitvermögen. - Stefano Garroni -

“Di primo acchito, la ricchezza borghese appare come un’immane raccolta di merci, la singola merce essendone l’esistenza (Dasein) elementare. Ma la singola merce si rappresenta (darstellen) sotto il duplice punto di vista[1] di valore d’uso (d’ora in avanti <gw>, abbreviazione del tedesco Gebrauchswert) e valore di scambio (<tw>, dal tedesco Tauschwert). [2]</tw></gw>
Questo incipit è ripreso, pressocché letteralmente, nel capitolo sulla <merce> del primo libro di Das Kapital, con una variante, però, che forse merita di esser sottolineata.</merce>
Se in Zur Kritik, Marx parla della merce come esistenza (Dasein) elementare della ricchezza borghese, in Das Kapital, invece, preferisce definirla Elementarform della stessa ricchezza borghese[3]; ciò che va notato, qui, è che il generico esistere è concepito da Marx (certo sulle orme di Hegel) come un processo, che si svolge mediante ‘figure’ o forme diverse, sicché quando parlo dell’esistere di un qualcosa posso intendere o il suo immediato e puntuale esserci, oppure la serie di quelle figure o forme, attraverso cui l’oggetto si svolge e raggiunge il suo finish.
Nel modo di esprimersi degli economisti borghesi –continua Zur Kritik- la merce è innanzi tutto “qualunque cosa necessaria, utile o piacevole per il vivere, oggetto dei bisogni umani, mezzo di vita nel senso più ampio del termine. Questo esserci della merce come GW e la sua esistenza naturalmente manifesta coincidono … Il valore d’uso ha valore solo per l’uso e si realizza unicamente nel processo del consumo.”[4]
Questa pagina non si presta solo alla banale osservazione che, anche per Marx, la produzione economica ha da essere utile necessariamente per l’uomo, quale che sia il bisogno che essa soddisfi; piuttosto è importante, mi sembra, rilevare che la riflessione marxiana evidenzia come il modo di pensare degli economisti borghesi faccia intimamente corpo con l’angustia ed astrattezza dell’atteggiamento (filosofico!) utilitarista.[5] Per fare un esempio, così scrive De Vecchi: “Jevons ipotizza un mercato ‘perfetto, nel senso che ogni scambista possiede informazioni complete sulla disponbilità delle varie merci da parte di tutti gli atri scambisti, sulle loro intenzioni ad effettuare tutti gli scambi tra due merci qualsiasi a un identico rapporto di scambio, e sui termini nei quali avvengono gli scambi in un dato istante.”; ed ancora: “Jevons ipotizza un mercato ‘perfetto’, nel senso che ogni scambista possiede informazioni complete sulla disponibilità delle varie merci da parte di tutti gli altri scambisti, sulle loro intenzioni ad effettuare tutti gli scambi tra due merci qualsiasi a un identico rapporto di scambio, e sui temini nel quale avvengono gli scambi in un dato istante.” [6]
Richiamandosi ad un motivo che già era della tradizione economica, Marx sottolinea che quale che sia la forma sociale della ricchezza, i GW contrappongono sempre il loro contenuto indifferente a tale forma.[7]
“Per quanto oggetto dei bisogni sociali e, quindi, interno all’insieme sociale, tuttavia il GW non ha in sé l’impronta di nessun rapporto sociale di produzione … (una merce) è merce in quanto è indifferente rispetto all’uso che se ne fa.
Il valore d’uso nella sua indifferenza nei confronti di una determinata forma economica, dunque il GW in quanto GW, si colloca fuori dell’ambito di analisi dell’economia politica[8]. Il valore d’uso rientra certamente nell’ambito dell’economia politica, quando codesto valore è una forma determinata: ovvero, in quanto immediatamente il GW è la base materiale, nella quale si rappresenta un determinato rapporto economico, il TW.[9]
Una disarmonia tra valore d’uso e valore di scambio consiste nel fatto che mentre il GW appare essere un necessario presupposto per la merce, il valore di scambio si presenta dapprima come rapporto quantitativo, in cui valori d’uso diversi si scambiano tra di loro. In tale rapporto, essi formano la stessa grandezza di scambio[10]. Così commenta icasticamente (ma affatto realisticamente) Marx: un volume di Properzio ed otto prese di tabacco possono avere lo stesso TW, nonostante l’estrema diversità di GW, che hanno elegie e tabacco.[11]
Come TW, un GW è tanto valore quanto un altro, purché stiano tra loro nella corretta proporzione.[12]
Insomma, con totale indifferenza nei confronti della loro naturale forma di esistenza e senza alcun riguardo alla specifica natura del bisogno per il quale sono un GW, le merci nello scambio si sovrappongono[13], si sostituiscono l’una con l’altra, valgono come equivalenti e rappresentano la stessa unità, nonostante la loro variopinta apparenza.
Una prima puntualizzazione del rapporto tra valore d’uso e valore di scambio potrebbe esser così schematizzata:
- Sappiamo che i GW sono immediati mezzi di vita, i quali derivano da una attività sociale, ovvero dall’erogazione di forza-lavoro, necessaria alla loro produzione: i GW sono, dunque, lavoro oggettivato, materializzazione del lavoro sociale: in questo senso è vero che tutte le merci sono cristallizzazioni di una stessa sostanza.
- Ma se consideriamo le diverse attività produttive –le quali danno luogo a diversi GW-, non possiamo certo affermare che tutte le merci siano cristallizzazioni esattamente di una stessa sostanza: ogni diverso GW pretende, infatti, l’erogazione di un lavoro concreto, specifico, destinato a produrre non qualunque merce, ma esattamente quella lì di cui è il caso. Cos’è, dunque, questa stessa sostanza?
- Rispondere alla domanda è fondamentale, perché significa dotarsi di un criterio, in base al quale poter affermare che due merci naturalmente diverse e di quantità diverse hanno lo stesso valore, in quanto contengono la stessa quantità di quella comune sostanza, che si presenta immediatamente come valore di scambio.[14]
- Quando si dice che merci diverse hanno uno stesso valore di scambio, ovvero, quando si dice, poniamo, che x M = y M’ ( che la quantità x della merce M ha lo stesso valore di scambio della quantità y della merce M’) stabiliamo una relazione quantitativa a tutta prima ben comprensibile, la quale ci dice quale sia il valore di scambio di x M, assegnando ad y M’ la funzione di equivalente.[15]
Ma possiamo complicare ulteriormente la formula ed affermare, così, che un numero indefinito di altre merci hanno lo stesso valore di scambio y M’; a questo punto potremmo dire di aver compreso perfino il senso e il processo di formazione del denaro (y M’ = D), ovvero dell’ equivalente generale[16]
Riflettiamo ancora sulla situazione, in cui GW diversi, ed in quantità diverse, equivalgano tutti ad una stessa quantità di valore di scambio: dunque, la diversa utilità dei vari GW perde di rilievo ed emerge unicamente che, tutti, rappresentano uno stesso lavoro semplice, privo di specificazioni (Gleichgültig) e differenze (Unterschiedlos).
Se dal punto di vista del TW esistono diversità tra le merci in questione, queste derivano non dai differenti, determinati lavori che ogni GW comporta, ma sì dalle diverse quantità di lavoro erogato per ogni singolo caso, quali che siano le qualità determinanti dei singoli lavori e dei loro prodotti.
Possiamo dire, dunque, che quando diverse merci vengono misurate per il loro valore di scambio, ciò a cui si fa attenzione non è più il generico lavoro/fatica, né il lavoro in quanto specifica, determinata attività, finalizzata ad un certo scopo ma non ad un altro. Sì piuttosto in quanto energia, misurabile matematicamente e, quindi, presupponendo un’organizzazione sociale, che rende possibile questa astratta quantificazione (non si tratta, dunque, di una generica asterazion, ma sì di una astrazione storicamente determinata).
Ciò che entra in considerazione, dunque, è certo il lavoro, ma a prescindere dalle sue determinazioni o qualità particolari: insomma, ora è in considerazione il lavoro astratto, privo di differenze (nel senso, che abbiamo tentato di chiarire).
Cerchiamo di capire meglio, quale senso possa avere – in Marx – l’espressione <lavoro astratto="">.</lavoro>
L’ipotesi più immediata – e suggerita a volte dallo stesso testo di Marx- è che si ha lavoro astratto, quando si prescinde dalla particolarità, dalla determinatezza di ogni lavoro concreto, ritrovandosi così tra le mani la semplice capacità lavorativa umana, senz’altre determinazioni.[17]
Quest’ipotesi esplicativa, di cui pure si hanno altri esempi in testi marxiani[18], ha il limite di ridurre il lavoro astratto ad un semplice efflatus vocis, che non riesce a suggerirci nulla di riconoscibile nella realtà (Wirklichkeit), nulla di vivo, di operante effettivamente.
Se fosse questa la strada, attraverso cui giungere alla categoria di lavoro astratto, non potremmo concludere altrimenti se non che codesta categoria è solo un oggetto di pensiero, qualcosa che ha realtà unicamente per il pensiero e che, dunque, non è possibile elevarlo alla funzione di regolatore di fatto degli scambi economici.
Ma proviamo a proporre un’altra strada, un altro ragionamento –di cui,per altro, abbiamo già sottolineato alcune caratteristiche..
Quale che sia la società, per mantenersi e svolgersi, essa ha bisogno di lavoro –non di un lavoro in particolare, ma di lavoro nel senso di tutto quel complesso di possibili attività, di potenzialità,[19] che ne soddisfano i bisogni - non dunque un lavoro senza ulteriori determinazioni, sì piuttosto di un lavoro capace di assumere tutte le determinazioni, necessarie al vivere sociale, in un certo momento storico[20].
A differenza dal lavoro astratto di cui abbiamo detto prima, questo lavoro generalmente sociale esiste, solo, se si articola e differenzia attraverso i molti lavori concreti, determinati, ovvero quelli che producono certe merci e non altre, che soddisfano certi bisogni e non altri.[21] Non si tratta, dunque, di valore astratto, perché spogliato di ogni determinazione, ma perché capace di tutte le variazioni di lavoro concreto, storicamente date e storicamente plasmabili.
A questo punto scopriamo che il marxiano ‘lavoro astratto’ non ha sostanzialmente nulla a che spartire con una nozione empiristica, dacché riproduce la forma e la struttura della totalità dialettica, insomma di quel tutto che, pur essendo fatto di parti, pur essendo articolato in parti, è sempre oltre le singole parti e il loro stesso insieme.[22]
Detto in altri termini, ognuno dei diversi lavori determinati o concreti sono specificazioni –storicamente mutevoli- della generale capacità (Vermögen) lavorativa dell’umanità in generale. Capacità che –com’è ovvio per ogni universale, inteso dialetticamente- non esiste se non appunto nelle sue determinazioni, specificazioni concrete.[23]
Per chiarir meglio quest’ultimo punto, ricordiamo una precisazione dell’economista francese Suzanne de Brunhoff[24]: il lavoro astratto, nel senso qui chiarito, è sempre lavoro, che produce qualcosa, destinata ad entrare nella circolazione mercantile e, dunque, capace, potenzialmente, di realizzare plusvalore.
In altri termini il lavoro improduttivo non rientra nella Arbeitsvermögen (Ma qui si apre un alrtro tema, che merita una trattazione specifica).
[1] - Si noti che Marx non parla di due qualità della merce, nel senso ad es. che l’una possa esser separata dall’altra; sì piuttosto, di due prospettive, secondo le quali la stessa merce deve poter essere considerata.
[2] - K.Marx, Zur Kritik der Politischen Ökonomie. Erstes Kapitel: die Ware, Dietz Verlag Berlin 1971: 21
[3] - K. Marx, Das Kapital. Kritik der politischen Ökonomie. Erster Band. Buch I : Der Produktionsprozeß des Kapitals, vlo in Marx Engels Werke, Band 23, Berlin Dietz Verlag 1970: 49. (D’ora in avanti MEW. 26.I). La prima osservazione da fare è che entrambe le formulazioni usate da Marx si coniugano perfettamente con la concezione del movimento storico come sviluppo a partire da un <germe> o Keim, che già troviamo in Hegel e che Engels esplicitamente riprenderà più volte. Va sottolineato, però, che, secondo Marx, la forma elementare del capitale non è ancora, in sé e per sé, capitale, ma lo diviene in certe condizioni. La forma elementare, insomma, è l’Ausgangspunkt della Kapitalbildung,, il punto di partenza della costruzione capitalistica, ma solo a patto che se ne diano le condizioni appropriate. </germe>
[4] - Zur Kritik, op. Cit.: 21. A differenza dalla capacità di lavoro, la merce –si legge in MEW. 26.1: 134- è una cosa materiale, che sta in contrapposto all’uomo e che ha una determinata utilità per lui; nella merce si materializza, si cristallizza un certo quantum di lavoro. Naturalmente in primo luogo, nel travail, qui se fixe et réalise in a venal and echangeable commodity, Adam Smith include tutti i lavori intellettuali, che vengono consumati direttamente nella produzione materiale. Non solo il lavoratore materiale diretto e il lavoratore che opera con macchinari, ma anche l’overlooker, l’ingegnere, il manager, ecc., in breve il lavoro dell’intero personale, che è presente in una determinata sfera della produzione materiale, allo scopo di produrre determinate merci e la cui cooperazione è necessaria per la fabbricazione delle merci. Nella realtà essi aggiungono al capitale costante il loro lavoro complessivo e, d’altrettanto, fanno crescere il valore. Già da quanto detto,si ricava che se un lavoro non è utile ad altri, non crea valore di scambio, ma solo un oggetto d’uso personale per il produttore: in questo senso, non si tratta di lavoro produttivo (Pennavaja, op. cit.: 11).
[5] - Il che inevitabilmente comporta l’immagine della vicenda economica, centrata su due astrazioni: (a) i desideri o bisogni (naturali o artefatti) del singolo uomo o dell’uomo en tant que tel, il quale (b) è autore di consapevoli e libere scelte, operate nel quadro di un mercato che, col tempo, diviene addirittura mondiale. Per la questione del nesso fra economia marginalistica, da un lato, e psicologismo e utiltarismo, dall’altro, cf. N. De Vecchi, Jevons. Il problema del calcolo logico in economia politica, Milano 1976.
[6] - N. De Vecchi, op. cit.: 50s. Mutando ciò che c’è da mutare, questa è esattamente l’impostazione della morale utilitaristica.
[7] - Per quanto possa esser presente questo motivo nella tradizione economica, ciò che sul serio vale sottolineare è l’implicita distinzione, che Marx opera, tra contenuto materiale della dimensione economica e sua struttura formale: è proprio tale distinzione che consentirà a Marx di cogliere la radicale storicità dei modi di produzione e le loro differenti ‘leggi di sviluppo’. Ricordiamo, inoltre, l’affermazione di Hegel, per cui la forma è l’essenza del reale.
[8] - Questo è il motivo, per cui compilatori tedeschi trattano con amore i valori d’uso, fissati sotto il nome di <beni> ... Cose sensate sui <beni> bisogna cercarle in Avviamenti alla merceologia. Come Marx ribadisce, in Das Kapital, op. cit.: 50, lo studio delle varie qualità delle merci costituisce una scienza specifica: la merceologia o Warenkunde.</beni></beni>
[9] - Zur kritik, op. cit.: 22.
[10] - E’ ovvia la precisazione, che se ne trae: se il Gw sta a significare relazione del ‘bene’ con necessità o desideri umani, invece, il TW implica necessariamente che la singola merce sia posta in raffronto con altre merci: quindi, come Marx dirà, a rigore non esiste il valore di scambio, sì esistono i valori di scambio.
[11] - Cf. AAVV, Marx in questione, Napoli 2009: 66.
[12] - Zur Kritik, op. cit. : 22.
[13] - Come si potrebbe dire in geometria –d’altronde più volte Marx –ma in generale l’economia politica- fa ricorso ad un linguaggio, che deriva dall’ambito matematico o delle scienze naturali (chimiche e biologiche in particolare). In proposito, v. C. Pennavaja,. K.Marx. L’analisi della forma di valore, Laterza 1976: 8. “Uno dei grandi errori dell’economia politica classica, sta nel fato che non riesca a giungere dall’analisi della merce e, in particolare, del valore della merce, a ricavare la forma di valore, che le si presenta come TW. I suoi rappresentanti migliori, come A. Smith e D. Ricardo, trattano la forma valore come qualcosa del tutto indifferente ovvero eterno alla natura della merce. La ragione non sta solo nel fatto che l’analisi della grandezza di valore assorbe tutta la loro attenzione. La cosa è più profonda: la forma valore del prodotto del lavoro è la forma più astratta, ma anche più generale del modo di produzione borghese … Va notato una volta per tutte che, con economia politica classica, io intendo tutta l’economia dopo Petty, che indaga l’interna connessione dei rapporti di produzione borghesi, in contraddizione con la economia volgare, che si dà da fare solo all’interno dell’apparente connessione, … la quale (economia volgare) perciò si limita a sistematizzare, a render ancor più piatte e stravolgerle in una eterna verità –così come una visione del mondo -le rappresentazioni banali, ma per sé piacevoli, degli attori della produzione borghese. (MEW. 23: 95n.)
[14] - Anticipando sul testo di Marx, com’è noto, per lui, la ‘comune sostanza’ è il lavoro astratto o generalmente umano, che in quantità diverse, è socialmente cristallizzato in merci diverse. Potremmo dire che il lavoro sociale, astratto o generalmente umano è l’insieme dei lavori determinati o concreti ( cioè dei lavori richiesti dalla produzione di questa e non di quella merce, dunque, specificamente volti a produrre M e non M’), i quali costituiscono le determinate articolazioni del lavoro astratto o sociale. Possiamo dire, dunque, che il lavoro generalmente umano è un’astrazione, che va formandosi mediante il meccanismo economico dello scambio, ma anche che lo rende possibile, tale meccanismo. In questo senso, il lavoro astratto esiste, in quanto astrazione socialmente e storicamente necessaria, che non va confusa con la generica e indeterminata fatica, che dai tempi più antichi fu considerata come valore del bene.
[15] - Naturalmente i rapporto tra GW e TW, quale si realizza nella società capitalistica, appartiene specificamente a quest’ultima. (V. Pennavaja, op.cit.: 6.).
[16] - Se quantità diverse di merci diverse vengono sempre misurate nei termini di quantità di Y, quest’ultima merce assurge al ruolo di denaro. Un anticipo di questo argomento marxiano lo troviamo in Sulla formazione e la distribuzione delle ricchezze del fisiocratici Turgot (Roma 1975).
[17] - In proposito vale la pena ricordare che, a volte, Marx usa l’espressione Arbeitsvermögen , in luogo del più abituale Arbeitskraft.
[18] - Ad es., nell’ “Intr.” alla Zur Kritik …, op.cit. : 229, Marx definisce “eine verständige Abstraktion“ (un’astrazione sensata) l’espressione la produzione in generale, supportando questa sua tesi con argomenti tipicamente empiristici (la possibilità di usare formule abbreviate, che però mettono in luce aspetti, presenti in ogni caso concreto, dunque, la possibilità di evitare inutili ripetizioni).
[19] - In questa chiave è interessante l’uso da parte di Mrx dell’espressione Arbeitsvermögen.
[20] - Utilissimo alla comprensione di ciò, quanto cita da Marx C. Pennavaja, op.cit.: 14s.
[21] - Per comprendere ciò è utilissimo tener presente che cosa modifichi la grandezza di valore di una merce. (C. Pennavaja, op.cit. 1976: 8); ma di grande chiarezza è anche il testo di Marx, che la stessa Pennavaja cita a p. 24 del suo libro: “Lavoro umano senz’altro, erogazione di forza-lavoro umana, è, sì, capace di ogni determinazione, ma è in sé e per sé indeterminato.”
[22] - Si potrebbe dire, utilizzando una terminologia cara al filosofo H.H. Holz, che si tratta di un lavoro, die greift alle die andere besondere und konkrete Arbeiten über – in tedesco, infatti, übergreifen ha, appunto, questo significato di contenere le proprie parti, ma di non esaurirsi in esse.
[23] - Inteso in questo modo, infatti, il ‘lavoro astratto’ –ovvero sottoponibile a misurazione matematica- è possibile solo in un contesto socio-economico, caratterizzato da una determinata organizzazione del lavoro e da un certo livello di sviluppo tecnologico.
[24] - S. de Brunhoff, La politiqe monétaire. Un essai d’interpretation marxiste., Paris 1970.
domenica 23 dicembre 2012
Un'intervista a Karl Marx sull'Internazionale
L'intervista che pubblichiamo fu rilasciata da Marx, nel 1871, a Robert Landor, corrispondente del giornale newyorkese "World". Fu data alle stampe il 18 Luglio di quell'anno, e ripubblicata il 12 Agosto dal settimanale "Woodhull & Claflin's Weekly". LaComune di Parigi era da poco stata sconfitta; in tutto il mondo capitalistico c'era ormai un gran parlare dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori, con continue accuse di essere una società segreta, dedita alla cospirazione e al complotto. Sono anni delicati per l'internazionale, che appena un anno dopo celebra il suo Quinto congresso in profonda crisi. “La sezione francese”, è spiegato in Storia della Sinistra Comunista (Vol. I), “era stata schiantata dalla reazione che seguì la Comune del '71 e in Inghilterra le pesanti Trade Unions ne uscivano perché il Consiglio Generale, con gli storici Indirizzi di Marx, aveva sostenuto gli eroici comunardi parigini. Intanto un'opposizione si formava in paesi che, come la Spagna, l'Italia, il Belgio, l'Olanda, e una parte della Svizzera, erano allora tanto poco evoluti socialmente quanto la Francia e l'Inghilterra di prima del 1848. In questa situazione trova radici un socialismo «che non vuole saperne di politica, perché nelle lotte politiche delle classi possidenti gli ingannati furono sempre gli operai». Questo socialismo è una forma arretrata rispetto alla posizione dialettica che presenta al proletariato la sua via nello sviluppo storico della società capitalistica come una lotta politica avente quale pegno il potere politico rivoluzionario. Nella formazione dell'Internazionale, quest'ingenuo socialismo aveva potuto essere ammesso per condurlo a superare la sua posizione insufficiente. Ma esso divenne un pericolo mortale quando se ne pose alla testa Bakunin, che lo raccolse sotto il nome di anarchismo. ”http://www.sinistrainrete.info/storia/2461-unintervista-a-karl-marx-sullinternazionale.html
giovedì 20 dicembre 2012
Entfremdete Arbeit. - Stefano Garroni -
Traduco una gran parte del manoscritto di Marx, risalente
al 1844 e dedicato al lavoro estraniato, con lo scopo di mostrare il nesso fra
analisi dialettica e costruirsi della critica marxiana dall’interno stesso
della elaborazione economica classica. Ciò significa che se il punto di vista
di Marx non è un’elaborazione solo individuale, per quanto geniale, lo si deve
proprio al suo profondo legame con l’oggettiva storia della teoria economica.
E’ partendo, infatti, dalla prospettiva, dal linguaggio e dalla grammatica
della esistente riflessione economica, che Marx può mostrarne le difficoltà, le
insufficienze ed il carattere ideologico (ovvero di coscienza, che sorge per
santificare determinati interessi di classe, spacciandoli per espressione
oggettiva di una condizione, sostanzialmente non modificabile). In altri
termini, è l’impostazione dialettica della sua critica, che consente a Marx di
prospettare il superamento della prospettiva (nazional-) economica –il che
ribadisce il carattere ‘scandaloso’ della dialettica, in quanto rivoluzionaria
per la sua stessa essenza.
Per il testo tedesco mi servo di K. Marx, Texte
zu Methode und Praxis II. Pariser Manuskripte 1844, Rowohlt 1966.
Siamo partiti –scrive Marx(50)- dai presupposti della
Nationalökonomie (wir haben ihre Sprache und ihre Gesetze
akzeptiert); ciò significa che Marx ha accolto questi presupposti e questo
vocabolario, cioè: la proprietà privata, la separazione (Trennung)
di lavoro, capitale e terra, così come la divisione del lavoro, la
concorrenza, il concetto di valore di scambio, ecc. Servendoci delle stesse
parole della Economia Nazionale (d’ora in avanti NE), abbiamo mostrato che il
lavoratore si abbrutisce nella condizione di merce e, perfino, della merce più
povera; abbiamo mostrato inoltre che la miseria dei lavoratori è in rapporto
inverso con il potere e l’ammontare della loro produzione. Abbiamo mostrato che
necessario risultato della concorrenza è l’accumulazione del capitale in poche
mani, dunque, la più spaventosa restaurazione del monopolio. Altra necessaria
conseguenza è che le diverse forme di proprietà e di lavoro dipendente si
riducono alla polarità proprietari/lavoratori privi di proprietà.[1] (51)
Die
Nationalökonomie geht vom Faktum des Privateigentums aus. Sie erklärt
dasselbe nicht. Sie faβt den materiellen Prozeβ des Privateigentums, den es in der Wirklichkeit duchmacht, in
allgemeine, abstrakte Formeln, die ihr dann als Gesetze gelten. Sie begreift
diese Gesetze nicht, d.h. sie weist nicht nach, wie sie aus dem Wesen des
Privateigentrums hervorgehn.[2] (51).
La NE non ci dà alcun chiarimento (Aufschluβ) circa
la separazione di lavoro e capitale e di capitale e terra; quando la NE
definisce il rapporto tra lavoro salariato e profitto di capitale, per essa
vale come fondamento ultimo l’interesse dei capitalisti – il che significa che
essa presuppone ciò che dovrebbe sviluppare; la NE ripete l’errore anche
rispetto alla concorrenza, la quale fa semplicemente la sua comparsa ad un
certo punto, senza che ne venga mostrata la necessità, dato il contesto storico
capitalistico –di nuovo, dunque, si dà un fatto, senza averne costruito il
concetto, ovvero la necessità, posta una certa legge di sviluppo/svolgimento (Entwicklung):
ciò che mette in movimento la NE è l’avidità e la concorrenza, ovvero la guerra
tra gli avidi.[3]
Proprio perché la NE non concettualizza la connessione,
propria del movimento, per la NE, concorrenza, libertà di impresa, divisione
proprietaria del suolo sono conseguenze casuali, arbitrarie e violente, non
vengono dunque concettualizzare e svolte (sott. mia, SG)[4]
come necessarie, inevitabili, naturali conseguenze del monopolio, della
corporazione e della proprietà feudale.
Le varie forme di estraniazione (Entfremdung) vanno
concettualizzate come conseguenze del sistema monetario (Geldsystem).
(51s). A p. 52a, Marx già usa la critica alla robinsonata la quale è, anche,
una forma di entificazione –un problema, che non viene né posto né risolto, ma
trasformato in una situazione originaria (Urzustand) – anche la
robinsonata, dunque, rientra nella denuncia della Entfremdung. Il
nazionaleconomista sottende nella forma di cosa, di un evento, ciò che dovrebbe
dedurre, precisamente il rapporto tra due cose, per es. il rapporto tra
divisione del lavoro e scambio (unterstellt in der Form der Tatsache, des
Ereignisses, was er deduzieren soll, nämlich das notwendige Verhältnis zwischen
zwei Dingen, z. B. zwischen Teilung der Arbeit und Austausch): analogia
con l’uso, che la teologia fa del peccato originario (una storia, un evento
dato come spiegazione di un problema).[5]
Prendiamo le mosse da un attuale fatto nazionaleconomico. Il
lavoratore diventa di tanto più povero, di quanto più ricchezza produce, di quanto
la sua produzione acquista in potere ed in estensione. Tanto più il lavoratore
diviene una merce a basso costo, quanta più merce egli produce. Stanno in
rapporto diretto la valorizzazione (Verwertung) del mondo delle cose e
la svalorizzazione (Entwertung) del mondo umano; la produzione di merci
non produce solo queste ultime, ma anche la figura del lavoratore salariato. Il
risultato di questo fatto non esprime altro che questo: l’oggetto, che il
lavoro produce, il suo prodotto, gli appare come ein fremdes
Wesen, come un potere indipendente, contrapposto ai lavoratori. Das Produkt der Arbeit ist die
Arbeit, die sich in einem Gegenstand fixiert, sachtlich gemacht hat, es ist
die Vergegenständlichung der
Arbeit. Diese Verwirklichung der Arbeit erscheint in dem nationalökonomischen
Zustand alsEntwicklung des Arbeiters, die Vergegenständlichung
als Verlust und Knechtschaft des
Gegenstandes, die Aneignung als Entfremdung, als Entäβerung. (Il prodotto del lavoro è il
lavoro, che si è fissato in un oggetto, che si è fatto ‘cosa’: esso è
l’oggettivazione del lavoro. Questa realizzazione del lavoro appare nella
condizione nazionaleconomica come sviluppo del lavoratore, l’oggettivazione
come perdita e schiavitù dell’oggetto, l’appropriazione come estraniazione, come
alienazione). La realizzazione del lavoro appare altrettanto
derealizzazione dell’operaio, che si sviluppa fino alla morte per fame.
L’oggettivazione appare di tanto perdita dell’oggetto, che il lavoratore è
derubato degli oggetti necessari non solo per vivere, ma anche per
il lavoro.(52)
Nella destinazione, secondo cui il lavoratore si rapporta al
prodotto del suo lavoro come ad un oggetto, che gli è estraneo,
sono implicite tutte queste conseguenze. Infatti da questo presupposto risulta
con chiarezza che quanto più il lavoratore si perfeziona (sich arbeitern),
d’altrettanto cresce la potenza del mondo reificato (gegenständliche),[6]
estraneo ed ostile (fremde), che egli stesso si pone di contro;
d’altrettanto diviene più povero egli stesso e il suo mondo interno, che sempre
meno gli appartiene. Lo stesso capita con la religione: tanto più l’uomo pone
in dio, tanto meno conserva in se stesso. Il lavoratore pone la sua vita
nell’oggetto; ma con ciò egli non appartiene più a se stesso, ma sì
all’oggetto. Tanto più grande è, dunque, questa attività, tanto più il
lavoratore è privo di oggetto. Ciò che è il suo prodotto, non lo è per lui
stesso: tanto più è grande il suo prodotto, tanto meno lo è egli stesso.
L’alienazione (Entäuβerung) del lavoratore nel suo prodotto ha il
significato non solo che il suo lavoro diviene un oggetto, cioè un’esistenza
esterna; ma che il lavoro esiste al di fuori di lui, indipendentemente
e come qualcosa di estraneo/nemico da lui e l’autonomo potere del lavoro gli si
contrappone, perché la vita, che egli ha dato all’oggetto, gli si oppone come
un che di estraneo (fremd) e nemico (feindlich).(52s)
Analizziamo più da vicino l’oggettivazione, il prodotto del
lavoratore e la sua estraniazione, la perdita dell’oggetto, del suo prodotto.(53)
Il lavoratore non può far nulla senza la natura, senza l’esterno mondo
sensibile. Questo mondo è la materia, in cui il lavoro si realizza, nella quale
esso è attivo, da cui e attraverso cui il lavoro produce. Ma come la natura
offre al lavoro il mezzo di vita, nel senso che il lavoro non può vivere senza
oggetti, sui quali si eserciti, d’altro lato essa offre anche gli strumenti di
vita in senso stretto, ovvero i mezzi per la sussistenza fisica del lavoratore
stesso. Sotto questo duplice rispetto, dunque, il lavoratore diviene
schiavo del suo oggetto: in primo luogo, perché egli è un oggetto del
lavoro, cioè egli contiene lavoro, in secondo luogo, perché egli
può esistere come oggetto fisico. Il culmine di questa schiavitù è che egli
solo come lavoratore può conservarsi come soggetto fisico e che egli è
lavoratore solo in quanto soggetto fisico.(53).
L’estraniazione del lavoratore nel suo oggetto, secondo le
leggi della NE, si esprime nel fatto che tanto più il lavoratore produce, tanto
meno ha da consumare; maggior valore egli produce, tanto più si svuota di
valore e perde in dignità; di tanto dà forma al suo prodotto, d’altrettanto il
lavoratore si deforma; di tanto civilizza il proprio oggetto, d’altrettanto il
lavoratore si imbarbarisce, di tanto si fa potente il lavoro, d’altrettanto si
fa impotente il lavoratore; di tanto si arricchisce di cultura il lavoro,
d’altrettanto si priva di cultura il lavoratore e lo si fa schiavo della
natura.
La NE nasconde l’estraniazione nell’essenza del lavoro(54)
col non analizzare l’immediato rapporto del lavoratore (del lavoro) con la
produzione. Tuttavia. Il lavoro produce cose meravigliose per i ricchi, ma
spoglia (entblöβen) il lavoratore. Il lavoro produce palazzi, ma tane
per i lavoratori. Il lavoro produce bellezza, ma per i lavoratori catapecchie (Verkrüppelung).
La NE sostituisce il lavoro con le macchine, ma riconsegna una parte dei
lavoratori ad un lavoro barbarico e riduce l’altra parte a macchina. La NE
produce spirito (Geist), ma anche idiozia e cretinismo per i lavoratori.
L’immediato rapporto del lavoratore con i suoi prodotti è il rapporto del
lavoratore con gli oggetti della sua produzione.[7] Il rapporto del ricco [letteralmente,
des Vermögenden] con gli oggetti della produzione e con questa stessa
è solo una conseguenza di quel primo rapporto – e così lo conferma. Quando ci
chiediamo quale sia il rapporto essenziale del lavoro, ciò che ci chiediamo è quale
sia il rapporto del lavoratore con la produzione.
L’Entfremdung non si mostra solo nel rapporto fra l’operaio
e il risultato della produzione, ma anche nell’atto della produzione … Il
prodotto è solo il risultato dell’attività di produzione. Se dunque il prodotto
del lavoro è l’Entäuβerung, allora la stessa produzione deve essere la
pratica Entäuβerung dell’attività, l’attività dell’Entäuβerung …
In cosa consiste la Entäuβerung del lavoro? In primo luogo,
che il lavoro è esterno al lavoratore, cioè non appartiene
alla sua essenza (Wesen), nel fatto cioè che nel suo lavoro egli non si
afferma, ma si nega, non si sente soddisfatto ma infelice, non sviluppa alcuna
energia libera e culturale (geistig), ma piuttosto si abbrutisce
fisicamente e rovina culturalmente. Il lavoratore si sente presso di sé al di
fuori (auβer) del lavoro, mentre nel lavoro si sente estraneo a
sé.(55)
Zu Hause ist er, wenn er nicht arbeitet, und wenn er
arbeitet ist er nicht zu Hause (Il lavoratore è presso di sé quando
non lavora, mentre quando lavora è estraneo a sé).
Non vi è dunque lavoro libero, ma lavoro coatto, obbligato.
Così il lavoro non è la soddisfazione di un bisogno, ma solo un mezzo per
soddisfare bisogni esterni al lavoro stesso. La sua (del lavoro) estraneità (Fremdheit)
si mostra in questo, che non appena venga a mancare una qualche costrizione
fisica o di altro tipo, il lavoro viene evitato come la peste… In fine,
l’esteriorità del lavoro per il lavoratore si mostra in questo, che il lavoro
non è suo proprio, ma di un altro, che non gli appartiene, ma appartiene ad un
altro.
Come nella religione l’attività propria della fantasia
umana, del cervello e del cuore umani opera indipendentemente dall’individuo,
dunque, come una attività estranea, divina o diabolica, analogamente l’attività
del lavoratore non opera come la sua stessa attività. La sua attività
appartiene ad un altro e, per il lavoratore è la perdita di se stesso.
Il risultato di ciò è che l’uomo (il lavoratore) si sente
fonte di libera attività solo nelle sue funzioni animali, nel mangiare, nel
bere, nel procreare, nell’abitare, vestirsi, ecc.; nelle sue funzioni umane,
invece, si sente nulla più che un animale. L’animalesco diviene l’umano e
l’umano diviene l’animalesco.
I due lati dell’Entfremdung: 1) dell’attività pratica
umana, cioè il lavoro, dunque l’Entfremdung del lavoratore
rispetto al risultato del suo lavoro, che gli diviene un’estranea e dominante (mächtig)
oggettività: dieses Verhältnis ist zugleich das Verhältnis zur sinnlichen
Auβenwelt, zu den Naturgegenstänstehenden als einer fremden, ihm feindlich
gegenüberstehenden Welt (questo rapporto è parimenti il rapporto con l’esterno
mondo sensibile, con gli oggetti naturali, come mondo contrapposto estraneo e
nemico).
2) il rapporto del lavoro con l’atto della produzione,
all’interno del lavoro: si tratta del rapporto del lavoratore con la sua stessa
attività, che non gli appartiene, dunque l’attività come sofferenza, la forza
come mancanza di forza, la generazione come svirilimento (Entmannung);
l’autoestraneazione.
Da questi due lati dell’estraniazione se ne ricava un terzo(56): l’uomo è un’essenza generica (Gattungswesen), non solo in quanto
egli fa, praticamente e teoreticamente, del genere –sia proprio che delle altre
cose- un suo oggetto, ma anche … perché egli si rapporta a se stesso come al
genere vivente e attuale, dunque a se stesso come essenza universale e, per
questo, libera.[8]
Abbiamo preso le mosse da un fatto nazionaleconomico,
dall’estraniazione del lavoratore e della sua produzione; abbiamo esplicitato
il concetto di questo fatto: il lavoro alienato, estraniato; abbiamo analizzato
questo concetto, dunque, abbiamo analizzato un fatto nazionaleconomico.[9]
Andiamo più avanti ora nel vedere come il concetto di lavoro estraniato,
alienato nella realtà debba esprimersi e rappresentarsi.
Quando il prodotto del mio lavoro mi diviene una realtà
estranea, nemica, a chi allora appartiene?(59)
Il rapporto estraniato dell’uomo col suo prodotto, proviene
dal rapporto che l’uomo ha con l’altro uomo.
Il lavoro estraniato è il risultato del movimento, che porta
alla proprietà privata.(60)
Note.
[1] - Non necessariamente questo significa che scompaiono le
differenti forme e tipi di proprietà e di lavoro dipendente, ma sì che, quali
che siano quelle diversità, non fanno che sostanzialmente riproporre la
polarità, di cui sopra: Insomma, tutto si riduce alla separazione
capitale/lavoro.
[2] - “L’Economia Nazionale procede dal fatto della
proprietà privata, ma non lo spiega; l’Economia Nazionale coglie il processo
materiale, che la proprietà privata in realtà percorre, sotto l’aspetto di
formule generali, astratte, che per essa valgono come leggi. L’Economia
Nazionale non concettualizza queste leggi, ovvero, essa non sa come derivino
dall’essenza della proprietà privata”. Se confronti questo brano con la
distinzione tra Gesetz (legge) e Wesen (essenza),
che il recensore russo della seconda edizione di Das Kapital.I.
giustamente sottolinea, hai il segno di un linguaggio di Marx, che nel 1844 non
è ancora ben chiaro allo stesso Marx. Ecco la sostanza della recensione russa
del primo libro di Das Kapital: il recensore russo giudica
strettamene realistico il metodo di ricerca di Marx, mentre il suo metodo di
esposizione è infelicemente tedesco-dialettico: di primo acchito, l’esposizione
marxiana è quella del più grande filosofo idealista (Idealphilosoph) –e
tale nel senso tedesco del termine; ciò non toglie che Marx sia ben più
realistico dei suoi predecessori e non certamente un idealista (Idealist)
(MEGA, Band 23: 25). Marx dichiara di aver esposto i tratti fondamentali del
suo metodo nell’Introduzione alla sua “Critica dell’economia
politica”. Così prosegue il recensore russo: per Marx conta solo trovare la
legge (Gesetz), che domina i fenomeni fino a quando hanno una certa forma e
sono in una certa connessione; ma non solo questo, dacchè a Marx interessa la
legge del mutamento, dello sviluppo dei fenomeni, del loro passaggio da una
forma ad un’altra, dall’ordinamento di un insieme ad un altro (MEGA, op.
cit.: 25s). Non appena ha scoperto tale legge, Marx ne studia in dettaglio
le conseguenze, che si manifestano nella vita sociale, scoprire la legge
significa, anche, scoprire il processo, che conduce alla fine di un ordinamento
dato ed al sorgere di un altro, lo vogliano gli uomini o no (MEGA,op.cit.:
26). Marx studia il movimento sociale come un processo di storia naturale:
necessità dell’ordinamento esistente, ma anche del suo superamento in un altro,
quale che sia la volontà e la coscienza umana. Il punto di partenza del
movimento storico non è l’idea, ma sono piuttosto le manifestazioni esteriori.
Va notato come Marx commenti lo scritto del recensore russo: questi non ha
fatto altro che esporre il metodo dialettico. (MEGA, op.cit.: 27).
[3] - Marx usa il verbo entwickeln, dunque, per
lui significa . Pagina di Hegel, che mi pare utile per comprendere in
che senso la storia sia la Entwicklung dello spirito, nel senso disvolgimento/costruzione :
"lo sono attitudine, facoltà, dapprima solo naturale; questa attitudine
non è dunque identica a me in quanto soggetto, in quanto pura soggettività, e
così ciò che in me è dapprima solo in quanto natura, poiché non è identico con
me, col mio sapere e col mio volere, non è in mio potere; io non ne sono in
possesso, si tratta di qualcosa di esterno di cui devo ancora prendere
possesso. E’qualcosa che debbo addomesticare, in modo da poterlo usare, da
poterlo padroneggiare. Perché le mie dita, il mio braccio, mi
obbediscano, devo prima addomesticare tali forze, in modo che l'obbedienza
diventi la loro propria natura. Lo stesso vale per le capacità spirituali: la memoria,
l'immaginazione, persino il pensiero deve essere educato, mi deve diventare
famigliare, spedito, in modo che mi sia presente quando voglio che venga
eseguita una determinata attività. Questa è una presa di possesso di
determinazioni inizialmente estranee a me, alla mia volontà, alla mia libertà.”
(Hegel, Le filosofie del diritto: 82-3).
[4] - A conferma del nesso tra begreifen ed entwickeln.
[5] - “So
erklärt die theologie den Urspung des Bösen durch den Sündenfall, d. h. er
unterstelt als ein Faktum,in der Form der Geschichte, was er erklären soll.” (Così
la teologia spiega l’origine del male mediante il peccato originale, vale a
dire che essa sottende come un fatto, nella forma di una storia, ciò che
dovrebbe spiegare).
[6] - Traduco così il termine, perché da tutta la pagina si
ricava la differenza tra il farsi oggetto (alienazione, Entäuβerung)
e il divenire una potenza autonoma, estranea e feindlich (Entfremdung).
[7] - Il senso di questa affermazione è che sfugge al
lavoratore il sistema di relazioni sociali, che rende possibile quel suo
rapporto con l’oggetto,ovvero con la sua attività, ma sotto forma di
oggetto, di cosa e non di
[8] - Sottolinea come solo uscendo dal limite della
individualità, della particolarità escludente, dunque, solo ponendosi dal punto
di vista della universalità, l’uomo è libero.
[9] - La strada da Marx seguita è dichiaratamente hegeliana,
nel senso che dapprima l’empirico è stato ricondotto al suo concetto; in
secondo luogo, questo concetto è stato analizzato, secondo un senso di che non
è puramente formale, ma si identifica piuttosto coll’ enucleare le proprietà
del concetto, che sono proprietà logico-storiche o formali-oggettive. E’ solo
tenendo presente questa precisazione, che si può comprendere come l’analisi di
un fatto nazionaleconomico, sia l’analisi di una oggettiva realtà o situazione
economica.
Iscriviti a:
Post (Atom)