martedì 17 novembre 2020

Crisi capitalistica, socializzazione degli investimenti e lotta all’impoverimento - Riccardo Bellofiore, Laura Pennacchi

 Da: Economisti-di-classe-Riccardo-Bellofiore-Giovanna-Vertova - https://sinistrainrete.info - Introduzione all’edizione italiana di Ending Poverty. Jobs not Welfare. In: Hyman P. Minsky, Combattere la povertà. Lavoro non assistenza, traduz. di Anna Maria Variato, Ediesse, Roma, 2014.

Laura Pennacchi è un'economista e politica italiana. - Riccardo Bellofiore, Università di Bergamo, Professore ordinario di Economia politica. -

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Fine di un’epoca - Vladimiro Giacché

CATASTROFE O RIVOLUZIONE - Emiliano Brancaccio 


Il pensiero di Hyman P. Minsky è tornato d’attualità con l’approssimarsi e poi lo scoppio della crisi finanziaria dell’estate del 2007, la cosiddetta crisi dei subprime, sin dai primi mesi di quell’anno [1]. Era già capitato almeno un paio di volte nel decennio precedente: Paul McCulley di PIMCO aveva evocato un Minsky moment a proposito della crisi russa del 1998 e George Magnus di UBS aveva ripreso il termine nella prima metà del 2007. I più attenti erano stati i bloggisti e gli analisti finanziari. La crisi era giunta come una sorpresa per i più. In realtà, essa covava da tempo, e le sue ragioni tutto avrebbero dovuto apparire meno che misteriose.


La Grande Recessione

La sequenza degli avvenimenti è stata classica. Lo sgonfiamento della bolla immobiliare nel 2005 ha generato, prima, la crisi del mercato dei subprime, con annessi e connessi: fallimento di hedge fund, blocco di leveraged buy out, crisi di banche di investimento. Poi sono venuti i segnali di illiquidità e di stretta creditizia, che hanno fatto temere che l’illiquidità si mutasse in insolvenza. Il castello delle relazioni di debito-credito è andato in fibrillazione, le banche hanno cessato di farsi credito l’un l’altra e la preferenza per la liquidità e per i titoli di Stato si è innalzata drasticamente, così come il premio per il rischio. Il bisogno di un intervento delle banche centrali quali prestatori di ultima istanza è divenuto parossistico, e la spinta ad una riduzione dei tassi di interesse irresistibile. Una successione nota, ma che ha visto stavolta qualche novità nei protagonisti, gli strumenti finanziari che hanno costruito il castello della speculazione.

Questa volta, la crisi dei debitori ultimi, famiglie povere con lavori precari, ha avuto come anello di trasmissione il fatto che le proprietà pignorate perdevano di valore ormai da un po’ e sono iniziate le esplosioni nel campo minato della nuova finanza. Ormai anche l’uomo della strada sa cosa siano i «derivati», le «condotte», i titoli «cartolarizzati» appoggiati sulle ipoteche, le obbligazioni del debito «collateralizzate». Ciò che doveva rendere trasparente il mercato e minore il rischio ha fatto invece collassare le relazioni tra operatori per l’opacità dell’informazione, per la corruzione delle agenzie di rating, per l’impossibilità di sfuggire all’azzardo morale.

Come è noto, quella crisi si è poi sviluppata, almeno a partire dalla metà del 2008, in una Grande Recessione globale che si è estesa, con caratteristiche proprie, al vecchio continente europeo. Una «grande crisi» capitalistica paragonabile soltanto a quel Grande Crollo degli anni Trenta del Novecento (di cui aveva scritto magistralmente John Kenneth Galbraith) e che ha fatto impallidire il ricordo della Grande Stagflazione degli anni Settanta. Da quella crisi non siamo in realtà ancora usciti. Non a torto Paul Krugman e Brad DeLong sostengono che saremmo entrati in una Depressione Minore. Qualcosa che a nostro avviso male si farebbe a ridurre ai problemi, pur gravi e reali, di una distribuzione del reddito squilibrata a danno del lavoro o di semplice insufficienza di domanda aggregata.

Possiamo sintetizzare in poche righe cosa è avvenuto in conseguenza della crisi finanziaria che l’ha fatta da protagonista da metà 2007 a metà 2008. La crisi reale diviene drammatica: crolla l’attività produttiva, trasferendosi dagli Stati Uniti alla Cina, dalla Germania all’Italia, senza risparmiare dapprima nessuna area del pianeta. Lo spettro del Grande Crollo spinge dapprima a politiche «keynesiane». Le banche centrali inondano le economie di liquidità, e quasi ovunque i bilanci dello Stato vanno sempre più in rosso. Questa seconda fase si avvia al termine a metà 2009, quando si intravedono «germogli di ripresa». La priorità diviene ora la stretta fiscale, e si generalizzano le politiche di austerità. È una scelta suicida. Quando la crisi scoppia, il risparmiatore passa dalla fase «maniacale» a quella «depressiva»: deve spendere meno per uscire dal debito. Lo stesso fanno le imprese, che si sono trovate all’improvviso anch’esse indebitate – nel capitalismo anglosassone, in particolare, esse erano ormai divenute creditrici nette. È la deflazione da debiti: nessuno spende, dunque i redditi cadono, e l’atteso risparmio non si materializza. Se lo Stato si comporta alla stessa maniera la luce in fondo al tunnel è quella di un treno ad alta velocità che rischia di travolgere tutto e tutti.

All’Europa la crisi è venuta dall’esterno: è stata per così dire importata. Il debito privato si è trasformato in debito pubblico. Lo stato della finanza pubblica europea non è ancor oggi, dopo la crisi, più preoccupante di quello statunitense o giapponese, e a ben vedere neanche di quello inglese. L’unico paese che prima della crisi avesse dei seri problemi di finanza pubblica era la Grecia, forse il Portogallo. Negli anni della bolla immobiliare, Irlanda e Spagna erano modelli di finanza «sana». Una volta scoppiata la crisi sono state proprio le politiche europee di «rigore», i vincoli arbitrari di Maastricht mutatisi nel Patto di stabilità e poi nel Fiscal Compact, assieme ai vincoli che vietano alla Banca Centrale Europea di agire come prestatore di ultima istanza (così come avviene altrove), a impedire di invertire la spirale depressiva. Per quanto possa apparire strano, la stessa Germania, come molti altri paesi europei (ad eccezione dell’Italia), aveva reagito in modo più intelligente al culmine della crisi, praticando un’espansione dei disavanzi dello Stato di natura discrezionale, e dunque determinando un aumento del debito pubblico – che da noi si è similmente prodotto, ma più per la caduta del prodotto interno lordo.

Trattare la propria moneta come se fosse una valuta straniera, regolata da poteri esterni, o pretendere che tra le regioni di una medesima area monetaria (dove gli squilibri non possono che essere la norma) non vi siano trasferimenti compensativi, non può che preludere al disastro. L’esistenza della moneta unica è in dubbio e la sua sopravvivenza rischia di essere conquistata nel segno di una stagnazione permanente. In tutti questi anni la crisi ha proceduto «oggettivamente» con la svalorizzazione della forza-lavoro, la centralizzazione dei capitali, la ristrutturazione dei processi produttivi, lo «snellimento» del pubblico. Benché essa abbia dato l’impressione di favorire il genere femminile (i settori più colpiti sono ad occupazione prevalentemente maschile) è sempre più chiaro che gli impieghi che si aprono alle donne sono poco qualificati, precari o part-time. Sulle donne si scaricheranno, evidentemente, i costi della riduzione del welfare e della ristrutturazione del pubblico impiego. È dunque una crisi che ha al suo cuore un contenuto di classe e di genere, intrecciati. Che così la crisi non divenga permanente è tutto da dimostrare.

L’ipotesi dell’instabilità finanziaria e le politiche economiche keynesiane

La ragione per cui Minsky è riemerso come un autore con cui fare i conti è presto detta. La crisi del 2007, ma anche il suo preludio (la crisi delle dotcom del 2000-2003), era con tutta evidenza (anche se colpevolmente lo si dimentica) una crisi del debito privato. L’economista statunitense aveva formulato una particolare visione, incapsulata nella sua «ipotesi della instabilità finanziaria», che lega insieme ciclo capitalistico, investimento e fragilità finanziaria. L’economia capitalistica è soggetta a crisi interne e gravi, tanto più significative quanto più essa è caratterizzata da un sistema finanziario «sofisticato» che vede una crescente integrazione tra i diversi bilanci, e quanto più esso fonda il suo sviluppo su ampi investimenti in capitale fisso che distendono i loro effetti in un lungo orizzonte temporale. L’investimento è la componente più variabile della domanda aggregata dipendendo, oltre che dalle aspettative mutevoli degli imprenditori, anche dall’andamento dei prezzi delle attività finanziarie, in un contesto di generale e autentica incertezza: più precisamente, l’investimento dipende dal rapporto tra due prezzi, il prezzo della produzione corrente dei beni di investimento e il prezzo di quelle attività che possono essere detenute nel tempo (quelle che altrove abbiamo chiamato «attività-capitale», quei capital asset dell’originale inglese, e di cui i beni capitali, nuovi e vecchi, sono solo una specie). È anche, se non soprattutto, per questa dipendenza dai capital asset e dalle determinanti finanziarie che il capitalismo di Minsky tende endogenamente, in forza di processi «interni», a far degenerare la stabilità nell’instabilità: come già era in Marx e Schumpeter, ma tenendo conto dell’apporto alla teoria della domanda e della finanza di Keynes.

All’uscita da una «grave crisi», nella fase di ripresa, i soggetti sono prudenti, e tendono a mantenere posizioni finanziarie coperte, dove le loro entrate nette di cassa sono pari o superiori agli interessi da pagare, integrati con i diversi altri obblighi contrattuali (quale il rimborso di una quota del capitale). Quando però la prosperità procede da un po’ e le aspettative delle imprese e delle banche sono confermate, o addirittura eccedono positivamente le attese, gli agenti hanno più confidenza in se stessi e si spostano su posizioni «speculative». Il maggior indebitamento rispetto ai fondi propri conduce a delle entrate nette di cassa attese che ora, per esempio, consentono il pagamento degli interessi ma non anche della quota capitale, per lo meno non in ogni periodo. È necessario dunque accedere ad un nuovo finanziamento alle nuove condizioni vigenti sul mercato. Al rischio «economico» sempre presente in ogni investimento si affianca ora uno specifico rischio «finanziario». Quest’ultimo può concretizzarsi in un aumento dei tassi di interesse, che a sua volta darebbe luogo ad una caduta dei prezzi delle attività, e i due fenomeni possono congiurare a determinare perdite invece che profitti netti. Sono peraltro proprio queste posizioni speculative, come già sapevano Keynes e lo stesso Marx, a dar conto della dinamicità del modo di produzione capitalistico. Nella misura in cui la crescita continuasse, e prendesse velocità, l’euforia diverrebbe a un certo punto «irrazionale» (se giudicata dopo la crisi: essa non appare affatto tale nel corso del boom; è semmai irrazionale non seguirne il corso). Si susseguono bolle nei mercati delle attività, e le «posizioni» intrattenute da una quota crescente delle imprese divengono «ultraspeculative» o «Ponzi»: nella gran parte dei periodi che caratterizzano l’orizzonte dell’investimento i flussi netti di cassa in entrata che ci si aspetta sono inferiori alle uscite per pagamento dell’interesse e degli oneri contrattuali. Ci si indebita solo perché si spera, prima o poi, in un guadagno «eccezionale», quello che talora viene definito in inglese bonanza: quale, per esempio, un aumento improvviso e significativo del corso delle azioni, una rivalutazione del valore degli immobili e simili occorrenze. Con ciò non si intende negare che possano essere costitutivamente caratterizzate da una finanza di tipo Ponzi imprese come quelle farmaceutiche o ad alta tecnologia: qui ci riferiamo però alla significativa degradazione della struttura finanziaria che ha luogo nella degenerazione della fase euforica.

Quando infine la bolla scoppia perché inevitabilmente something happens, «qualcosa succede» – che si tratti di un aumento del costo del denaro deciso dagli istituti di credito, o imposto dalla banca centrale, o per qualsiasi altra ragione, non solo dal lato finanziario ma anche da quello reale, come per esempio una caduta della profittabilità dell’investimento – l’economia rischia di avvitarsi in una deflazione da debiti. La caduta della domanda si traduce in un grave appesantimento della situazione finanziaria delle imprese e delle famiglie (oltre che dei governi), con il corredo di crisi bancarie oltre che borsistiche. In questo stato di cose l’intervento pubblico è necessario. Il corredo classico delle politiche «keynesiane» interventiste è reputato da Minsky, più che opportuno, doveroso, per ragioni però un po’ più complesse di quelle solitamente avanzate. L’intervento della banca centrale come Big Bank deve consistere non solo in una aggressiva politica di riduzione del tasso di interesse di riferimento, ma anche e soprattutto nello svolgere il ruolo di lender of last resort, prestatore di ultima istanza. L’istituto di emissione deve impedire che nella crisi l’interconnessione degli stati patrimoniali degli agenti si traduca in un effetto domino che faccia cadere rapidamente, e in sequenza, una unità produttiva, una banca, un intermediario finanziario dopo l’altro, come una serie di birilli dopo uno strike.

All’uscita dalla crisi deve contribuire anche una spesa pubblica anticiclica e in disavanzo. Quest’ultima non si limita a migliorare le prospettive di vendita delle imprese per l’effetto diretto e indiretto sulla domanda effettiva. La spesa in deficit del governo, spingendo verso l’alto i profitti, di nuovo ha un effetto positivo sulla situazione finanziaria delle imprese, ma dunque anche dei suoi finanziatori. Come nel caso della banca centrale, lo Stato è allora meglio che sia un «grande Stato», un Big Government. Un governo la cui presenza economica sia percentualmente significativa nel prodotto interno lordo costituisce una poderosa difesa dallo scivolare nella deflazione da debiti per l’operare dei cosiddetti stabilizzatori automatici: quei meccanici aumento della spesa e riduzione delle imposte che si mettono in moto al cadere del reddito. Va da sé che in questo contesto un Big Labor è da vedere con favore perché aggiunge una benvenuta rigidità verso il basso dei salari e degli stipendi che rallenta la caduta dei consumi dei lavoratori.

I limiti della «ipotesi della instabilità finanziaria» nel «nuovo» capitalismo

Come diremo più avanti, che la tipica cassetta degli attrezzi keynesiana sia necessaria non significa affatto che per Minsky essa sia sufficiente, e nemmeno adeguata nel modo in cui essa è stata impiegata. Prima però di tornare su questo tema è bene segnalare le difficoltà che l’«ipotesi di instabilità finanziaria» incontra sia come lettura della Grande Recessione, sia dal punto di vista teorico. La sequenza di Minsky è chiara e convincente: lo sviluppo capitalistico si nutre del debito, il debito privato è più instabile di quello pubblico, il liberismo è una politica stupida. Dobbiamo d’altra parte chiederci in che misura il suo modello, così come è presente nei suoi due libri del 1975 (Keynes e l’instabilità del capitalismo, tradotto in italiano da Boringhieri nel 1981 e ristampato nel 2009) e del 1986 (Governare la crisi. L’equilibrio in una economia instabile, pubblicato in italiano da Comunità), si può applicare al capitalismo successivo alla svolta neoliberista del 1979-1980, e in particolare a quella nuova fase del capitalismo che lo stesso Minsky riterrà originale e denominerà money manager capitalism.

Il limite teorico è, telegraficamente, questo: per quale ragione le imprese che investono dovrebbero vedere accrescersi la loro «leva finanziaria» una volta che il nuovo investimento in beni capitali ha fatto il suo corso? Come insegna proprio Kalecki – l’economista polacco ripreso da Minsky a proposito della determinazione macroeconomica dei profitti – non soltanto «i capitalisti guadagnano quello che spendono» (mentre i lavoratori spendono quello che guadagnano), ma all’interno del settore delle imprese i depositi bancari dovranno essi stessi accrescersi ex post in conseguenza dei propri investimenti. Non vi è ragione alcuna per attendersi un aumento effettivo del leverage. Se questa obiezione è valida, come in effetti riteniamo, essa non nega però che nella ripresa e nella prosperità vi sia un aumento della leva finanziaria desiderata, e neppure che i modi del finanziamento della spesa siano caratterizzati da sempre maggiore potenziale fragilità (non misurabile dai dati effettuali, tanto meno nel boom precedente lo scoppio della crisi).

Per quel che riguarda gli scarti della realtà rispetto al modello canonico del nostro economista, si tratta di ciò. Dalla svolta «neoliberista» del 1979-82 crisi finanziarie o crisi valutarie alla Minsky si sono senz’altro susseguite una dopo l’altra: le ultime però, in particolare dal 1999, hanno assunto caratteri originali, in specie nel capitalismo anglosassone. In particolare, la bolla delle dotcom, come quella dell’immobiliare accelerata dal fenomeno dei subprime, sono state contraddistinte soprattutto dall’indebitamento delle famiglie (e delle imprese finanziarie), non delle imprese non finanziarie. Il risparmiatore, per il tramite degli intermediari e dei fondi, viene cullato nella sua fase «maniacale», il consumatore si indebita sempre di più, e ciò avviene in un contesto in cui il lavoratore è sempre più «spaventato» dalla pressione della ristrutturazione e della globalizzazione. Nella fase di ascesa del neoliberismo l’inclusione delle famiglie nel mondo dei mercati finanziari e il loro conseguente contemporaneo crescente indebitamento – quella che è stata chiamata la «sussunzione reale del lavoro alla finanza e al debito»: una inclusione mediata dai money manager nel capitalismo dei fondi – hanno dato origine ad una inflazione dei prezzi dei capital asset, a cui è seguito un aumento del consumo a debito. Una inedita componente autonoma della domanda effettiva che ha trainato per un certo periodo il capitalismo anglosassone e, di rimbalzo, i capitalismi neomercantilisti. Un processo in cui le bolle finanziarie dipendevano da una politica monetaria molto attiva di una banca centrale divenuta, per dirla con Marcello De Cecco, prestatrice di prima istanza.

È questo un capitalismo che sopperiva alle conseguenze della «traumatizzazione» del lavoratore sul terreno distributivo e della domanda grazie al risparmiatore, appunto, «maniacale» e al consumatore «indebitato», in una contraddizione solo apparente. La tendenza ad azzerarsi, o addirittura a divenire negativo, del flusso dei risparmi dal reddito veniva contrastata dalla rivalutazione dello stock di attività espressione del risparmio: questa rivalutazione nutriva quella tendenza. Un vero e proprio «keynesismo privatizzato», che incide (in modi che non possiamo ricordare qui) sulla corporate governance e sulla forma della concorrenza tra imprese sul piano globale. Si determinava una centralizzazione senza concentrazione delle imprese e una piena sottoccupazione di lavoratori, sempre più frammentati e precarizzati. Un aspetto di questa realtà è stato un eccesso strutturale di offerta in settori importanti, determinato dall’investimento dei global player. È bene sottolineare che l’attenzione di Minsky è spesso andata anche alle questioni di corporate governance: in uno dei saggi del volume che qui presentiamo afferma che «i servizi di pubblica utilità, i trasporti e gran parte delle comunicazioni possono essere definiti ‘privati’ soltanto mediante un’indebita estensione del significato del termine».

Come si è anticipato, l’inizio della crisi, innescata probabilmente dal collasso del mercato immobiliare statunitense nel 2005 (con le sue ricadute su debitori ad alto rischio delle classi povere), oltre a mostrare tutta la fragilità e l’instabilità repressa del «nuovo» capitalismo, fa esplodere l’indebitamento forzato delle imprese, fa impennare la disoccupazione mascherata, e muta la fase «maniacale» in fase «depressiva» per il risparmiatore. Il crollo del consumo e dell’investimento per la necessità di rientrare dal debito non può che tradursi in ulteriore pressione nei processi capitalistici di lavoro. A questo si aggiungerà evidentemente, più in Europa che in altri paesi, il frutto avvelenato dell’austerità. La recessione degli USA – che sono stati l’acquirente di ultima istanza di buona parte del pianeta – ha innescato un hard landing per tutti, passando per la crisi della Cina e le sue ripercussioni in Europa, a partire dalla Germania e dall’Italia, importanti esportatori manifatturieri. Gli Stati Uniti, con politiche sia pure lato sensu keynesiane, e la Cina, con una poderosa politica di investimenti infrastrutturali, hanno tamponato gli effetti della crisi e promosso una pallida inversione del ciclo, da cui però l’Europa è ancora ben lontana.

In questo «keynesismo privatizzato» è molto facile osservare una serie di elementi in contrasto con la lettera della «ipotesi di instabilità finanziaria» di Minsky. Ad essere spinto verso l’alto è stato sì il debito privato, ma quello delle famiglie, non quello delle imprese. All’apparenza, anzi, le imprese trovavano convenienza a finanziarsi sul mercato dell’equity, e perciò – almeno alla superficie – si registrava una stabilizzazione della condizione finanziaria delle imprese, non una sua fragilizzazione palese. La politica monetaria, invece di risultare potenzialmente inefficace sul terreno dello stimolo della domanda, per il canale indiretto e incerto del tasso d’interesse, ne diveniva un regolatore potente e diretto nella misura in cui sosteneva e stimolava gli andamenti dei corsi di borsa, pur nella permanente ossessione delle banche centrali contro l’inflazione dei salari e dei prezzi (un altro fattore della crisi fu in effetti l’aumento dei tassi di interesse della Federal Reserve a seguito di un’inflazione dei prezzi delle merci che non veniva certo dal salario, essendosi la curva di Phillips appiattita, ma era dovuta all’aumento dei prezzi delle materie prime, in parte a sua volta innescato dalla bolla delle commodities).

In questo mondo, la banca perdeva i suoi clienti più tradizionali e in qualche misura sicuri. Da un lato i governi, che si impegnavano nella riduzione del debito, e comunque si finanziavano sempre più sui «mercati»; dall’altro lato le imprese, che si autofinanziavano o ricorrevano alla borsa, privilegiando peraltro i buy back. Abbiamo insomma assistito a una trasformazione radicale del capitalismo, dalla finanza (con il circuito monetario che ha come suo snodo cruciale l’indebitamento delle famiglie e il passaggio dagli intermediari finanziari) alla produzione (con la costituzione di un capitalismo della produzione a rete che è diverso sia dal sistema della grande impresa verticalmente integrata, sia dalla classica piccola e media impresa). Un mutamento che è stato in grado, a dispetto dei bassi salari, di produrre domanda al proprio interno: perché l’ascesa ciclica nel capitalismo viene da una qualche forma di domanda autonoma trainante, e la crisi si esprime nell’esaurimento di quel traino. Per questo, le letture della crisi in termini di sottoconsumo, o anche genericamente di crisi della domanda, mancano il segno. Come mancano il segno le letture che troppo crudamente separano finanza cattiva e produzione buona, o rendita e profitto.

Una riformulazione dell’ipotesi dell’instabilità finanziaria nel money manager capitalism

Aveva avuto buon intuito John Authers sul Financial Times a fine luglio del 2007. In alcuni articoli di grande interesse sul quotidiano principe della borghesia britannica Authers, mentre segnalava come autori in grado di leggere la crisi, sia pure in modi molto diversi, l’austriaco Ludwig von Mises e il financial keynesian Minsky (che non ha mai amato la qualificazione di postkeynesiano), affermava ironicamente che più che di un Minsky moment ciò che si era verificato era un Wile E. Coyote moment. Perché i «mercati», ma in verità il capitalismo tutto, è stato un po’ come «Genius» Coyote che rincorre Beep Beep, sino a oltrepassare il bordo del precipizio. Continua a correre, come se niente fosse, a dispetto della forza di gravità, sino a che non guarda il baratro: è in questo «momento» che precipita. In questi ormai sette anni dalla crisi, mentre l’economia reale è ancora in condizione di stagnazione, i «mercati» finanziari hanno invece avuto sovente modo di brindare. Non si può negare che Ben Bernanke abbia offerto loro un elastico sicuro che ha consentito un poderoso bungee jumping a seguito di nuove bolle finanziarie, qualcosa che ha sinora impedito uno schianto, ma certo non ha restaurato l’operatività del vecchio modello (e le ferite dello sport estremo non le hanno subite loro). Il lieto fine non è garantito, e non soltanto in Europa.

Quanto si è detto nel paragrafo precedente potrebbe dare l’impressione che l’ipotesi dell’instabilità finanziaria sia puramente e semplicemente da rigettare. A nostro parere essa invece è da riformulare. È da riformulare leggendo Minsky «a ritroso»: ripercorrendo cioè la sua teoria economica a partire dagli scritti degli anni Ottanta che hanno formulato una lettura del capitalismo (prima probabilmente presente ma implicita) come sistema economico che si evolve per stadi, e che hanno limpidamente delineato i caratteri del money manager capitalism e della cosiddetta finanziarizzazione. Si comprende veramente Minsky solo se lo si colloca sullo sfondo, da un lato, del suo rapporto con Schumpeter (che fu il suo primo supervisor al dottorato di Harvard, facendo poi al giovane studioso lo sgarbo supremo, quello di morire prima che quest’ultimo avesse ultimato la dissertazione), e, dall’altro lato, dell’esperienza del New Deal che Minsky visse di persona (e potremmo forse aggiungere un terzo elemento, quello della militanza giovanile nell’American Socialist Party).

Per quel che riguarda il primo punto, Minsky ha sempre più allargato la propria visione sino ad includervi una lettura del capitalismo come caratterizzato da stadi diversi, una sorta di teoria non meccanicistica delle «onde lunghe». Oltre all’apporto del principio della domanda effettiva di Keynes, Minsky vi aggiungeva il continuo reinventarsi di banche e finanza attraverso un processo di innovazione – tema schumpeteriano quant’altri mai, e pure trascurato dall’economista austriaco. Il money manager capitalism di cui parla l’economista statunitense va visto in questo orizzonte. Il capitalismo di Minsky ha percorso sino ad oggi quattro stadi. Li separa il rapporto tra commercio e industria, l’intensità capitalistica misurata dal costo di produzione dei beni capitale, e infine il rapporto tra commercianti e manager d’impresa, da un lato, e istituzioni finanziarie e operatori nel mercato finanziario, dall’altro.

Il «capitalismo commerciale», incubato dal Seicento, è caratterizzato da una dipendenza dalle banche come originatrici del finanziamento. Il finanziamento di beni capitale costosi e la cui vita si estende su molti periodi sovente richiede però il coinvolgimento diretto o la garanzia dello Stato. Nell’Ottocento si apre un’era diversa, quella del «capitalismo finanziario», con il dominio nel modello tedesco delle banche universali e nel modello anglosassone dei mercati e poi dei banchieri di investimento indipendenti. È un mondo attraversato da cicli economici che si producono «internamente» e sono sempre più pronunciati (è appunto l’epoca aurea della teoria dello sviluppo ciclico). Diviene sempre più grave il rischio che la fase della recessione sfoci in una grave depressione. L’ultima fioritura del capitalismo finanziario successiva alla prima guerra mondiale termina infatti nel Grande Crollo, nell’insufficienza globale di domanda effettiva e nella deflazione da debiti. Seguirà, dopo gli anni Trenta e la seconda guerra mondiale, il «capitalismo manageriale», il periodo di cui trattano in larga parte i saggi quasi tutti inediti – raccolti nel libro qui tradotto, ad eccezione del saggio finale. È un capitalismo che, come già sappiamo, ha tre caratteristiche. La prima è che ai suoi albori è finanziariamente «robusto», come conseguenza della crisi e della guerra. La seconda è che vede la presenza di un Big Government, cioè di uno Stato che copre una quota molto più elevata che nel passato del PIL, ed è disposto a impedire il prodursi di crisi praticando disavanzi di bilancio finanziandoli direttamente con nuova moneta. La terza è che ora è presente anche una Big Bank, una banca centrale che oltre al monopolio dell’emissione di moneta e al controllo del tasso di interesse di riferimento, all’occorrenza interviene come prestatore di ultima istanza, con interventi massicci tesi a impedire il crollo del valore delle attività-capitale.

Possiamo aggiungere altri tre elementi del capitalismo manageriale. Innanzi tutto, le famiglie risparmiano molto e il loro risparmio è collocato in titoli sicuri, in particolare titoli di Stato; qualcosa di simile si può dire anche delle banche. Inoltre, sono presenti rigorosi controlli dei movimenti di capitale. Infine, e qui siamo proprio sul tema del libro che si presenta, si è costituito (oltre ad una contrattazione sindacale di natura collettiva che interviene sul salario e sulle condizioni del lavoro) un sistema di welfare che prevede una distribuzione, per così dire «in natura», di beni e servizi; ma anche, significativamente, sempre più ingenti trasferimenti monetari che cresceranno nel tempo come antidoto alla povertà e all’impoverimento. È questa l’era in cui i manager delle imprese acquisiscono una importante autonomia rispetto alle banche sia commerciali che di investimento, e anche rispetto ai propri azionisti. È l’epoca (cosiddetta) d’oro del «fordismo». Un periodo che Minsky tratteggia come denso di contraddizioni. Sottolinea, tra le tensioni che crescono in quegli anni, la concorrenza intercapitalistica e l’emergere di una burocrazia improduttiva. Ma si potrebbe aggiungere altro: dal conflitto distributivo alle tensioni monetarie e valutarie, all’erosione che svuota dall’interno i controlli di capitali.

È per questo che Minsky, correttamente, riconduce agli anni Sessanta l’origine della crisi che scoppierà nel decennio successivo. Un elemento importante della disgregazione del capitalismo manageriale è l’accumulazione di fondi per l’affiancamento alla Social Security delle pensioni private, come più in generale la costituzione di fondi del tipo più diverso. Nasce così quel «capitalismo dei fondi pensione», o dei fondi tout court, a cui abbiamo già fatto cenno: il «capitalismo coi soldi degli altri» di cui parla Luciano Gallino o il capitalisme patrimonial di cui parla Michel Aglietta. I gestori finanziari, i c.d. money manager, presiedono ad una gestione attiva dei patrimoni: non privilegiano più gli obiettivi interni (all’impresa o al suo management), e neppure la distribuzione dei dividendi, ma la «valorizzazione» delle attività-capitale, a partire dalle azioni (e cooptano lo stesso management d’impresa via stock option). È un modello ineluttabilmente dominato da un orizzonte di breve termine. In borsa può originarsi improvvisamente un’enorme richiesta di finanziamenti che nessuna banca o istituzione finanziaria può mobilitare. Una storia rivista più volte, a partire dal crollo di borsa dell’ottobre 1987, più grave persino dell’ottobre del 1929, che vide il battesimo di Alan Greenspan. Un capitalismo (quello immortalato dal film Pretty Woman) sempre più prono ad acquisizioni e fusioni, ristrutturazioni finanziarie, e altre manovre che fanno svanire il confine tra finanza e speculazione.

Cresce ovunque il peso dei «mercati» che dominano banche e istituzioni finanziarie, oltre che le imprese (via corporate governance) e gli Stati (mediante il controllo sulle condizioni di rifinanziamento del debito pubblico). Una nuova configurazione del capitalismo che, anche grazie al ruolo della cartolarizzazione (di cui Minsky fornì un’analisi preveggente), è da subito globale. Diviene definitivamente obsoleta la convinzione, ancora oggi diffusa, che i tassi di cambio siano regolati dai rapporti commerciali. Minsky lascia intendere che – in queste condizioni di sempre maggiore incertezza e volatilità l’intervento dello Stato dovrebbe accrescersi, sia dal punto di vista di una responsabilità sostanzialmente diretta dell’investimento in un orizzonte di lungo periodo (anche se non necessariamente nella forma della nazionalizzazione), sia dal punto di vista di chi garantisce il finanziamento alle iniziative imprenditoriali autenticamente innovative, in una sinergia virtuosa: un tema che ritorna, ci pare, nel bel libro recente di Mariana Mazzuccato.

Minsky, il New Deal e il keynesismo

In questo modo di ragionare, il rapporto positivo con il New Deal è cruciale, e il rapporto con Keynes è invece da problematizzare. Vediamo in che senso. Minsky alla domanda che dà il titolo al suo secondo volume Potrebbe ripetersi? ha sempre dato sostanzialmente una risposta negativa, anche se non tranquillizzante, e sinora non ha avuto torto. La banca centrale salverà la casino economy, il governo verrà in soccorso dei profitti. Ciò non ci ha però salvati dalla stagnazione, anche se per ora ha impedito che la Depressione da Minore divenisse Grande (sia detto tra parentesi: molti dei paragoni tra la situazione attuale e quella degli anni Trenta del Novecento sono fuori luogo per molti motivi, tra cui vanno almeno ricordati la presenza di un welfare, gli stabilizzatori automatici e il fatto che allora la percentuale occupata in agricoltura fosse ovunque molto superiore). La sua opinione era peraltro critica del «keynesismo realizzato», e ci torneremo. Possiamo intanto anticipare che una delle ragioni è proprio che il sostegno ai profitti è venuto nella forma di un sostegno generico alla domanda (quando non nella forma di un keynesismo militare, e dello «spreco» alla Baran e Sweezy), mentre il problema della disoccupazione e della povertà è stato aggredito essenzialmente per il tramite dei trasferimenti monetari alle famiglie.

Sta in questo nodo di questioni la ragione per cui il New Deal è un esempio da riproporre, come fu, del resto, in passato in Italia: almeno per chi nell’immediato secondo dopoguerra disegnò il primo intervento nel Mezzogiorno, o per chi poco dopo ragionò di Piano del lavoro. Per seguire meglio il filo del ragionamento di Minsky terremo conto di un suo saggio pubblicato anche in italiano, “Il fallimento della combinazione tra politiche rooseveltiane e keynesiane negli Stati Uniti”, in Trasformazioni e crisi del Welfare State (a cura di Ester Fano, Stefano Rodotà, Giacomo Marramao, Bari, De Donato, 1983: ma l’originale è del 1981, comparso su Telos, n. 50, e intitolato “The Breakdown of the 1960s Policy Synthesis”). Benché il New Deal non fosse a stretto rigore keynesiano – Roosevelt era contrario ai disavanzi di bilancio, e per questo l’esperimento si bloccò tra il 1937 e il 1938 – per altri versi superava Keynes intervenendo direttamente sulla struttura produttiva e sulle infrastrutture, producendo «valori d’uso sociali» e per questa via anche provvedendo ad occupare direttamente i lavoratori disoccupati. Contarono non poco, evidentemente, le lotte dal basso di un sindacato ancora radicale e combattivo.

Per Minsky, che si dichiara a un tempo discepolo di Marshall e Keynes, come di Schumpeter (definito un «marxista conservatore»), il sistema capitalistico rivela pecche radicali e mortali. Può essere «salvato» solo se si interviene attivamente e con decisione sui processi di mercato e sulla stessa composizione del prodotto, oltre che sul suo livello. D’altronde, l’era rooseveltiana di riforme e di innovazione sopraggiunse prima della Teoria generale di Keynes, non poteva giovarsi né ne fu influenzata dall’elaborazione più compiuta dell’economista cantabrigense. Le «riforme» del New Deal non erano attinenti alle politiche fiscali, oltre che monetarie, necessarie per produrre una «ripresa». Aggredivano invece il settore finanziario, istituendo quel sistema di regolamentazioni che sono state poi completamente smantellate, con Clinton che dava loro il colpo di grazia nel suo secondo mandato (l’intervento di Larry Summers ha accelerato l’ultima fase del neoliberismo e ha favorito il carattere devastante della crisi scoppiata poi nel 2007). E contrastavano la flessibilità verso il basso dei prezzi, stabilendo un minimo salariale, incoraggiando i sindacati e sostenendo la cartellizzazione promossa dallo Stato. Nell’insieme di misure di Roosevelt, mentre il sistema della previdenza sociale rispondeva al bisogno di assistenza degli anziani, non giocavano invece un ruolo centrale i sussidi e i trasferimenti monetari alle famiglie, che avevano piuttosto il ruolo di transitorie misure tampone. La lotta alla disoccupazione e alla povertà veniva portata sul terreno di una volontà determinata a perseguire una maggiore e più elevata occupazione. Al concedere un reddito come sussidio si preferiva il provvedere lavoro e quindi un salario.

Minsky, anche prima della crisi del keynesismo realizzato, ha sempre ritenuto che il «liberalismo» e il progressismo di Kennedy e di Johnson con la sua War of Poverty fossero risposte non solo sbagliate, ma anche conservatrici, rispetto al «fallimento» del capitalismo sul terreno della disoccupazione e della distribuzione. Misure «caritative», cieche rispetto all’effettivo modo di funzionare dell’economia e della società capitalistiche. Come si sostiene nei saggi raccolti in questo volume, la Great Society di Johnson, in coerenza con quanto richiesto dai consiglieri «keynesiani» di Kennedy – come James Tobin e Gardner Ackley, Robert Solow e Kenneth Arrow o Arthur Okun – voleva insieme aiutare i poveri, con i trasferimenti alle famiglie, e sostenere gli investimenti, grazie a benefici fiscali che spingessero verso l’alto i profitti. Non poteva che seguirne una compressione dei salari dei lavoratori e dei redditi della classe media, come del loro consumo. Una compressione tanto più violenta quanto più il sistema produttivo veniva trainato dalle spese militari. Come scrive efficacemente Minsky, in questa logica la condizione dei poveri finiva con l’essere migliorata peggiorando quella dei poveri solo un po’ meno poveri. I successi nella lotta alla povertà non sono stati dovuti allo Stato assistenziale, sostiene, semmai (nel periodo in cui questi saggi vengono scritti) all’assenza di serie depressioni. Di qui ancora, secondo l’economista statunitense, l’insorgere di una vera e propria «crisi di legittimazione» del keynesismo anche tra coloro che ne beneficiavano sul terreno dell’occupazione. In queste condizioni, peraltro, si doveva innescare dalla metà degli anni Sessanta una serie di conflitti sul salario, e non solo, che dava vita al circolo aumento dei salari/aumenti dei prezzi, poi degenerato un decennio dopo per l’andamento del prezzo delle materie prime e del petrolio.

Esisteva un’alternativa? Sì, ed essa consiste nel muoversi verso una politica della «socializzazione degli investimenti» e di uno Stato che si fa datore di lavoro di ultima istanza, una sorta di socialismo pratico. Un riferimento teorico di Minsky è pur sempre stato una versione forse emendata del socialismo di mercato di Lange e Lerner dove, pur al di fuori di una logica di nazionalizzazione generalizzata (ma senza escludere che la nazionalizzazione possa essere in alcuni casi praticata), la pianificazione determina ritmo e direzione degli investimenti, mitigando (se non eliminando) il problema della instabilità nella misura in cui investimenti e finanziamento degli investimenti sono tenuti lontani dal mercato. Per muoversi in quella direzione – di un socialismo decentralizzato o, se si preferisce, di un capitalismo interventista guidato: l’economista statunitense è esplicito nel dichiarare che l’etichetta qui importa poco – il perno di una politica per l’occupazione deve essere quello che descrive come un programma, garantito legalmente, di impiego in progetti utili. Ne tratteremo nei prossimi due paragrafi.

La socializzazione degli investimenti da Keynes a Minsky

Minsky affronta nella maniera forse più radicale il nodo della socializzazione degli investimenti nell’introduzione e negli ultimi due capitoli di John Maynard Keynes del 1975, e la questione della lotta alla povertà e di uno Stato come employer of last resort negli scritti di questo volume. La radicalità consiste nel fatto che la socializzazione dell’investimento viene declinata in un modo che si vuole critico rispetto allo stesso Keynes del 1936, e la politica dello Stato per l’occupazione è presentata in contrasto con il keynesismo realmente esistente nella golden age del «fordismo». Vale la pena di segnalare in che modo questa riflessione si situi nel contesto della crisi della teoria economica che esplode tra gli anni Sessanta e Settanta; ma per far ciò si deve prima dire qualcosa del modo in cui la socializzazione degli investimenti compare nel testo di Keynes.

L’ultimo capitolo della Teoria generale si apre con l’affermazione che i limiti principali della società economica in cui viviamo sono costituiti dall’incapacità di dar vita al pieno impiego (senza un intervento attivo dello Stato) e da una distribuzione inegualitaria della ricchezza e del reddito (se non vi sono anche qui interventi correttivi). Lo Stato deve esercitare un’influenza determinante sulla propensione a consumare (per esempio grazie alla tassazione) e sull’investimento privato (attraverso una politica monetaria che conduca al ribasso il tasso di interesse di lungo termine, e perciò all’eutanasia del rentier). Ciò non sarà sufficiente: Keynes era convinto di una tendenza al ristagno nel capitalismo sviluppato. Di qui l’opportunità di una significativa «socializzazione dell’investimento». Keynes qualificava comunque subito il suo discorso. Erano da approvare tutti i «compromessi» e gli strumenti grazie ai quali l’autorità pubblica potesse cooperare con l’iniziativa privata. Certo, alcuni «controlli» andavano stabiliti: ma «bastava» che lo Stato, gradualmente e senza alcuna «rottura» nelle tradizioni della società, muovesse le sue leve tanto quanto era necessario a indurre un pieno utilizzo di capitale e lavoro. A quel punto la teoria tradizionale, neoclassica, tornava ad essere del tutto accettabile, e non si poteva obiettare alle sue tesi sul come gli interessi privati guidassero l’allocazione ottimale delle risorse. Non vi è ragione alcuna per supporre che il presente sistema determini una cattiva distribuzione delle risorse, sostiene Keynes. È nel determinare il volume, e non la direzione, dell’occupazione effettiva che il sistema attuale fallisce.

L’attacco più violento al keynesismo realmente esistente viene nel 1972 da Joan Robinson, una keynesiana di sinistra (oggi verrebbe definita una postkeynesiana, versante inglese). Le sue parole non lasciano dubbi sul fatto che è lo stesso Keynes del capitolo finale della Teoria generale ad essere, almeno in parte, direttamente coinvolto nella critica. Robinson sostiene che nei primi anni Settanta si era nel bel mezzo di una «seconda» crisi della teoria economica. La «prima» crisi ruotava attorno al nodo del livello dell’occupazione: si trattava del fallimento del laisser faire per insufficienza di domanda effettiva. La seconda crisi era tutta diversa, e investiva di petto le carenze della teoria dominante nel trattare il nodo del contenuto dell’occupazione. Era una crisi anche sul terreno della distribuzione. Per portare a casa la sua critica alla teoria neoclassica sul livello dell’occupazione, Keynes aveva dovuto dimostrare che lo Stato può aumentare l’occupazione, che gli investimenti (anche pubblici) inducono una spesa derivata di consumi, e che questa seconda ondata è del tutto indipendente dalla natura dell’impulso iniziale di spesa. Per questo scriveva che scavare buche per poi riempirle andava altrettanto bene, dal punto di vista del suo «modello», di una spesa pubblica che producesse valori d’uso per la società.

Quando i «keynesiani» diventano la nuova ortodossia, e il pieno impiego assurge a obiettivo dichiarato e praticato dai governi capitalistici dei trent’anni successivi alla guerra, tanto conservatori quanto progressisti, si guardano bene dal cambiare la domanda, e passare dalla questione del livello a quella del contenuto dell’occupazione, come secondo Robinson sarebbe stato opportuno. La guerra, scrive, era stata una grandiosa lezione di keynesismo. Se in astratto qualsiasi spesa andava bene, il ruolo trainante lo ebbe però la spesa per armamenti, costruendo il complesso militare-industriale e guadagnandosi il consenso non solo di capitalisti e lavoratori, ma anche degli «economisti» che la consigliavano come profilassi contro la stagnazione e la disoccupazione, infischiandosene della «finanza sana». La spesa in disavanzo favorita dai consiglieri keynesiani e la conseguente centralità del sistema militare-industriale trasformarono il sogno ad occhi aperti di Keynes in un incubo di terrore.

È qui che si inserisce a proposito la ripresa, tre anni dopo, del tema della «socializzazione degli investimenti» da parte di Minsky. John Maynard Keynes è un libro che Minsky andava scrivendo dai primi anni Settanta, in parte nella stessa Cambridge inglese. Keynes proponeva un controllo sociale sull’investimento e sognava una società più egualitaria; e certamente questo messaggio è stato imbastardito da quella sintesi neoclassica che aveva puntato sullo stimolo all’investimento privato per conseguire alti profitti, facendone discendere elevata occupazione e aumento del reddito anche dei ceti più poveri grazie allo «sgocciolamento» in basso (trickle down) della maggiore ricchezza e del maggior reddito dei ceti abbienti. Così la diseguaglianza (relativa) cresceva e il problema dell’impoverimento non era affrontato per la via di una migliore (oltre che più piena) occupazione ma per il tramite di sussidi monetari e «assistenza».

Il problema, insiste Minsky, è che non solo le novità di Keynes erano imprecise e confuse, ma che la stessa «vecchia» teoria era in buona misura ancora lì – e proprio nei punti chiave della teoria degli investimenti, del tasso di interesse, della determinazione dei prezzi delle attività-capitale (capital assets). In parte ciò era voluto, per rendere più accettabile il messaggio ritenuto più urgente sulla politica economica anticiclica; in parte era involontario, per l’incapacità di sfuggire al peso della teoria tradizionale in cui era stato educato. I keynesiani hanno finito con il cancellare lo stesso problema dinamico del ciclo economico, da cui l’opera di Keynes nasceva, per ridurlo ad un orizzonte statico di equilibrio. Lo sgonfiamento prima e la repressione poi (almeno per un po’, sino ai primi Sessanta) della finanza speculativa facilitavano l’illusione ottica di una stabilità permanente. Se Kalecki, in anticipo di trent’anni, ne aveva smontato le basi ingannevoli per quel che riguardava i rapporti tra le classi sociali, Minsky – in anticipo di almeno un decennio, come dimostrano i saggi di questo volume – faceva lo stesso per quel che riguardava il rapporto tra finanza e investimento.

Qui l’autore innestava la sua critica non solo al keynesismo, ma allo stesso Keynes. Non era vero quello che diceva la nuova ortodossia, che bastavano cambiamenti al margine alle istituzioni del capitalismo per garantire che crisi e depressioni fossero roba del passato. Al contrario, era tutto da discutere se le politiche anti-congiunturali potessero essere sostenute nel tempo senza creare altre contraddizioni. Ed era fallace pensare di poter ricacciare sotto il tappeto le domande del «per chi» si dovesse produrre, di «che tipo» di occupazione dovesse essere stimolata, di quale natura dovesse avere il pieno impiego.

Seguiamo il filo del ragionamento di Minsky. Keynes negli anni Venti era un uomo della sinistra. Non più negli anni Trenta, e ciò sicuramente era dovuto anche a quello che era la Russia comunista, centralizzata e autoritaria. La Teoria generale avrebbe reso finalmente obsoleta e inutile la teoria marxiana, con tutte le sue confusioni. Negli anni Venti, in fondo, Keynes flirtava ancora con un socialismo decentralizzato e «umano». Negli anni Trenta ritiene che il mercato risolva in modo soddisfacente il problema di un’allocazione efficiente; che le politiche di pieno impiego che suggerisce facciano un bel tratto di strada per risolvere il problema della giustizia sociale, e che vadano affiancate dalla eutanasia del rentier (politiche che riducano il tasso di interesse), da un’adeguata tassazione diretta e da una incisiva imposta di successione. Il capitalismo come regno della libertà e dell’iniziativa individuale andava «salvato».

Ovviamente, commenta Minsky, l’idea di Keynes che il capitale potesse divenire «scarso» era l’altra faccia della sua ingenua teoria dei bisogni assoluti come «saziabili» (una generalizzazione indebita delle proprie preferenze), mentre al contrario ciò che è avvenuto dopo è l’esplosione, indotta dal sistema stesso, dei bisogni relativi. In ciò hanno svolto un ruolo importante il modo del sostegno statale all’economia come domanda di beni e servizi, il privilegio fiscale dei redditi da capitale rispetto a quelli disponibili per il consumo, la politica di trasferimenti meramente monetari, di cui è stato intessuto il keynesismo. Il disciplinamento dei bisogni che con tutta evidenza sarebbe opportuno non lo si può affidare, come crede Keynes, al mercato, con solo un piccolo aiuto da parte del sistema della tassazione e dei sussidi. Il vantaggio della spesa militare è che distrugge continuamente il suo stesso prodotto, non rientra in circolo (è una politica di investimento adeguata al capitale proprio perché non è utile) e in più favorisce un sistema produttivo ad alta intensità di capitale.

A dover esser messa sul banco degli imputati, secondo Minsky, è la contraddizione palese in Keynes tra l’idea della «socializzazione degli investimenti» e quella secondo cui il mercato svolgerebbe bene il suo ruolo di allocatore delle risorse. Esisteva, ed esiste, un’alternativa (ricompare qui, in forma però originale, il riferimento a Lange e Lerner di cui si è detto in precedenza): un «socialismo di mercato» che controlli i centri di comando (towering heights) e promuova il consumo collettivo (communal consumption); a cui potremmo aggiungere nello stesso spirito il controllo diretto del movimento dei capitali. Ciò che i «keynesiani» hanno perseguito, non del tutto tradendo la lettera di Keynes, è stato il Big Government, uno Stato grande a sufficienza da stabilizzare l’economia e sussidiare il consumo. Un modello di alti profitti/alti investimenti, ed anche elevato «spreco». Un modello, insomma, predicato proprio sull’esplosione dei bisogni relativi, e che sostenendo rendite, interessi e profitti nutre nel suo seno il risorgere della finanza speculativa e di una instabilità sempre più accentuata. Un universo destinato ad una necessaria implosione, e a cui non si può rispondere con la nostalgia di un keynesismo «buono».

È a questo che deve rispondere la «socializzazione degli investimenti», in un senso ben più profondo di quello inevitabilmente aporetico di Keynes. Basta confrontare le frasi di Minsky con quelle di Keynes: occorre, scrive l’economista di Chicago, una economia in cui i settori chiave siano socializzati; dove il consumo in comune (dunque non monetario, ma per così dire provveduto «in natura») soddisfi la parte maggiore dei bisogni privati; dove la tassazione del reddito e della ricchezza sia disegnata per abbattere la diseguaglianza; dove la speculazione nella struttura delle passività sia regolata da leggi che ne definiscano rigidamente l’ammissibilità. Un «capitalismo» del genere può rendere raggiungibile il pieno impiego con meno tensioni e instabilità di quelli emersi nel capitalismo degli anni Sessanta e Settanta. Ed è qui che torna, e sappiamo perché, il riferimento al New Deal. Se si prende però la cosa da questo verso è chiaro che aveva torto almeno in parte Keynes quando nella sua lettera aperta a Roosevelt pubblicata nel New York Times del 31 dicembre del 1933, se giustamente lo invitava a spingere sull’acceleratore della recovery, della «ripresa», discutibilmente gli suggeriva una politica dei due tempi, rimandando a tempi migliori la reform, la «riforma» radicale dell’economia e della società.

Il punto di Minsky è evidentemente che le due gambe – la ripresa e la riforma – debbano camminare insieme. Ci si lasci ricordare che è una ispirazione non lontana dal Piano del lavoro della CGIL disegnato tra la fine della degli anni Quaranta e i primissimi anni Cinquanta, che molto deve all’ispirazione liberalsocialista di Ernesto Rossi o Paolo Sylos Labini. Ma è un filo di pensiero che in modi diversi attraversa il migliore pensiero economico italiano del secondo dopoguerra. Ci basti ricordare telegraficamente Caffè, Graziani, Napoleoni. Federico Caffè era sicuramente un riformista, ma lucido e radicale. L’alternativa che propone è un’economia di piena occupazione, ma è chiaro – aggiunge – che ciò dipende da una riforma fondamentale del contesto istituzionale. Di questa riforma fanno parte controlli sul commercio con l’estero, controlli sui prezzi, controlli sulla localizzazione delle industrie, estensione dell’azione dello Stato anche ai fini della regolamentazione complessiva dell’investimento privato. Forse alludendo, come Minsky, ad Abba P. Lerner, la definisce una vera e propria «economia dei controlli». Di più, si tratterebbe di un’autentica «amministrazione globale dell’offerta».

Da noi l’esempio massimo di un keynesismo «strutturale», mille miglia lontano dal keynesismo corrente, è stato probabilmente Augusto Graziani: non a caso un autore che ha costruito il suo pensiero più originale sulla critica al Keynes della Teoria generale, e sul recupero semmai del Keynes del Trattato sulla moneta. Graziani non ha mai ceduto a illusioni «sovraniste»; né gli si fa un gran servizio nel ridurlo a un postkeynesiano, ad un «eterodosso» tra i tanti, fautore di politiche espansive della domanda effettiva, e magari di una qualche svalutazione corretta «da sinistra». Graziani ha sempre ben chiara la natura di classe delle decisioni politiche; e ha sempre rigorosamente distinto tra governo e banca centrale. Per lui, il conflitto sociale – che si svolge fuori dall’arena del mercato – è di natura, in senso lato, politica: come per Kalecki, il riferimento è non tanto alle lotte sul salario, piuttosto alle lotte nella produzione, che può (e deve) imporre i contenuti della spesa pubblica. Graziani si è inoltre ben guardato dal farsi fautore di un aumento generico della domanda. I fallimenti del sistema privato sono profondi, e i bisogni collettivi sono insoddisfatti: proprio per questo, sostiene, ogni spesa va accuratamente valutata e indirizzata ad una composizione del prodotto che sia socialmente utile. Lo Stato deve inoltre assicurare ai cittadini, per così dire «in natura», la disponibilità reale di beni e servizi, andando al di là di una politica di meri sussidi monetari o di riduzioni fiscali. Per ultimo ma non da ultimo, lo Stato ha la responsabilità di aprire la strada ad un investimento che migliori la qualità strutturale dell’economia in un’ottica di lungo periodo che solo esso può garantire. Di nuovo, siamo nell’orizzonte della «socializzazione degli investimenti» intesa in un senso complessivo e radicale e insieme di una critica del welfare inteso come meri trasferimenti monetari, quale troviamo in Minsky.

Lo stesso Claudio Napoleoni in un suo intervento al CESPE del 1987 sosteneva che l’intervento di risanamento del bilancio pubblico ha senso, da sinistra, solo dentro un’operazione più complessiva, che non solo agisca sulla distribuzione del reddito a favore del lavoro (non disdegnando il conflitto, anzi praticandolo come «vincolo interno»), ma che intervenga anche sulle determinanti strutturali dell’economia e della società. Una politica che riduca la dipendenza dall’estero, che investa in infrastrutture, che governi il mutamento tecnologico in maniera da indirizzare l’aumento di produttività verso un aumento della quota del nuovo valore che va al lavoro, di un minor tempo di lavoro nella sfera della produzione, di una più equilibrata ripartizione del lavoro di riproduzione, di un maggior rispetto della natura. Che cos’è, questa, se non «socializzazione degli investimenti»?

Ultimamente su queste questioni è intervenuto un altro fondatore della teoria del circuito monetario, Alain Parguez. Lo Stato deve farsi «àncora» di uno sviluppo che generi un pieno impiego autentico. Politiche che mirino ad un pareggio o addirittura ad un attivo del bilancio pubblico (le politiche di «austerità») non possono che rivelarsi controproducenti, determinando l’opposto di quel che dichiarano. Deprimendo produzione, occupazione, aspettative, fanno crollare investimenti e consumi. A questo conducono le varie terapie shock, come quella imposta alla Grecia, o le politiche recessive e deflazionistiche in corso. È chiaro che i disavanzi dello Stato, invece di ridursi, si riprodurranno e aumenteranno, in un circolo vizioso, che si rinnova in una caduta libera pregna di drammi sociali e individuali. Sono, questi, dei «cattivi» disavanzi, a cui non corrisponde come contropartita alcuna infrastruttura materiale o sociale. È questo invece ciò che caratterizza i «buoni» disavanzi. I «buoni» disavanzi sono infatti disavanzi voluti, ex ante, pianificati, che si collocano per così dire «naturalmente» in una politica di lungo termine. Sfociano nella produzione di uno stock di risorse tangibili e intangibili, non solo infrastrutture concrete, ma anche investimenti nella ricerca, nell’istruzione, nella salute e così via. Di rimbalzo, possono creare un clima favorevole migliorando le aspettative, e potrebbero così favorire una spesa per investimenti privati, che rimane comunque trainata dal big push del settore pubblico. Tale produzione di valori d’uso sociali va effettuata in disavanzo ma, in realtà, al termine degli effetti che ha indotto, finisce con l’autofinanziarsi – sempre, nelle economie capitalistiche e dunque monetarie, il reddito segue alla spesa, come il risparmio all’investimento, e ancora come le imposte alla spesa pubblica. Ci pare, ancora una volta, una convergenza con Minsky.

Lo Stato come employer of last resort nella deflazione da debiti

I saggi di questo volume si collocano in questo orizzonte, focalizzandosi sulla questione di come lottare contro la povertà e l’impoverimento. L’unico modo efficace, a parere di Minsky, è quello di raggiungere una situazione di pieno impiego «stretto» e vincolante, definito come un eccesso della domanda di lavoro sull’offerta di lavoro, e agendo così sull’occupazione e sul reddito che ne può derivare. La prospettiva di Minsky si oppone frontalmente all’idea, già allora tipica dei «keynesiani» e oggi divenuta religione ancor più rigida, della employability: il problema della disoccupazione viene scaricato sull’offerta di lavoro, non sufficientemente «formata», o dotata delle adeguate «competenze», e così via. Non bisogna cambiare le persone, bisogna cambiare il sistema: e solo dentro una situazione di autentico pieno impiego, procedere ad una migliore qualificazione dei lavoratori. Minsky ha in mente una situazione degli Stati Uniti caratterizzata da grande disponibilità di lavoro di bassa qualificazione (che vuole sia assunto così com’è), il cui salario relativo va peggiorando nel tempo (mentre invece, sostiene, si deve invertire la forbice dei salari), e spesso «di colore»: alcuni suoi saggi sono scritti a ridosso di sommosse nei sobborghi neri, e se ne sente l’eco.

Certamente un aggiornamento delle sue tesi nel nostro paese dovrebbe tener conto di una situazione parzialmente diversa, in cui è più abbondante un’offerta di lavoro qualificata; ma senza dimenticare la questione del lavoro migrante e la questione di genere. Di attualità ci pare, specie nell’Europa di oggi, l’ispirazione minskiana che insiste sulla necessità di creare le condizioni per far crescere il salario meno della produttività nei settori avanzati e aperti alla concorrenza: il che richiede però una forte politica industriale (in senso lato) che consenta il recupero dei settori meno dinamici, e di intervenire su disparità strutturali e squilibri generali. D’altro canto, Minsky – con molta lungimiranza – in queste pagine non soltanto segnala i rischi che una politica di alti profitti/alti investimenti infligge all’ecologia sociale e naturale, ma mette anche sotto accusa la contabilità in termini di PIL di misurare il benessere della popolazione.

Il «Piano del lavoro» di Minsky ha forse il limite di una certa meccanicità. Lo Stato, direttamente o indirettamente, si impegna ad assumere chiunque offra il suo lavoro ad un salario minimo, che diviene così il «pavimento» del salario (come il tasso di interesse di base della banca centrale è il riferimento della struttura dei tassi di interesse). L’occupazione di ultima istanza rischia di ridursi ad una sorta di «polmone», il cui espandersi o contrarsi dipende dal ciclo economico. Ha certo il merito di focalizzarsi sui «valori d’uso sociali» che lo Stato può mettere a disposizione, come anche di privilegiare al suo interno programmi ad alta intensità di lavoro. L’impoverimento verrebbe contrastato non soltanto dando vita a più occupazione e più reddito da lavoro (invece che da sussidio), ma anche accrescendo il reddito reale che viene da loro consumato «in natura». È, a suo modo, l’unica versione accettabile di una politica di «austerità», cioè di sobrietà, dentro una politica di sviluppo qualitativo e non di mera crescita quantitativa.

In uno dei saggi del volume Minsky scrive che il nostro bisogno primario oggi non è produrre di più ma meglio. Siamo, da questo punto di vista, regrediti rispetto al mondo di cui scriveva Minsky, in particolare gli anni Sessanta e Settanta. Ma proprio per questo rimane ancor più vero e urgente quel che Minsky fa seguire a quella frase: che le questioni cruciali sono ancora «per chi», «per cosa» e «come» usare la capacità produttiva. Se la crisi globale non è un epifenomeno, e nemmeno un incidente di percorso, ma crisi strutturale di un intero modello di sviluppo che deflagra – quello neoliberistico, della finanziarizzazione, della commodification, del consumismo sfrenato finanziato a debito, della denormativizzazione – va costruito un modello alternativo. «Il capitalismo ha avuto successo proprio perché è un sistema che può prendere molte forme», dice Minsky in uno dei saggi presenti in questo volume. Dunque, la pluralità di forme possibili – che Minsky inscrive direttamente nell’economia keynesiana, «sottile e complessa», argomentante «un’economia capitalistica finanziariamente sofisticata» aperta all’operatività in una molteplicità di modi – va presa molto sul serio, adottando la prospettiva della «riforma», della «svolta» (overhaul) verso un nuovo modello di sviluppo, con un «intrinseco impegno» alla piena occupazione. Ma come procedere?

Una specifica lezione di Minsky si rivela preziosa. Minsky intreccia nella sua ricostruzione problematiche congiunturali e problematiche strutturali, e su questo intreccio fonda un’interazione analiticamente assai feconda tra breve e lungo periodo. A una simile interazione tra breve e lungo periodo è bene ispirarsi oggi. Nel breve periodo osserviamo immediatamente la connessione tra una trappola della liquidità classicamente keynesiana e le pressioni al deleveraging. Entrati nel settimo anno della crisi globale, «bisogna pensare creativamente e superare i tabù», osa affermare Adair Turner, già presidente della inglese Financial Services Authority, «per esempio il tabù che vieta di stampare moneta per finanziare il deficit pubblico».

Il ragionamento di Turner è il seguente. La crisi globale è stata causata da un enorme incremento non del debito pubblico ma dell’indebitamento privato (sia del sistema finanziario, banche e shadow system, sia dell’economia reale). È l’inevitabile deleveraging (la riduzione della leva finanziaria, ma più in generale la spinta ad uscire dal debito da parte degli agenti) susseguente a una crisi da indebitamento privato a creare così forti pressioni deflattive: una deflazione da debiti, per l’appunto. Prima della crisi l’assunzione prevalente della teoria e della politica economica mainstream era che il crescente indebitamento – concernendo contratti privati tra agenti presupposti razionali – potesse essere, o ignorato (perché, in modelli standard di moneta, inflazione e output reale, l’evoluzione dei mercati finanziari veniva considerata neutrale), o addirittura salutato come benvenuto, perché l’approfondimento finanziario veniva assiomaticamente giudicato benefico in quanto riflettente un completamento del mercato. Se ieri la teoria e la politica economica hanno fallito nel prevenire un eccessivo indebitamento privato rivelatosi alla fine insostenibile, oggi la principale sfida macroeconomica scaturisce dagli effetti deflazionistici del deleveraging del settore privato: il collasso nel credito riflette una riduzione sia dell’offerta (perché le banche fronteggiano sofferenze crescenti) sia della domanda di credito, poiché imprese e famiglie cercano di riequilibrare i loro squilibrati bilanci, a fronte dell’abbassamento del prezzo degli assets e di aspettative ridotte di reddito futuro. Ma proprio il collasso nel credito deprime ulteriormente i prezzi degli asset e la domanda nominale, rendendo più difficile per tutti raggiungere il desiderato deleveraging. Si entra così in uno stallo recessivo che si autocumula.

In situazioni simili la manovra sul classico strumento della politica monetaria, il tasso di interesse, si rivela insufficiente. Le banche centrali hanno utilizzato abbondantemente strumenti aggiuntivi «non convenzionali» (dal quantitative easing – l’acquisto di debito governativo – della Federal Reserve al LTRO (Long Term Refinancing Operation) con cui la BCE fornisce liquidità a tassi favorevoli alle banche commerciali), i quali agiscono sui tassi di interesse e inducono gli agenti a cambiare comportamento, per esempio sostituendo moneta con titoli e riducendo il costo dell’offerta di credito. Ma in condizioni di balance sheet recession (recessione indotta da riequilibrio dell’indebitamento) aumenta considerevolmente l’inelasticità degli operatori dell’economia reale ad ogni ulteriore caduta dei tassi di interesse. Nella misura in cui titoli privi di rischio e moneta diventano perfetti sostituti, si approfondisce la «trappola della liquidità» in cui siamo entrati, e in cui ogni nuova sostituzione di moneta con titoli ha effetti minimi sui comportamenti. D’altro canto, il sostegno monetario e il sussidiamento del credito da parte delle banche centrali funzionano stimolando un paradossale nuovo aumento dell’indebitamento, il quale può vieppiù rafforzare la vulnerabilità all’instabilità finanziaria ed economica.

Qui riemergono le domande cruciali che già si poneva Minsky. Ha senso continuare ad assumere come appropriati i fini e gli strumenti dell’ortodossia? Non è meglio prendere atto che in un ciclo di deleveraging le economie soffrono di profonde recessioni, a meno che i governi non si dispongano a larghi disavanzi (i quali, d’altro canto, tendono ad aumentare in ogni caso, poiché la recessione riduce le entrate e accresce le spese governative per gli stabilizzatori automatici)? Il deleveraging post-crisi – reputato essenziale per riconquistare la stabilità finanziaria di lungo termine – crea un ambiente macroeconomico immensamente rischioso, in quanto le sofferenze della bassa crescita possono durare non per anni ma per decenni. Esistono però politiche alternative, le quali possono effettivamente stimolare la domanda e con implicazioni meno dannose di quelle incubate dalle misure monetarie. Si tratta di politiche connotate dalla medesima «non convenzionalità» che caratterizza le prassi monetarie odierne: ci riferiamo a politiche macroeconomiche volte, mediante uno stimolo fiscale pubblico, a mettere direttamente potere di spesa nelle mani di famiglie e imprese (piuttosto che con i meccanismi indiretti di creazione di credito, ricomposizione del portafoglio, effetti ricchezza). Uno stimolo fiscale diretto «monetizzato», dice Turner, ovvero apertamente finanziato con la creazione di moneta. L’importante, nella logica minskiana, è che questa manovra si orienti a scopi produttivi precisi. Ben Bernanke non aveva forse immaginato già nel 2002, riflettendo sull’ultradecennale stagnazione giapponese, «uno stimolo fiscale monetizzato a supporto di programmi di spesa, per esempio per facilitare una ristrutturazione industriale»?

Il punto cruciale è, insomma, riprendere dall’insegnamento di Minsky la spinta ad estendere la «non convenzionalità» anche alle politiche economiche, macro e micro. E qui l’attenzione torna a vertere su «che cosa» e «come» nel breve periodo prepara il lungo periodo. Nel breve, infatti, si riproducono condizioni impressionantemente analoghe a quelle studiate da Keynes e da Minsky: la distruzione di valore patrimoniale netto e l’illiquidità feriscono tutti gli operatori, gli investimenti crollano ma i profitti non flettono – al punto che Krugman parla di profits without production –, la riduzione del reddito e la disoccupazione di massa scaturiscono dalla trasmissione delle turbolenze finanziarie all’economia reale e dalla deflazione da debito. Per evitare che le forze destabilizzanti prendano il sopravvento l’ipotesi keynesiana e minskiana dell’intrinseca instabilità del capitalismo prevede, anziché solo nuove regolazioni, la necessità di uno stimolo fiscale pubblico di grandi dimensioni, quell’intervento diretto dello Stato – che oggi in Europa dovrebbe configurarsi alla scala di una statualità europea – che, preteso anche e soprattutto dai neoliberisti quando si tratta di salvare le banche e gli operatori finanziari, per altre finalità si vorrebbe invece far «arretrare» con tagli di spesa e privatizzazioni.

Lo Stato come employer of last resort per la costruzione di un nuovo modello di sviluppo

Per il lungo periodo si tratta di traguardare quantitativamente e qualitativamente a protratta scadenza i programmi adottati nel breve. Lo stesso Keynes auspicherebbe piani di spesa pubblica diretta per il lavoro e per gli investimenti, finanziati in disavanzo con nuova moneta, piuttosto che una spesa generica e non produttiva tenendo così congiunti il lato della domanda e quello dell’offerta, tanto più in una fase di squilibri nella capacità produttiva tra eccessi in alcuni settori e deficit in altri. Per Keynes come per Minsky, infatti, solo un regime di pieno impiego dei fattori della produzione giustifica il principio del pareggio di bilancio (riferito alla sola spesa corrente), che in ogni caso non può valere per gli investimenti pubblici, vero traino dello sviluppo economico in una fase in cui si tratta non solo di rilanciare la crescita ma di cambiarne la qualità e la natura, generando un nuovo modello di sviluppo che si consolida nel tempo.

Così l’interazione tra breve e lungo periodo su cui insiste Minsky può prendere corpo nella «socializzazione degli investimenti», la quale, destinata a riqualificare l’offerta e ad aumentarne la produttività, al tempo stesso sostiene la domanda contenendo l’inflazione e riduce progressivamente il rapporto debito/PIL. Una simultanea «socializzazione dell’occupazione» fa sì che l’operatore pubblico si debba dotare di un «Piano del lavoro» per la miriade di obiettivi che attendono solo agenzie e strutture che se ne prendano cura: tecnologie verdi, energia, infrastrutture, trasporti, salute, educazione, servizi sociali. Il punto è che per contrastare lo sconvolgimento epocale che la crisi globale sta provocando non bastano strategie difensive, occorre una rivoluzione culturale che faccia uscire dall’inerzia e dall’afasia, inducendo a riscoprire la discriminante destra/sinistra nello sviluppo dei «beni pubblici», dei beni sociali, dei «beni comuni». Vediamo in che senso.

La problematica dei «beni pubblici» sta molto a cuore a Minsky, che vede il loro deterioramento come una delle caratteristiche più negative dei processi economici in corso, e che colpiscono in particolar modo la condizione dei ceti medi e dei poveri, più dipendenti dei ceti benestanti da tali beni. Ciò è una conseguenza della definizione di benessere adottata dalla teoria economica standard che basandosi sui due fondamentali costrutti individualistici delle «preferenze rivelate» e delle «funzioni di produzione» – ha come unità di base l’agente rappresentativo atomizzato e come scopo unico dell’attività economica l’accrescimento della ricchezza privata e non il consesso umano collettivo e obiettivi sociali. Minsky ricostruisce così le sequenze concettuali di base dell’economia tradizionale: le famiglie non sono embedded (parola polanyiana) in una società che crea e definisce bisogni e desideri (wants), ma hanno preferenze che cadono come manna dal cielo; il risparmio, gli investimenti e la distribuzione del reddito sono incorporati nel sistema di preferenze e nella funzione di produzione e pertanto si è esentati dal trattarli come problemi; lo scambio di merci è visualizzato come processo di scambio bene contro bene con contrattazione perfetta cosicché ciascun agente riceve il miglior insieme possibile di beni; l’enfasi sul possesso delle merci come esplicazione del benessere consente di costruire il PIL come sola somma del valore delle merci e dei servizi prodotti senza alcuna considerazione di esternalità, beni pubblici, beni comuni. Come non è trattato il degrado ambientale, non c’è alcuno spazio per la considerazione di beni liberi e non appropriabili e c’è, viceversa, un bias per cui si tende a valutare positivamente il consumo privato e a svalutare il consumo collettivo, mentre il PIL viene in se stesso distorto per dare un grande peso all’output prodotto privatamente piuttosto che all’uso pubblico alternativo delle risorse.

Minsky – richiamandosi a Marshall – ne conclude che abbiamo bisogno di visioni differenti, le quali assumano un’idea dell’uomo come essere sociale vivente in unità famigliari con bisogni e desideri mutevoli e soddisfacibili in vari modi: visioni proprie di una più ampia concezione di comportamenti collettivi, civili e pubblici, conducenti egualmente a soddisfazione e benessere. La teoria economica deve essere in grado di compiere distinzioni fondamentali: la spesa militare non contribuisce al benessere, mentre contribuiscono al benessere parchi, beni culturali, strade, spazi pubblici, scuole, ospedali. Se non sa compiere tali distinzioni, una teoria economica non è utile e non può proporsi come guida per la scelta delle priorità.

Oggi Minsky ci spingerebbe a portare avanti il ragionamento. Se crollo degli investimenti e debolezza della domanda privata di lavoro fanno sì che la priorità delle priorità sia il lavoro, per corrispondere a tale priorità va invertito l’ordine dei fattori e pertanto va rovesciato il paradigma analitico e teorico: non rilanciare la crescita (quantitativa) per generare lavoro ma creare lavoro per rilanciare lo sviluppo (qualitativo, e non solo quantitativo). Di fronte all’eccezionale criticità della situazione occupazionale non appare adeguata l’inerziale ripetizione di misure che già in passato si sono dimostrate fallimentari, volte a sollecitare in modo incrementale l’employability e l’attivazione dei soggetti, interne all’armamentario di quella supply side economics – flessibilizzazione del mercato del lavoro, concorrenza, liberalizzazioni e privatizzazioni – che è stata uno dei pilastri dell’austerità autodistruttiva di marca tedesca. Nella situazione straordinaria nella quale siamo occorre avere chiaro che sviluppo e lavoro, e pertanto investimenti e produttività, si rilanciano solo con politiche straordinarie trainate da un motore pubblico e volte a imprimere all’economia e alla società un big push che contempli anche misure di creazione diretta di lavoro per giovani e donne, attivando lo Stato «socializzatore» dell’investimento, della banca e dell’occupazione di cui parlò Minsky. Un big push non può che essere opera dell’operatore pubblico e deve esprimersi in primo luogo in investimenti pubblici ad alta intensità di lavoro, i quali creino le basi di un nuovo modello di sviluppo che privilegi la domanda interna sulle esportazioni, intervenga tanto sulle questioni di domanda che su quelle di offerta, premi i consumi collettivi su quelli individuali.

Se l’armamentario della supply side economics tipico della destra «meno tasse, meno Stato, più mercato» – considera la spesa pubblica il nemico da distruggere e il «perimetro pubblico» quello da far arretrare mediante privatizzazioni, più di una consonanza con esso possono avere misure di generico rilancio della crescita affidate invece che a una mobilitazione diretta dei fattori della produzione, lavoro e capitale, operabile solo dalle politiche pubbliche – a una loro sollecitazione indiretta che associ a benefici fiscali in tutte le direzioni nuovi programmi di privatizzazioni. In entrambi i casi l’ingrediente che manca è un impegno esplicito e vero a quello che Minsky chiama «stretta» (tight) piena occupazione e che noi possiamo ridefinire come «piena e buona occupazione», obiettivo per il quale è essenziale l’azione pubblica diretta, da tradursi in un grande Piano per il lavoro – incorporante anche una iniziativa per il servizio civile come era nella proposta di Esercito del lavoro di Ernesto Rossi – e in politiche industriali per la reindustrializzazione e la terziarizzazione qualificata dell’Italia che utilizzino quel che resta della grande impresa nazionale e rilancino la Ricerca e Sviluppo.

Sotto questa luce la riduzione delle tasse si rivela una scelta «povera», poiché si limita ad accrescere il potere di spesa di quelli che hanno reddito, senza creare direttamente lavoro là dove manca ed è richiesto e senza intervenire sui nodi strutturali. Di più, Minsky, in uno dei saggi raccolti in questo volume, ricorda che il taglio delle tasse equivale a far slittare il comando delle risorse dalle mani pubbliche a quelle private e da questo punto di vista tagli delle tasse e privatizzazioni sono fratelli gemelli. In verità, la guerra alla disoccupazione continua a non essere tra le preoccupazioni centrali dei governi europei. Se la si assumesse come obiettivo politico strategico, i pesi relativi di altre politiche verrebbero riconsiderati. L’enfasi dovrebbe andare sul lato della spesa governativa per investimenti e per creare lavoro. In particolare i programmi di spesa dovrebbero consistere in grandi progetti sulle criticità fondamentali del paese riqualificazione ambientale, territori, città, cultura, istruzione, Ricerca e Sviluppo – e impiegare direttamente i lavoratori, soprattutto giovani e donne, privi di lavoro. Oggi l’esigenza di un motore pubblico per gli investimenti e la possibilità di generare occupazione si configurano come un binomio inscindibile. La riaffermazione di una progettualità di alto profilo deve esprimersi nell’identificazione delle condizioni di un nuovo modello di sviluppo che faccia perno sulla piena e buona occupazione non in termini irenici, ma nella piena consapevolezza che la sua «intrusività» rispetto al funzionamento del capitalismo è massima proprio quando il sistema economico non crea naturalmente occupazione e si predispone alla jobless society che i democratici americani, però, non esitano a configurare come job catastrophe.

Per tutte queste ragioni occorre rilanciare un nuovo intervento pubblico. La creatività istituzionale del New Deal di Roosevelt – non poco stimolata da un vivace conflitto sociale, e che tanto influenzò la vita e il pensiero di Minsky – è un antecedente a cui ispirarsi. Allora la maggior parte delle iniziative di creazione di lavoro venne promossa dal governo federale, ma fu sponsorizzata dai governi locali e da agenzie federali, e intrapresa anche da organizzazioni non governative. I programmi vennero modellati sulla base delle esigenze delle comunità: child care, health care, education, recreation, elder care, cultural enrichement, construction works, conservation measures, existing parks, new parks, public spaces. Si diede vita a soggetti che realizzarono risultati straordinari: la Civil Works Administration (CWA, organizzata in CWA worker e CWA white collar), la US Coast and Geodetic Survey, il National Park Service, la Library of Congress, il Public Works of Art Project (che diede lavoro a 3.000 artisti disoccupati) e così via. Anche il Piano del lavoro lanciato dalla CGIL nel 1949-50 aveva un simile spessore nella sua trama analitica e progettuale, frutto della collaborazione degli economisti più innovativi del tempo Breglia, Steve, Fuà, Sylos Labini, ecc. – provenienti dalle file del cattolicesimo democratico, del Partito d’Azione e di Giustizia e Libertà, del socialismo eterodosso. È da segnalare che il Piano del lavoro del 1949-50 venne, invece, accolto (con una paradossale convergenza) dall’ostilità di De Gasperi e della DC di centrodestra e dalla freddezza di Togliatti e del PCI, nel quale una singolare inclinazione «liberaleinaudiana» – frutto della persistenza di una cultura economica di matrice veteromarxista e terzinternazionalista, a vocazione antimonopolistica e critica del capitalismo monopolistico di Stato – si era tradotta in una sordità verso le correnti keynesiane che venivano allora dagli USA, dal Regno Unito, dalle socialdemocrazie scandinave (queste ultime all’avanguardia nelle realizzazioni del welfare state).

La creatività istituzionale del New Deal, così come l’inventiva del Piano del lavoro della CGIL del 1949 e quella con cui Ernesto Rossi coniugava la sua proposta di «Esercito del lavoro» alla generalizzazione del servizio civile, possono essere le fonti di inesauribile modernità a cui ispirarsi. L’idea del lavoro da creare deve essere molto ampia, comprensiva di attività spesso considerate non lavoro e non retribuite. I progetti vanno costruiti su una miriade di esigenze, dalle reti alla ristrutturazione urbanistica delle città, dalle infrastrutture alla riqualificazione del territorio e del patrimonio culturale, dai bisogni emergenti – attinenti all’infanzia, all’adolescenza, alla non autosufficienza – al rilancio a fini di sviluppo del welfare state, per il quale, invece, vanno contrastate le persistenti intenzioni di privatizzazione, per esempio nella sanità. Un europeo può partire dai bisogni più urgenti: riassetto idrogeologico del territorio, risparmio energetico, reti, infrastrutture. Per l’Italia, ad esempio, sarebbero molto importanti la riqualificazione e la manutenzione del patrimonio scolastico (qui due edifici su tre hanno più di trent’anni, mille scuole sono state costruite nell’Ottocento e più di tremila tra la fine dell’Ottocento e il 1920, di quasi settemila edifici non si conosce neanche la data di costruzione). Sempre in Italia l’apporto occupazionale che può dare la pubblica amministrazione può essere immediato e a costo zero. Per avere 90 mila giovani occupati in più, basterebbe estendere a tutto il territorio nazionale la proposta della Toscana: consentire di andare in pensione nei prossimi tre anni a 20 mila dipendenti pubblici oggi costretti dalla riforma Fornero a prolungare l’attività lavorativa, con una riduzione del loro costo medio da 32 mila euro a testa a 24 mila e un risparmio medio di 8 mila. Poiché ogni tre lavoratori in pensione consentono di recuperare 24 mila euro, pari al costo di un giovane appena assunto, si potrebbero assumere nel triennio 7 mila giovani.

Tutto questo va controcorrente? Certamente sì, ma proprio qui sta la suggestività della sfida. In ogni caso l’importante è cominciare, anche perché, come ci insegna Minsky, qui il gioco è davvero a somma positiva: le energie e le forze rispondono a un appello alla mobilitazione. Una volta sollecitate, non solo non si esauriscono, ma si riproducono moltiplicandosi. 

Note

[1] Lo scopo della nostra introduzione all’edizione italiana non è quello di contestualizzare i saggi di questo volume e tanto meno di ripercorrerne le argomentazioni. Per questo rimandiamo all’eccellente introduzione all’edizione originale di L. Randall Wray, come anche alla prefazione di Dimitri B. Papadimitriou del Levy Economics Institute del Bard College (dove si trova l’Archivio Minsky), entrambe qui tradotte. La nostra intenzione è piuttosto, dopo che il ritorno della grande crisi capitalistica ha stimolato una ripresa di interesse nei confronti di Minsky, quella di collocare gli scritti che seguono all’interno del percorso più generale della riflessione dell’economista statunitense, e di fare qualche cenno ad un possibile utile «uso» di Minsky oggi in Italia. Ringraziamo AnnaMaria Variato per un’attenta lettura dell’introduzione e per i suoi commenti, di cui abbiamo cercato di tenere conto nella misura del possibile. 


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