giovedì 18 aprile 2013

Ancora sul rapporto Marx - Smith. (Maurizio Bosco)



Marx e Smith

La lettura che Marx effettua sull’opera di Smith è particolarmente indicativa del modo in cui Marx, a partire del risultato dell’avanzamento teorico e della chiarificazione concettuale a cui è giunto, interroga il pensiero dell’economia politica borghese, mostrandone gli aspetti tautologici, fermi alla pura apprensione della “fenomenologia” del meccanismo esteriore della società di scambio, eppure non privo di problematiche e tensioni interne. La stessa contraddittorietà ed oscillazione concettuale evidenziata seguendo l’esposizione di Smith è, per Marx, elemento esplicativo dei limiti e della specifica prospettiva storica, nel prodursi di una teorizzazione che, pure non priva di una generale intuizione sull’origine della ricchezza sociale, non riesce a guadagnare una completa consapevolezza e coerenza interna. Giusta la sottolineatura che, nello scritto di Stefano Garroni, è operata sull’aspetto del “metodo” di lettura di Marx, il quale, ben lungi dal concretizzarsi nella semplice critica esteriore dell’opera di Smith, secondo un enunciazione di “tesi” contrapposte, si mostra, piuttosto, come un movimento “all’interno” dello stesso evolversi della concettualizzazione dell’autore, vorrei provare a tracciare una linea di lettura, più “discorsiva” dei temi toccati, che possa costituire una traccia  alternativa all’interno della ricostruzione di Stefano e contribuire a focalizzare alcuni snodi concettuali che nel suo testo non mi paiono sufficientemente illuminati.

Marx, in dialogo con Smith, che ha già, a suo tempo, colto come la fonte di ogni ricchezza sia costituita dal lavoro umano (e sociale, nella sua divisione di specializzazioni tipologiche), manterrà fermo l’apporto corretto della stessa determinazione di Smith rispetto al rapporto tra lavoro come “sostanza” del valore e “tempo di lavoro” (contenuto) come “misura” del valore (di scambio) delle merci. In forza di questo determinazione fondante, è possibile “simularne” la tenuta esplicativa, come il modo di evidenziarsi ed occultarsi della stessa determinazione, nelle forme e momenti  diversi entro i quali si presentano il sistema della produzione e riproduzione sociale, il rapporto degli uomini con le condizioni di lavoro ed il loro rapporto reciproco in società, attraverso il quale, mediante lo scambio, possano appropriarsi di beni (valori d’uso), prodotti da altri, necessari a soddisfare bisogni sempre più differenziati e sviluppati.

Poiché i valori d’uso, in quanto apprezzati soggettivamente in base al “valore” che ciascuno attribuisce all’oggetto in vista del suo godimento (consumo), non sono misurabili e quindi non sarebbero commisurabili  in vista dello scambio, è dentro il legame sociale che si stabilisce la sostanza comune e universale che consente di renderli equivalenti al di là delle specifiche caratteristiche naturali e singolari. Tale sostanza è il tempo di lavoro (oggettivato nella merce) che è reciprocamente riconosciuto come necessario a formare l’oggetto di consumo.

Qualora i produttori fossero pensati come operanti in condizioni tali da consentirgli di appropriarsi dell’intero “valore” dei beni prodotti attraverso il loro lavoro (ossia di quanto risultato dall’intero tempo di applicazione del proprio lavoro, indifferentemente dalla concretezza del suo contenuto), lo scambio di x quantità della merce M contro y quantità della merce M’ potrebbe rendersi possibile sulla base dell’equivalenza dei pari tempi di lavoro contenuti nelle due porzioni di merci scambiate, o, secondo l’altro aspetto della determinazione del legame e dell’interdipendenza sociale, a cui Smith guarda , la quantità di lavoro che ho impiegato per produrre xM mi consentirebbe di “comandare”, ossia di godere dei frutti, della quantità di lavoro erogata (al mio posto) da colui che scambia con me la quantità yM’ della sua merce.



Scrive Marx (Grundrisse 3.1)

“Di fatto, finché la merce o il lavoro sono ancora determinati soltanto come valore di scambio, e la relazione attraverso cui le diverse merci vengono riferite l’una all’altra è determinata come scambio reciproco di questi valori di scambio, come loro equiparazione — finché ciò accade gli individui, i soggetti tra cui ha luogo questo processo sono determinati soltanto come semplici individui che scambiano. Non esiste assolutamente alcuna differenza tra loro finché si considera la determinazione formale, che è la determinazione economica, la determinazione in cui essi sono reciprocamente legati nel rapporto di traffico; l’indice della loro funzione sociale o della loro relazione sociale reciproca. Ciascuno dei soggetti è un individuo che scambia; ciascuno cioè ha con l’altro la medesima relazione sociale, che questi ha con lui. Come soggetti dello scambio dunque la loro relazione è quella di uguaglianza - È impossibile scorgere una qualsiasi differenza oppure antitesi tra di loro, e nemmeno una diversità. Inoltre le merci che essi scambiano sono, in quanto valori di scambio, degli equivalenti, o per lo meno valgono come tali (nella valutazione reciproca potrebbe nascere soltanto un errore soggettivo, e qualora un individuo truffasse l’altro, ciò accadrebbe non in virtù della natura della funzione sociale nella quale entrambi si contrappongono, —giacché essa è identica, e nel suo ambito essi sono uguali — bensì soltanto in virtù della naturale scaltrezza o capacità di persuasione, e insomma della superiorità puramente individuale dell’uno sull’altro. La differenza sarebbe una differenza naturale che non riguarda affatto la natura del rapporto in quanto tale, e che — si potrebbe dire spingendo lo sguardo verso sviluppi ulteriori — nemmeno con la concorrenza si affievolisce e perde la sua potenza originaria). Finché si considera la forma pura, il lato economico del rapporto — il contenuto, al di fuori di questa forma, propriamente esula ancora completamente dall’economia, o è posto come contenuto naturale distinto da quello economico, talché di esso si può dire che è ancora del tutto separato dal rapporto economico perché ancora coincide immediatamente con esso —, vengono in luce soltanto tre momenti, che sono formalmente distinti: i soggetti dello scambio, ossia gli individui che scambiano, posti nella medesima determinazione; gli oggetti del loro scambio, ossia i valori di scambio, gli equivalenti, i quali non solo sono uguali, ma anche debbono esserlo espressamente, e sono posti come uguali; infine l’atto dello scambio stesso, ossia la mediazione attraverso cui i soggetti vengono posti appunto come individui che scambiano, come uguali, e i loro oggetti come equivalenti, come uguali. Gli equivalenti sono l’oggettivazione dell’un soggetto per l’altro; ossia essi stessi hanno il medesimo valore e si confermano nell’atto dello scambio come equivalenti e nello stesso tempo come indifferenti l’uno all’altro. I soggetti sono l’uno per l’altro nello scambio solo mediante gli equivalenti, sono equivalenti e si confermano come tali mediante lo scambio dell’oggettività, in cui l’uno è per l’altro. Poiché sono l’uno per l’altro solo come equivalenti, possessori di equivalenti che confermano questa equivalenza nell’atto dello scambio, essi
sono, come equivalenti, nello stesso tempo indifferenti l’uno all’altro; la loro ulteriore differenza individuale non li riguarda affatto; essi sono indifferenti a tutte le loro ulteriori particolarità individuali”.

Smith si pone innanzitutto di fronte a tale determinazione formalmente “astratta” del momento dello “scambio”, in cui la stessa struttura sociale si presenta, innanzitutto, come caratterizzata da un insieme di soggetti posti nella medesima determinazione comune. Siamo nell’ambito della sfera della circolazione che è insieme conseguenza e presupposto per l’articolazione del rapporto di produzione capitalistico.

Si badi bene, infatti, che tale scenario, apparentemente primitivo e vicino ad una certa naturalità (od anche ad una prospettiva di tipo “socialista” della appropriazione da parte di ciascuno dell’intero valore prodotto dal suo lavoro) è ben lungi dall’essere riscontrabile in stadi storici predenti a quelli in cui la generalizzazione degli scambi e dell’interdipendenza dei singoli, o delle comunità in contatto tra loro, rende possibile la vigenza di un tale rapporto in cui un tempo di lavoro concreto “a” può comandare (o equivalere) ad un eguale tempo “a” di un qualsiasi altro lavoro concreto[1].

Di fatto è appunto in tale configurazione storica che il lavoro “astrattamente umano” lavoro sans prhase diviene un’astrazione storicamente realizzatasi, proprio sulla base di un intero sistema di produzione e di distribuzione delle “ricchezze”, dei beni prodotti dal lavoro sociale, che realizza le condizioni di base per l’affermazione del modo di produzione specificatamente capitalistico, come modo in cui la produzione del potenziale sovrappiù rispetto a quanto necessario a soddisfare i bisogni del singolo produttore (o di comunità specializzate), giusta la prospettiva dello scambio, diviene sia il possibile strumento per la possibilità di un accaparramento del “valore” creato, che diviene fine in se della stessa produzione. E’, quindi, sulla base di tale generalizzazione del rapporto di scambio che possa determinarsi l’opportunità di uno scambio “diseguale”:
-          In virtù della mera opportunità offerta dagli squilibri delle posizioni tra coloro che commerciano (il “furto” naturalmente insito nel commercio come attività basta sul comprare per vendere o vendere per comprare) o anche, attraverso la mediazione dell’equivalente generale autonomizzatosi nella forma denaro, rompendo il nesso immediato tra acquisto e vendita dello scambio semplice. Posso acquistare senza vendere immediatamente, o vendere accumulando denaro (capitale) senza riimmetterlo nel processo di valorizzazione attraverso l’acquisto della forza lavoro;
-          ad un livello più profondo e decisivo, in virtù della generalizzazione della particolare forma di “scambio” all’interno del rapporto di capitale, tra lavoro oggettivato e lavoro vivo per l’appropriazione di parte della ricchezza (valore) socialmente prodotta.

E’ questo secondo lato che è decisivo. Qui il passaggio dal concreto all’astratto, che opera  Marx, cogliendo la determinazione astratta del lavoro come “genericamente umano”, gli consente, nel ritorno alla lettura dei singoli momenti concreti, in particolare quello della produzione nella forma capitalistica, di coglierne la distinguente specificità.

D’altro canto lo stesso Smith si trova di fronte alla specifica e concreta articolazione storica di blocchi di figure sociali che appaiono caratterizzare specifiche sfere della produzione, specifiche differenze tra figure del lavoro  e specifiche forme in cui si presenta il compenso del lavoro (che occulta la sostanza di valore e si configura come forma visibile della distribuzione della ricchezza prodotta) in termini di danaro (salario, profitto, rendita): articolazione concreta di cui però non riesce  a cogliere i nessi sostanziali che si presentano nelle forme di superficie.

E’, in generale, questione che richiede il massimo sforzo, anche per una adeguata comprensione dell’ esposizione (Darstellung) delle forme via via più concrete ed articolate che Marx presenta all’interno dello sviluppo de Il Capitale, quella di dover seguire, nella considerazione, come la forma e la sostanza di valore si conservi anche quando non è più immediatamente riconoscibile nelle trasformazioni che il suo presentarsi subisce nel passaggio a dimensioni più complesse e diversamente contraddittorie della rappresentazione fenomenica. E’ qui che anche gli economisti  borghesi successivi a Marx, falliscono nella comprensione del metodo e della logica di esposizione, fermandosi ad una lettura unilaterale della fenomenologia dello scambio e del mercato, a partire dalla quale si occultano i livelli più astratti ed essenziali, in una equivoca comprensione del rapporto tra forma e contenuto concettuale (si pensi, ad esempio, alla annosa questione della trasformazione di valori in prezzi). Tali posizioni risultano, di fatto, persino più concettualmente arretrate di quelle dell’economia classica (da Smith a Ricardo) che almeno non eludeva, a fronte  della contemporanea problematica storica, e sia pure in modo contraddittorio la questione dell’inquadramento delle categorie fondamentali della produzione.

A conferma del fatto che la realtà dell’organizzazione sociale può essere colta solo nella totalità delle sue determinazioni ed articolazioni e che quindi ogni forma di “distribuzione” delle ricchezze prodotte, mediata dallo scambio, è articolata ad una specifica forma dei rapporti di produzione, risulta che è proprio il momento della “produzione”, nella sua struttura speciale di rapporti capitalistici, a non essere adeguatamente problematizzato in Smith e che, quando a partire dall’astrazione unilaterale della forma che si presenta dallo scambio si debba ornare tornare a spiegare le particolarità dei momenti che sono esclusi dall’ambito proprio della circolazione, il presupposto rende impossibile coglierne la specificità, e le relative categorie, che entro un certo ambito risultavano consistenti, diventano vuote o contraddittorie.

Va infatti evidenziato, come risulta da una corretta comprensione dialettica dell’uso delle categorie, che sebbene lo scambio di merci generalizzato appare senz’altro forma fenomenica del modo di produzione capitalistico (è noto l’incipit de il Capitale: “La ricchezza delle società in cui predomina il mpc si presenta come un immane raccolta di merci”), l’esame del solo rapporto di scambio non consente di penetrare la struttura del mpc, a meno che non ci si interroghi sull’“arcano” dell’oggetto merce (che a livello dello scambio è già “naturalizzato”) e non lo si faccia a partire dal guardare nel “luogo” della sua produzione, in cui solo appare la particolare funzione conseguente all’acquisto della particolare “merce” “forza lavoro”, a tutte le altre a sua volta assimilata con la generalizzazione delle forma di lavoro salariata. Tale peculiare scambio (acquisto e vendita della forza lavoro) lungi dal violare la forma  generale secondo cui le merci si scambiano a parità di valore  e che il loro valore è dato dal tempo di lavoro necessario a produrle, in esse oggettivato, avviene esattamente nel rispetto di tale forma: il valore (tempo di lavoro oggettivato nelle) delle merci che il lavoratore si potrà appropriare attraverso l’impiego del salario che gli è corrisposto equivale, appunto, al tempo di lavoro oggettivato che è necessario per “produrlo” quale merce che incarna la “forza lavoro” che egli vende al capitalista.

Scrive Marx  (Grundrisse 3.2.15):

“Ciò che l’operaio scambia con il capitale è il suo stesso lavoro (nello scambio, la disponibilità su di esso); egli lo aliena. Ciò che riceve come prezzo, è il valore di questa alienazione. Egli scambia l’attività creatrice di valore con un valore predeterminato indipendentemente dal risultato della sua attività. Ma com’è determinato il suo valore? Dal lavoro oggettivato contenuto nella sua merce. Questa merce esiste nel suo organismo. Per ottenerla dall’oggi al domani — qui non abbiamo ancora a che fare con la classe operaia, e quindi con il risarcimento del suo uso e consumo affinché possa conservarsi come classe, giacché qui l’operaio si contrappone al  capitale come operaio, e perciò come soggetto perenne presupposto, non ancora come individuo transeunte della specie operaia —, egli deve consumare una determinata quantità di mezzi di sussistenza, ricostituire il sangue consumato ecc. Egli riceve soltanto un equivalente. Quindi, domani, una volta compiuto lo scambiò — e solo quando ha concluso formalmente lo scambio egli lo realizza nel processo di produzione — la sua capacità di lavoro esiste tal quale era prima: egli ha ricevuto un esatto equivalente, giacché il prezzo che ha ricevuto lo lascia in possesso del medesimo valore di scambio che egli aveva prima. La quantità di lavoro oggettivato che è contenuta nel suo organismo gli è stata pagata dal capitale. Una volta consumata, e poiché essa non esisteva in forma materiale ma come capacità di un essere vivente, l’operaio, in virtù della natura specifica della sua merce — della specifica natura del processo vitale — può rinnovare lo scambio”.

E, quindi chiaro che lo “scambio” tra capitale e lavoro è solo formalmente uguale allo “scambio” semplice, ma in realtà costituisce un processo del tutto diverso, corrisponde ad una categoria differente, di significato, diremmo, “sociale”.

Scrive, ancora, Marx  (Grundrisse 3.2.6):

Il valore d’uso che si presenta di fronte al capitale inteso come valore di scambio realizzato, è il Lavoro. Il capitale si scambia, ovvero in questa determinatezza soltanto esso è in relazione col non-capitale, con la negazione del capitale, in rapporto alla quale solamente esso è capitale; il vero non-capitale è il Lavoro.
Se consideriamo lo scambio tra capitale e lavoro, troviamo che esso si scinde in due processi non solo formalmente ma qualitativamente differenti e persino contrapposti.
1) L’operaio scambia la sua merce — il lavoro, il valore d’uso che come merce ha anche un prezzo al pari di tutte le altre merci —, con una determinata somma di valori di scambio, una determinata somma di denaro che il capitale gli rilascia.
2) Il capitalista ottiene nello scambio il lavoro stesso, il lavoro come attività creatrice di valore, come lavoro produttivo; ossia egli ottiene nello scambio la forza produttiva che il capitale riceve e moltiplica, e che con ciò diventa forza produttiva e forza riproduttiva del capitale, una forza che appartiene al capitale stesso.
[…]
Nello scambio semplice, nella circolazione, questo duplice processo non ha luogo. Se la merce a viene scambiata con il denaro b, e questo a sua volta con la merce c destinata al consumo — che è ’oggetto originario dello scambio per a —, l’uso della merce c, il suo consumo, avviene interamente fuori dalla circolazione; non riguarda per nulla la forma del rapporto; sta al di là della circolazione stessa, ed è un interesse puramente materiale che esprime ancora un puro rapporto dell’individuo A, nella sua determinatezza naturale, con un oggetto del suo bisogno isolato. Ciò che egli comincia a fare con la merce c, è un problema che sta al di fuori del rapporto economico. Qui viceversa il valore d’uso di ciò che nello scambio è ricevuto in cambio del denaro si presenta come un rapporto economico particolare, e la determinata utilizzazione di ciò che nello scambio è ricevuto in cambio del denaro costituisce lo scopo ultimo di entrambi i processi. Ciò distingue dunque già formalmente lo scambio tra capitale e lavoro dallo scambio semplice —, si tratta di due processi differenti.
Se ora passiamo a fissare la differenza di contenuto tra Io scambio capitale-lavoro e lo scambio semplice (circolazione), troviamo che questa differenza non viene fuori da un estrinseco rapporto o raffronto, ma che la seconda forma si distingue dalla prima nella totalità dell’ultimo processo considerato, e che questo stesso raffronto vi è incluso. La differenza tra il secondo atto e il primo — il secondo atto è il processo particolare di appropriazione del lavoro da parte del capitale — è esattamente la differenza tra lo scambio capitale-lavoro e lo scambio tra merci mediato dal denaro. Nello scambio tra capitale e lavoro il primo atto è uno scambio che avviene interamente nell’ambito della circolazione ordinaria; il secondo è un processo qualitativamente differente dallo scambio, e solo impropriamente esso potrebbe essere detto in generale scambio di una certa specie. Esso si contrappone direttamente allo scambio; è una categoria essenzialmente diversa.


Con lo sviluppo delle forze produttive, il perfezionamento e la specializzazione delle scienze e delle tecniche di produzione risultato della divisione tecnica del lavoro, come Smith ben comprende, si pongono le basi per una possibile capacità  della società di produrre beni che possano soddisfare a bisogni umani sempre più ricchi ed articolati. Contemporaneamente il tempo di lavoro sociale necessario a produrre i beni atti a soddisfare i bisogni  può essere ridotto. Non così di fatto accade, stando la logica necessaria del mpc, per il tempo di lavoro soggettivo che il lavoratore è costretto ad erogare per potersi appropriare della quota di ricchezze (beni) che gli consente di sopravvivere e di svilupparsi.

Se la necessità intrinseca del capitale è quella di una sua progressiva valorizzazione e se è lo stesso modo di produzione che subordina la creazione di valore a quella di plusvalore che potenzialmente si potrà realizzare nella forma di profitto, è all’interno del momento della produzione che bisogna indagare il meccanismo di creazione ed incremento del valore.

Ferma ancora la determinazione da cui si è partiti, se l’unica particolare “componente” del processo produttivo in grado di conservare il valore già oggettivato nelle parti del capitale che fungono da materiali e strumenti di lavoro (capitale costante), ed anzi di incrementarlo, è la “forza lavoro”, il cui valore d’uso è esattamente quello di rendere possibile tale alchimia[2], dall’incorporazione di tale “ingrediente” nel processo produttivo (come capitale variabile) il capitalista cercherà di trarne  il più possibile, acquistandolo al minor costo possibile.

E’, del resto, l’affermarsi della separazione tra proprietà ed organizzazione privata dei mezzi di produzione e l’unica proprietà di cui il lavoratore può “liberamente” disporre, alienandola sul mercato pena l’impossibilità di sopravvivere, che pone le basi perché, tale modalità di scambio “vantaggioso” può rendersi possibile e, allo stesso tempo, rendersi illeggibile all’interno di quello che appare essere un comune rapporto di scambio di merci a parità di valore.

Ecco che, per tornare ai “guazzabugli” di Smith, se nello scenario astratto dei soggetti che scambiano come produttori di merci - appropriandosi del valore corrispondente all’intero loro tempo di lavoro - la nozione “valore del lavoro” può apparire come in qualche modo significativa (se, ad esempio, la si intende come tempo/valore del mio lavoro che mi consente di “comandare” pari tempo/valore di lavoro altrui), è all’apparire della contrapposizione lavoro oggettivato-lavoro vivo (ossia con il porsi della contrapposizione tra due “scambiatori” dei quali uno cede merci e l’altro cede la “merce” forza lavoro) che tale determinazione risulta inconsistente e si mostra come (ferma restando la stessa intuizione di Smith, che vede nel lavoro “l’origine” di ogni valore), il lavoro è, di più, nella sua estrinsecazione attuale, creazione della sostanza del valore e non ha quindi senso parlare di “valore del lavoro” e come lavoro vivo e lavoro oggettivato possano e di fatto si acquistino, reciprocamente, in quantità differenti (rispettivamente, più con meno e meno con più).

Si potrebbe diversamente dire che, qualora colui che produce e scambia i prodotti del suo lavoro  al fine di consentire il reciproco godimento dei valori d’uso, padroneggiasse le condizioni di esplicazione del suddetto lavoro e si appropriasse conseguentemente dell’intero valore corrispondente al suo tempo di lavoro, forma in atto (lavoro) e forma in potenza (forza lavoro)[3], sulla base del legame sociale, sarebbero equipotenti, ma quando tale unità è spezzata e l’estrinsecazione del lavoro vivo è sussunta, nel luogo della produzione - in un processo di valorizzazione e produzione di merci che il lavoratore potrà tornare ad appropriarsi solo nel momento successivo, all’interno del sistema risultante della loro circolazione - tali forme occulteranno  la natura specifica del lavoro ed il “valore” del lavoro, in modo incongruente rispetto agli assunti corretti  circa il suo essere all’origine di ogni ricchezza potrà essere assimilato al valore della “forza lavoro”, nella sua forma di prezzo (salario) o, come nelle più tarde forme dell’economia, come uno dei termini componenti l’insieme dei “costi di produzione”.

E’ proprio ciò che appare a Smith nel tradursi confuso del “valore del lavoro” nella forma esplicita di “prezzo del lavoro”, ossia prezzo della “forza lavoro” pagato con salario che - salvo il ricorrere all’escamotage  nominalistico, per cui il primo sarebbe il prezzo “naturale”, sempre alterato dalle imperfezioni del mercato - rende arduo sbrogliare la matassa e, di conseguenza, spiegare l’origine del profitto e della rendita.

Se infatti, come Smith stesso continua in fondo  a ritenere, nessun valore (di scambio) si origina se non dal lavoro, a quale lavoro corrisponderebbero, quali forme di retribuzione, il profitto e la rendita? 

La risposta, più o meno consueta è che il profitto compenserebbe il capitalista dell’astinenza dal  “godere”, consumandolo, del proprio capitale, per il rischio implicito nel suo impiego produttivo in alternativa ad altri impieghi (che è sempre una forma dell’astenersi, in cui si rischia un godimento in vista di un possibile godimento maggiore) o che, in alternativa, compenserebbe il lavoro di organizzazione e sorveglianza della produzione.

Così pure la rendita, al fine, non sarebbe che il pagamento al proprietario della terra o di altri mezzi di produzione, per l’utilizzo  dei beni di sua proprietà.

Come si vede, qui vengono date per presupposte funzioni sociali, quella del capitalista come quella del proprietario dei mezzi (prodotti o naturali che siano) che, da un lato presuppongono una data configurazione delle forme di proprietà privata, dall’altro  piuttosto che essere giustificati e compresi per lo specifico ruolo che assumono nell’ambito di rapporti sociali, vengono confuse ed assimilate a quelle di singoli assunti sotto la comune forma di soggetti che scambiano merci e lo fanno, facendo astrazione da aspetti che attengono ad altre determinazioni, scambiandole al loro rispettivo valore.
Viceversa, in Smith, ma così anche nella vuota chiacchiera economica contemporanea, si partite dalla determinazione, puramente formale, di soggetti equivalenti  e si termina alla stessa determinazione, confondendo la funzione “capitale” ad una esplicazione delle particolare inclinazione soggettiva del capitalista che sarebbe un equivalente soggetto del circuito dello scambio, solo “naturalmente” qualificato dal possesso di un dato stock di beni (o di strumenti).

[continua]

Maurizio Bosco 16 aprile 2013


[1] Grundrisse 3.1 Se non si dà risalto al significato storico di questo atteggiamento mentale, e lo si assume invece come confutazione dei più sviluppati rapporti economici nei quali gli individui si presentano non più come individui che scambiano ovvero come compratore e venditore, bensì in determinati rapporti reciproci, ossia non sono più posti tutti nella medesima determinazione — tanto vale allora sostenere che non esiste alcuna differenza, e tanto meno antitesi e contraddizione tra i corpi naturali perché essi, per esempio nella determinazione della gravità, sono tutti gravi e quindi uguali; o che sono uguali perché sono tutti tridimensionali. Il valore di scambio stesso viene qui altresì fissato nella sua determinazione semplice rispetto alle sue forme antitetiche più sviluppate. Viste nel decorso della scienza, queste determinazioni astratte si presentano appunto come le rime e le più povere; così come esse compaiono in parte anche storicamente; ciò che è più sviluppato è anche più tardo. Nella totalità dell’attuale società borghese, questo ridurre  prezzi, la loro circolazione ecc, si presentano come il processo superficiale al fondo del quale invece si verificano ben altri processi nei quali questa apparente uguaglianza e libertà dell’individuo scompare. Da un lato si dimentica che il presupposto del valore di scambio quale base oggettiva dell’intero sistema di produzione implica già in sé fin dall’inizio la coercizione per l’individuo, che il suo prodotto immediato non è un prodotto per lui bensì lo diventa soltanto nel processo sociale ed è costretto ad assumere questa forma generale ma estrinseca; che l’individuo ha ormai un’esistenza soltanto come entità produttiva di valore di scambio, nel che è già implicita la negazione totale della sua esistenza naturale; che esso dunque è totalmente determinato dalla società; che ciò inoltre presuppone una divisione del lavoro ecc., nella quale l’individuo è già posto in rapporti del tutto differenti da quelli dei semplici individui che scambiano, ecc.; che quindi il presupposto non solo è un presupposto che non scaturisce né dalla volontà dell’individuo né dalla sua natura immediata, ma è un presupposto storico che pone l’individuo già come individuo determinato dalla società. Dall’altro si dimentica che le forme superiori in cui [si realizza] lo scambio o i rapporti di produzione che si realizzano in esso non restano affatto fermi a questa semplice determinazione dove la più alta differenza cui si perviene è una differenza formale e perciò indifferente. Infine non si vede che già nella semplice determinazione del valor di scambio e del denaro è contenuta in forma latente l’antitesi tra lavoro salariato e capitale ecc. Tutta questa sapienza riesce dunque soltanto a rimaner erma ai rapporti economici più semplici, i quali, presi autonomamente, sono pure astrazioni, mentre nella realtà sono mediati dalle più profonde antitesi e ne presentano
soltanto un lato in cui la loro espressione è cancellata.

[2] Grundrisse 3.2.11: Il lavoro è il fermento che, gettato nel capitale, lo porta a fermentazione. Da una parte l’oggettività in cui il capitale esiste deve essere elaborata, ossia consumata dal lavoro, dall’altra la mera soggettività del lavoro in quanto pura forma deve essere negata e oggettivata nella materia del capitale.

[3] Grundrisse 3.2.5 La sostanza comune di tutte le merci, la loro sostanza cioè non di nuovo come loro contenuto materiale e quindi come determinazione fisica, ma la sostanza comune di esse in quanto merci e perciò valori di scambio, è costituita dal fatto di essere lavoro oggettivato. L’unica cosa differente dal lavoro oggettivato è il lavoro non oggettivato ma ancora da oggettivare, il lavoro come soggettività. Oppure: il lavoro oggettivato, ossia spazialmente presente, può essere anche contrapposto, come lavoro passato, al lavoro temporalmente presente. Nella misura in cui deve essere presente temporalmente, come lavoro vivo, esso può esserlo soltanto come soggetto vivo, in cui esiste come capacità, come possibilità; perciò, come operaio. L’unico valore d‘uso perciò che può costituire opposizione al capitale è il lavoro (o meglio  lavoro creatore di valore, ossia produttivo. Questa ulteriore osservazione è anticipata e deve essere sviluppata; e lo facciamo subito. Il lavoro come mera prestazione per la soddisfazione di bisogni immediati non ha nulla a che fare col capitale, perché questo non lo cerca. Se un capitalista si fa tagliare della legna per arrostire il suo montone, il rapporto non solo del taglialegna con lui, ma anche di lui col taglialegna è un rapporto di scambio semplice. Il taglialegna gli presta il suo servizio, ossia un valore d’uso che non accresce il capitale ma nel quale anzi questo si consuma, e il capitalista gli dà in cambio un’altra merce sotto forma di denaro. Così accade con tutte le prestazioni che i lavoratori scambiano direttamente col denaro di altre persone e che vengono da queste consumate. Si tratta allora di consumo del reddito, che come tale rientra sempre nella circolazione semplice, non in quella del capitale. Poiché uno dei contraenti non si contrappone all’altro come capitalista, questa prestazione in veste di servitore non può rientrare sotto la categoria di lavoro produttivo.

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