Da: Nicolò Monti - Nicolò Monti - Nicolo-Monti già segretario nazionale della Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI).
https://communistusa.org/trump-and-maga-crushed-in-u-s-midterms/
Per comprendere la portata dei risultati ottenuti dalla sinistra socialista statunitense in queste elezioni di Midterm bisogna guardare oltre i singoli nomi e le singole candidature. Oltre la Blue Wave (diciamo più Tsunami), esiste e prospera una marea rossa che sta crescendo e mette in ansia repubblicani e soprattutto i Dem.
I Democratic Socialists of America (DSA), l’organizzazione socialista più grande del paese con oltre 131.000 iscritti e una presenza organizzata in tutti e 50 gli Stati, per queste elezioni ha sostenuto 131 candidature tra Congresso, assemblee statali e amministrazioni locali, oltre a campagne referendarie e iniziative politiche locali. Un banco di prova importante per testare la solidità della crescita di questi anni.
Secondo il loro Election Tracker, al momento della consultazione risultavano 138 vittorie su 222 competizioni monitorate. I dati accorpano non solo candidati, ma ogni tipo di competizione elettorale. Questa distinzione ci permette di cogliere la dimensione del fenomeno, i DSA non si limitano a presentare candidati all’interno dei Dem partecipando alle primarie senza ascoltare e far partecipare la base, ma interviene concretamente nella società.
Partiamo dal Congresso. Sei nuovi candidati sostenuti dal DSA sono riusciti a conquistare un seggio alla Camera dei Rappresentanti: Darializa Avila Chevalier a New York, Claire Valdez a New York, Melat Kiros in Colorado, Donavan McKinney in Michigan e Chris Rabb in Pennsylvania, Angela Gonzales-Torres in California. A questi si aggiungono la riconferma di Alexandria Ocasio-Cortez e Rashida Tlaib.
Otto rappresentanti alla Camera, dunque, tra nuovi eletti e riconferme, espressione di un'area politica che ha fatto della giustizia sociale, dei diritti del lavoro, della sanità pubblica e della critica al potere economico uno dei propri principali terreni di battaglia.
Ma c'è un aspetto che merita particolare attenzione, la geografia economica dei distretti in cui sono stati eletti.
Secondo i dati dell'American Community Survey 2024, raccolti dal Congressional Research Service, il reddito familiare mediano negli Stati Uniti è di circa 81.600 dollari e il tasso nazionale di povertà è del 12,2%.
Nei distretti dei nuovi eletti sostenuti dal DSA troviamo situazioni molto diverse, ma alcuni dati sono particolarmente significativi.
Nel Michigan, il distretto MI-13 di Donavan McKinney presenta un reddito familiare mediano di circa 50.937 dollari e un tasso di povertà del 27,2%. Nel NY-13 di Darializa Avila Chevalier il reddito mediano è di 52.401 dollari e la povertà raggiunge il 25,7%. Nel distretto PA-3 di Chris Rabb è di 65.154 dollari e la povertà è del 18,5%.
Anche i distretti delle riconfermate Tlaib e Ocasio-Cortez presentano indicatori di fragilità economica superiori alla media nazionale, rispettivamente il 21,5% di povertà nel MI-12 e il 20,7% nel NY-14.
Non tutti i risultati arrivano però da territori economicamente svantaggiati. Il distretto CO-1 di Melat Kiros ha 93.102 dollari e un tasso di povertà del 12%, il NY-7 di Claire Valdez presenta 92.194 dollari e una povertà del 19%.
I dati mostrano che il consenso socialista non si concentra esclusivamente nei distretti più poveri. Mostrano piuttosto una capacità di penetrazione in contesti differenti, con risultati significativi soprattutto in territori segnati da povertà e disuguaglianze molto superiori alla media nazionale.
Il contesto sociale aiuta a capire come i DSA siano riusciti ad ottenere vittorie che prima erano appannagio dei Dem tradizionali, se non dei repubblicani. La crescita poi non riguarda soltanto Washington.
Secondo i dati raccolti da Ballotpedia, 40 delle 63 candidature sostenute dai DSA nelle assemblee legislative statali sono risultate vincenti. Tra queste troviamo riconferme e nuove elezioni in Michigan, New York, Vermont, Georgia, Oregon, Pennsylvania, Washington e altri Stati.
In Michigan sono stati eletti Chris Gilmer-Hill e Dylan Wegela, a New York troviamo, tra gli altri, Aber Kawas, David Orkin, Diana Moreno, Phara Souffrant Forrest, Illapa Sairitupac e Sarahana Shrestha.
In Georgia hanno ottenuto risultati importanti Mathewos Samson e Gabriel Sanchez, in Pennsylvania Ce-Ce Gerlach, nello Stato di Washington Jaelynn Scott e Shaun Scott. Una presenza che si estende ben oltre le grandi città considerate tradizionalmente progressiste.
Anche sul piano municipale i risultati sono rilevanti. Janeese Lewis George è stata eletta sindaca di Washington DC, Yousef Rabhi sindaco di Ann Arbor, Aparna Raj è entrata nel consiglio comunale di Washington e Richie Floyd è stato riconfermato nel consiglio comunale di St. Petersburg.
E poi ci sono i referendum, forse uno degli aspetti più sottovalutati e poco conosciuti qui in Europa di questa tornata elettorale.
A Saint Paul è passata con il 79% dei voti l'iniziativa sul diritto degli inquilini alla riparazione degli alloggi, a Memphis è stata approvata la misura sul riconoscimento dello status di dipendenti pubblici per i lavoratori delle biblioteche, a Columbus e Corpus Christi sono passate iniziative legate rispettivamente ai servizi e alla tutela dell'acqua.
In Virginia sono state approvate misure sui diritti riproduttivi, sul riconoscimento dei matrimoni tra persone dello stesso sesso e sul ripristino del diritto di voto per le persone che hanno scontato una pena.
Risultati locali ma importanti per capire lo stato delle cose presenti.
In attesa dei risultati del referendum in California sulla tassa sui Miliardari, nello stato di Washington i DSA hanno vinto un referendum che puntatava ad abrogare la tassa sui miliardari già attiva nello stato con un forte 58,1% di No.
Questo mucchio di dati e di risultati non sono asettici, ma ci danno un concreto esempio di come la finestra di Overton non si sia spostata solamente a destra negli ultimi difficili anni. Ma che esiste un terreno estremamente fertile per rilancio del socialismo in un paese dove il Presidente ha appena dichiarato la settimana dall’1 al 7 Novembre “settimana dell’anticomunismo”.
Se da un lato abbiamo le generazioni cresciute negli Stati Uniti della crescita e delle politiche keynesiane, dall’altro ci sono intere generazioni che sono nate e vivono in un contesto di crisi perenne.
I flussi elettorali hanno già consegnato un quadro molto dettagliato su questa differenza generazionale.
Secondo la prima analisi nazionale del centro CIRCLE della Tufts University, aggiornata il 4 novembre, il 65% degli elettori maschi sotto i 30 anni ha votato per i democratici alla Camera dei Rappresentanti. Tra le giovani donne la percentuale arriva al 77%.
L’analisi degli exit poll raccolta da Reuters aggiunge un fattore comune, cioè che quasi nove elettori su dieci considerano il costo della vita un tema decisivo o molto importante. Altro che Woke o “pericolo islam”.
I sondaggi sociologici confermano poi ulteriori indicatori di come i giovani siano diversi dai loro padri e nonni.
Nel settembre 2026 Gallup ha rilevato che il 57% degli americani tra i 18 e i 34 anni ha un'opinione positiva del socialismo, contro il 43% che guarda positivamente al capitalismo.
Tra gli over 55 il rapporto si capovolge nettamente, il 65% ha un'opinione positiva del capitalismo e soltanto il 34% del socialismo. È uno dei divari generazionali più significativi e tangibili.
Ancora più interessante è il sondaggio Harvard dell'autunno 2026, perché entra in una questione da studiare per bene.
Soltanto il 20% dei giovani intervistati dichiarava infatti che l'etichetta «socialista democratico» avrebbe aumentato la propria propensione a votare per un candidato, mentre il 31% affermava che l'avrebbe diminuita e il 45% che non avrebbe fatto differenza. Ma sui temi oltre le etichette?
Nello stesso sondaggio, il 54% sosteneva una tassa annuale del 2% sui patrimoni familiari superiori a 50 milioni di dollari e il 57% era favorevole a un sistema sanitario pubblico e universale. Il 68% considerava inoltre il potere delle grandi corporation una minaccia seria per la propria sicurezza economica e il 62% diceva lo stesso del potere dei miliardari.
Questo paradosso, se così vogliamo chiamarlo, è figlio della storia statunitense dove decenni di propaganda hanno lanciato un’anatema sulle parole “socialismo” e “comunismo”. Non c’è da sorprendersi se in molti, anche giovani, abbiano remore nell’identificarvisi.
Allo stesso tempo appoggiano con grande entusiasmo le proposte che socialisti e comunisti fanno loro da sempre e che li hanno sempre caratterizzati.
Siamo agli albori di una Rivoluzione Socialista nel cuore dell’impero?
Decisamente no, le condizioni materiali ci sono, quelle riguardanti le coscienze delle persone non ancora e di strada ce n’è molta da fare. Ma passi importanti sono stati fatti e ne saranno fatti ancora.
Trump perde perché ha peggiorato sensibilmente le condizioni di vita quotidiane delle persone, oltretutto per cause riconducibili alle sue azioni dirette, come ad esempio la Big Beautiful Bill e la guerra contro l’Iran.
Ma Trump è un sintomo, non la causa del malessere generazionale e in generale di un popolo che per decenni si è sentito intoccabile, sopra tutti gli altri popoli ed ora deve far fronte ad un mondo che gli ricorda la cruda verità sul suo “Dream”.
Sarebbe decisamente scorretto affermare altresì che la maggioranza dei giovani americani sia socialista. I dati non lo dimostrano.
Dimostrano però che il capitalismo ha perso una parte importante della propria legittimazione egemonica culturale tra i giovani e che il socialismo è tornato a essere un riferimento politico discutibile, riconoscibile e, per una parte consistente della popolazione, persino desiderabile.
Gramsci stesso ci ha insegnato che il dominio si fonda anche sull'egemonia culturale. Oggi questo dominio mostra crepe sempre più evidenti, come un diga nel suo processo di cedimento. L’acqua ha già cominciato a fuoriuscire dalle crepe e ha un colore molto vicino al rosso.
I DSA sono una parte consistente e molto importante di questa marea rossa che piano piano cresce e impatta sulle idee di sempre più statunitensi, ma non la sola.
Decine di organizzazioni nazionali e locali nascono e crescono con diversi ritmi in tutto il paese, come ad esempio il Revolutionary Communist Party of America, o il Party for Socialism and Liberation e molte altre. Molto più radicali dei DSA, ai quali contestano molte contraddizioni e scelte discutibili nell’ambito della loro appartenenza all’organizzazione del Partito Democratico.
Eppure i risultati dei DSA, al netto delle critiche legittime che possiamo fare, devono farci quantomeno sorridere, perché negli Stati Uniti il Rosso comincia a far paura solo a chi deve averne, finalmente. Buona settimana dell’anticomunismo!

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