mercoledì 21 settembre 2022

Sequenza e classi: una risposta ai critici della teoria del circuito monetario - Marco Veronese Passarella

 Da: https://augustograziani.com - https://www.marcopassarella.it/it - Marco Veronese Passarella è docente di economia presso la Leeds University (https://www.facebook.com/Marco.Passarella.Adria).

Leggi anche: La Teoria del Circuito Monetario: Tutto Quello che So (o Quasi) - 



[M]entre la teoria del processo economico come insieme di scambi simultanei sembra fatta apposta per descrivere una società priva di classi, l’idea del processo economico come circuito conduce immediatamente ad individuare all’interno del processo economico la distinzione di classe.

Graziani 1977, p. 116

[L]a distinzione di classe si impone come dato primigenio del ragionamento: sono i capitalisti imprenditori, e soltanto loro, che possono dare avvio al ciclo impiegando capitale monetario per l’acquisto di forza lavoro, e questa possibilità li differenzia strutturalmente dai lavoratori, i quali altro non possono fare che vendere la propria forza lavoro.

Graziani 1977, p. 117



Descrizione

Quella descritta dallo schema del circuito monetario non è una mera scansione temporale di fatti stilizzati, ma la sequenza necessaria dei rapporti di produzione e di scambio tra classi sociali differenti e contrapposte nello spazio capitalistico.

 

1. Introduzione

Un recente, pregevole, contributo di Sergio Cesaratto, Sei lezioni sulla moneta (Diarkos Editore, 2021), mi ha offerto l’opportunità di riflettere sul lascito teorico dell’approccio del circuito monetario di Augusto Graziani, sugli stimoli intellettuali che continua ad offrire e soprattutto sui numerosi fraintendimenti di cui è stato oggetto nel tempo. Benché, infatti, l’autore del libro riconosca i meriti della teoria del circuito, in quanto ha contribuito a disvelare la natura endogena della moneta in un’economia capitalistica di mercato, non mancano gli spunti critici nei confronti dell’impostazione di Graziani. In particolare, Cesaratto si spinge a definirla “un po’ complottista” (Cesaratto 2021, p. 297), dato che pretenderebbe di spiegare le relazioni tra banche ed imprese private come se ciascun settore costituisse un tutto omogeneo, dotato di una propria volontà trascendente quella dei singoli agenti individuali. In essa, inoltre, la riflessione keynesiana sul ruolo della domanda aggregata nella determinazione dei livelli di produzione e occupazione non troverebbe alcuno spazio.

Quelle di Cesaratto non sono, peraltro, le uniche critiche piovute sulla teoria del circuito monetario dalle sue prime formulazioni, risalenti alla fine degli anni settanta del novecento, ad oggi. In effetti, non sono mancati da allora tentativi di confutare, correggere o almeno aggiornare lo schema base del circuito, ritenuto inadatto o comunque insufficiente a dar conto della dinamica delle economie avanzate, con il loro carico di sofisticazione finanziaria. Ma è davvero così?

Lo scopo di questo breve saggio è di aiutare a fare chiarezza su alcuni degli aspetti più controversi dell’impostazione di Graziani. Si cercherà, in particolare, di far luce su quattro fraintendimenti ricorrenti: a) quello secondo cui l’idea di Graziani che il finanziamento bancario iniziale debba coprire i costi di produzione sarebbe incompatibile con la constatazione che la variazione del debito verso le banche registrata dalle imprese alla fine di ciascun periodo corrisponda alle somme spese dalle imprese per investimenti non coperti da altri fondi); b) quello, legato al primo, secondo cui lo schema di circuito ignorerebbe che le imprese private, non agendo come un singolo attore, necessiterebbero di un finanziamento addizionale per l’acquisto dei beni di investimento; c) quello secondo cui lo schema base di circuito monetario sarebbe una descrizione stilizzata del capitalismo manifatturiero “fordista”, inadatta a dar conto delle transazioni e gli altri flussi monetari che caratterizzano un’economia finanziariamente sofisticata; e infine d) quello secondo cui la teoria del circuito monetario ammiccherebbe pericolosamente all’impostazione neoclassica, a causa dell’ipotesi di un’offerta reale esogenamente data e di prezzi di mercato concorrenziali (market-clearing). Come cercherò di argomentare, ciascuno di questi fraintendimenti si basa sull’incomprensione della natura, ad un tempo, logica e di classe, della sequenza di fasi individuate nello schema del circuito monetario e, dunque, in ultima analisi, nella sottovalutazione del suo legame profondo con l’analisi marxiana del ciclo del capitale.¹

 

2. Finanziamento alla produzione o degli investimenti?

Come è noto, la teoria del circuito monetario attribuisce alle banche commerciali la funzione chiave di fornire il finanziamento iniziale di cui le imprese abbisognano per acquistare la forza lavoro da impiegare nel processo produttivo. Se, svolgendo l’analisi al livello massimo di astrazione ed aggregazione, le imprese vengono considerate un settore pienamente integrato e consolidato, il solo finanziamento iniziale esterno di cui hanno bisogno in avvio di circuito è quello necessario ad effettuare l’unico “acquisto esterno” al proprio settore, quello di forza lavoro.² Tale finanziamento sarà, dunque, pari al monte salari erogato ai lavoratori assunti.

Una volta che il processo produttivo ha avuto luogo, i lavoratori salariati potranno spendere il proprio reddito monetario per consumi, risparmiarlo mediante la sottoscrizione di attività finanziarie o ancora detenerlo in forma liquida inattiva (ossia, se escludiamo la moneta legale, in depositi bancari). Nei primi due casi, la spesa dei salariati tornerà nelle casse delle imprese che, una volta pagati gli interessi dovuti ai propri creditori e i profitti dei capitalisti, potranno utilizzare tale finanziamento finale per estinguere parzialmente il proprio debito verso le banche. Nel terzo caso, le imprese vedranno aumentare la propria esposizione nei confronti del sistema bancario in misura corrispondente.

Va dasé che, al termine di ciascun periodo, la variazione nello stock di prestiti bancari ottenuti dalle imprese sarà data dalla differenza tra il finanziamento iniziale concesso dalle banche e il finanziamento finale raccolto dalle imprese nel corso del periodo. Si noti, al riguardo, che: a) i profitti totali d’impresa possono essere definiti come la differenza tra il valore della produzione nazionale e i costi sostenuti dalle imprese per salari ed interessi; b) se, per semplicità, consideriamo un’economia chiusa e senza intervento dello Stato, il valore della produzione nazionale è dato semplicemente dalla somma di consumi ed investimenti aggregati.

È a questo punto facile dimostrare che, alla fine di ciascun periodo, la variazione nello stock di prestiti bancari concessi alle imprese sarà pari alla parte di investimenti non coperta da emissioni di altre passività finanziarie o da profitti accantonati – si rinvia all’Appendice contabile per una dimostrazione formale. La ragione è esattamente quella addotta da Graziani: le imprese rimangono (ulteriormente) indebitate verso il sistema bancario per un ammontare pari ai nuovi depositi bancari, e questi sono ex post sempre identicamente uguali alle spese per investimento non coperte da risparmi privati.

Riassumendo, le banche finanziano le imprese in misura pari ai costi di produzione in avvio di circuito, sebbene la variazione netta del debito bancario nei bilanci delle imprese appaia a fine periodo come una variazione dovuta alla copertura finanziaria degli investimenti. Non soltanto l’impostazione di Graziani non è incompatibile con quest’ultima evidenza, ma fornisce una spiegazione rigorosa ex ante di ciò che la contabilità macroeconomica registrerà ex post (su questo punto, si rinvia anche a Zezza 2012).

 

3. Imprese come aggregato o come agenti individuali?

Fino ad ora si è ipotizzato che le imprese siano un settore pienamente integrato e consolidato. Tale ipotesi necessita di tre specificazioni.

Primo, è lo stesso Graziani a suggerire di abbandonare quel livello di aggregazione quando si passa ad un’analisi meno astratta del funzionamento di un’economia capitalistica di mercato (si vedano, a titolo di esempio, Graziani 1994, 2003). A livello di singola industria o impresa – chiarisce ripetutamente Graziani – il finanziamento bancario deve coprire anche la spesa per l’acquisto di beni di investimento, oltre ai salari (sebbene, come si cercherà di dimostrare più avanti, tale finanziamento sia inessenziale a livello macroeconomico). La vulgata secondo cui la teoria del circuito monetario di Graziani ignorerebbe tale componente del credito bancario è testualmente infondata. In effetti, sembrerebbe basata su una lettura frettolosa e parziale delle sue opere.

Secondo, la ragione per cui tale ipotesi viene adottata in prima battuta è legata alla natura sequenziale dell’analisi di circuito, non a mere esigenze di semplificazione o, peggio, ad una visione cospirazionista delle relazioni economiche. Le prime riflessioni sulla teoria del circuito monetario nascono, infatti, da un’analisi dell’inflazione come cambiamento dei prezzi relativi e della distribuzione di reddito tra salari e profitti.³ Si noti che ciò che conta, per Graziani, è non già la descrizione minuziosa delle fasi che scandiscono il processo di produzione e di scambio, nonché i relativi flussi monetari, ma l’individuazione esatta della loro sequenza logica. Questa, a sua volta, non è una mera scansione temporale di fatti stilizzati, ma la successione necessaria dei rapporti di produzione e di scambio tra classi sociali differenti e contrapposte nello spazio capitalistico.

Lungi dal definire una semplice collocazione temporale, l’aggettivo “iniziale” (che connota il finanziamento concesso dalle banche alle imprese per l’avvio della produzione) indica che soltanto alle imprese spetta il potere di acquistare la “merce speciale” forza-lavoro in avvio di processo. Tale finanziamento va distinto dai prestiti eventualmente ottenuti dalle famiglie (e da altri attori economici) per l’acquisto di beni di consumo e di attività finanziarie. Non soltanto mutui e credito al consumo esprimono un diverso rapporto di classe, ma possono logicamente aver luogo soltanto dopo che il processo produttivo si è concluso. Si tratta di un flusso addizionale di credito che, per definizione, non può dare avvio al circuito.4 Piuttosto, agevola le imprese nel recupero delle somme inizialmente anticipate nel mercato del lavoro. È, dunque, finanziamento finale, non iniziale – una qualificazione, si noti, che riflette i rapporti di classe all’interno della società capitalistica, non una semplice posteriorità temporale. Torneremo più avanti su questo punto.

Terzo, come dovrebbe ora essere chiaro, benché ciascuna impresa individuale necessiti di credito bancario per effettuare l’acquisto di beni di investimento, tale flusso non costituisce, a rigor di logica, finanziamento iniziale – sebbene su questo punto lo stesso Graziani tradisca qualche ambiguità terminologica. Esso ha, infatti, l’unico scopo di lubrificare lo scambio di beni all’interno del settore delle imprese, scambio che logicamente può aver luogo soltanto dopo che questi siano stati prodotti e che, in ogni caso, non comporta alcuna transazione tra classi o settori diversi. A ben vedere, tali relazioni di scambio potrebbero persino essere regolate tramite scritture contabili bilaterali private. Ecco perché il credito concesso per l’investimento va riguardato come un flusso monetario intermedio o ausiliario, distinto dal finanziamento iniziale. D’altra parte, esso non ha alcun impatto sullo stock finale di debito bancario (di cui all’equazione 6 dell’Appendice contabile), dato che per il settore delle imprese nel suo insieme rappresenta una mera partita di giro contabile.5

Il punto è che la moneta ha davvero natura di capitale – dunque di moneta-credito in senso stretto – soltanto quando le imprese la utilizzano per effettuare lo scambio esterno fondamentale per un’economia capitalistica, ossia l’acquisto di forza lavoro da impiegare nel processo di produzione. All’infuori di questo scambio, la moneta agisce da lubrificante – dunque da moneta-merce – anche quando, formalmente, si presenta in veste di credito. È dai rapporti di classe sottostanti che si desume la natura della moneta e della sua circolazione, non dal suo contenuto o collaterale.6 Ecco spiegato perché il finanziamento degli investimenti può (e, in punta di teoria macroeconomica, deve) essere escluso in avvio di circuito.

 

4. Una descrizione stilizzata del capitalismo fordista?

È stato spesso suggerito che, benché la teoria del circuito monetario rappresenterebbe una buona descrizione del capitalismo manufatturiero fordista, essa ignorerebbe le sofisticazioni del capitalismo finanziarizzato, specie di quello di marca anglosassone. Un esempio di tale obsolescenza teorica sarebbe la mancata inclusione del credito al consumo nel flusso di finanziamento iniziale concesso dalle banche agli attori economici.

Come ora dovrebbe essere chiaro, tale critica, anche quando presentata in termini di necessità di aggiornamento dello schema base, si basa su un equivoco. L’aggettivo “iniziale” non ha infatti una banale accezione storico-temporale. I prestiti concessi dalle banche ai consumatori (ovvero ad altri agenti economici, come gli intermediari finanziari) hanno una diversa connotazione di classe rispetto a quelli concessi alle imprese produttive per l’acquisto di forza-lavoro. Il finanziamento iniziale alle imprese ha natura capitalisticamente necessaria, dato che consente alla classe dei capitalisti di esercitare il proprio controllo sulla produzione. Senza di esso, l’intero processo non potrebbe essere nemmeno avviato, sicché nessun bene potrebbe essere prodotto e consumato, nessun risparmio potrebbe formarsi, nessuna passività finanziaria potrebbe essere creata e nessun flusso addizionale di prestiti potrebbe aver luogo. Di qui la sua posizione prioritaria nella sequenza che scandisce il circuito della moneta.

Per contro, la funzione del credito alle famiglie è di sostenere la spesa per consumi, facilitando così la realizzazione del valore prodotto e dunque il ripagamento dei debiti da parte delle imprese al termine del periodo. Benché quantitativamente rilevante in molte economie moderne, il credito al consumo non incorpora alcun rapporto di classe necessario. Soprattutto, da un punto di vista macroeconomico, si tratta di un sussidio monetario alle imprese, attraverso il quale il peso dell’indebitamento finale verso le banche viene trasferito dai capitalisti industriali ai salariati. Finanziamento finale, non iniziale, dunque. Più in generale, il punto è che la teoria del circuito monetario è un’analisi astratta della sequenza di relazioni (monetarie) dominanti in un’economia capitalistica, non una rappresentazione stilizzata e approssimata delle economie manifatturiere non-finanziarizzate.

Considerazioni analoghe valgono per gli altri aspetti connessi con la finanziarizzazione e lo shadow banking, che, per quanto detto, non intaccano la priorità logica del finanziamento iniziale concesso dalle banche alle imprese, sebbene comportino una dilatazione della catena del finanziamento finale (a seguito della moltiplicazione di attività e intermediari finanziari) che può avere effetti indiretti rilevanti, specie a livello di singolo paese o regione.

 

5. Non c’è spazio per la domanda?

È stato spesso argomentato che la teoria del circuito monetario di Graziani non terrebbe in debita considerazione il lato della domanda, essendo livello e composizione della produzione fissati in modo esogeno, mentre le decisioni di spesa dei salariati determinerebbero esclusivamente il livello dei prezzi dei beni di consumo. Si tratta di un’osservazione basata su alcune evidenze testuali, che nascondono però molte insidie interpretative.

Per fare chiarezza su questo punto, si deve partire dallo scopo dichiarato della teoria del circuito monetario. Questo è l’identificazione delle fasi logiche in cui si snoda il processo di creazione, distruzione e circolazione della moneta in un’economia capitalistica di mercato, divisa in classi sociali differenti e contrapposte. A tal fine, vengono utilizzate alcune ipotesi semplificatrici. Primo, il ruolo del settore pubblico viene inizialmente ignorato, in coerenza con l’analisi della circolazione monetaria come rapporto di capitale già proposta dai Classici e da Marx. Non essendoci spesa pubblica né tasse, non vi è creazione di moneta legale né emissione di titoli pubblici. L’unica moneta considerata è, dunque, moneta bancaria (sebbene tali ipotesi vengano rilassate in un secondo momento).

In secondo luogo, lo studio della circolazione monetaria va logicamente distinto dallo studio della crisi. Si tratta, infatti, di spiegare la presenza – ed, anzi, la necessità – della moneta a prescindere da fenomeni di tesoreggiamento, ossia astraendo da ragioni legate all’accresciuta preferenza per la liquidità degli attori economici. Moneta senza crisi è, non a caso, il titolo di uno degli scritti che inaugurano le riflessioni di Graziani sul tema (Graziani 1983). Il punto è che l’analisi keynesiana di tipo tradizionale sembra accorgersi della moneta soltanto quando, a causa del clima di incertezza, la domanda langue, dato che imprese e famiglie preferiscono detenere moneta in forma inattiva anziché utilizzarla per alimentare le proprie spese. Il che sembrerebbe implicare che, al di fuori delle fasi di crisi, la moneta torni ad essere il velo irrilevante postulato dalle teorie di derivazione neoclassica.7 Graziani si propone, per contro, di far luce sul processo di creazione, circolazione e distruzione della moneta in “tempi normali”, prescindendo, cioè, dalla psicologia degli agenti economici e riducendo al minimo le ipotesi comportamentali. L’ipotesi di offerta determinata in modo autonomo dalle decisioni delle imprese va letta in tale luce.

In terzo luogo, non andrebbe scordato che lo schema base del circuito monetario proposto da Graziani ha un orizzonte uniperiodale. L’ipotesi di offerta data, e quella conseguente di prezzo market-clearing, non configurano una chiusura neoclassica – come talvolta è stato suggerito. Se l’economia si esaurisce all’interno di un singolo periodo, non fa alcuna differenza che ad essere fissati dalle imprese siano le quantità (con aggiustamento endogeno dei prezzi) ovvero i prezzi (con aggiustamento endogeno delle quantità). In entrambi i casi sono le decisioni autonome delle imprese, nel loro insieme, a determinare livello e composizione della produzione. Tanto vale, allora, per chiarezza, ipotizzare che le imprese lo facciano in modo diretto.

Di più, nei modelli di equilibrio generale simultaneo di derivazione neoclassica, l’ipotesi di fissazione esogena delle condizioni di offerta è anche il riflesso della sovranità del consumatore, dato che le sue preferenze sono uno dei tasselli che determinano il livello naturale di occupazione e produzione (assieme a tecnica e dotazione di risorse). Nella teoria del circuito monetario, accade esattamente il contrario. Spetta alle imprese private e soltanto ad esse decidere quanto e cosa produrre. Nel farlo, esse sono certamente influenzate dalle proprie aspettative di vendita. Tuttavia, non vi è alcuna sovranità del consumatore. Le imprese normalmente aggiusteranno la propria offerta alla domanda attesa,8 ma questo avviene perché (e solo se) si tratta della strategia più profittevole. Ne risulta, come corollario, che mentre la politica fiscale è pienamente efficace nel redistribuire reddito all’interno di ciascun settore o classe sociale, la redistribuzione tra classi è sempre inevitabilmente mediata dai piani di produzione delle imprese private.

Quando viene sviluppata nell’ambito di un modello macroeconomico dinamico completo, la teoria del circuito monetario mostra che una crescita rapida dell’economia può essere temporaneamente “finanziata” ex post da una compressione dei salari reali (risparmio forzato), anziché da un aumento dei risparmi volontari dei capitalisti – un risultato che richiama alla mente la “barriera inflazionistica” descritta da Joan Robinson (Veronese Passarella 2022). Il fatto è che il potere d’acquisto dei salari viene sempre definito alla fine del circuito monetario, quando le imprese fissano il prezzo dei prodotti. Si noti, al riguardo, che mentre in un modello a produzione omogenea si può supporre che la destinazione dell’output sia decisa al termine del processo produttivo, in un modello a produzione multipla essa deve ovviamente essere stabilita in avvio di processo. Ciò mostra che, sul piano macroeconomico, le decisioni di prezzo ex post non fanno che convalidare le decisioni di produzione ex ante. L’unico reddito reale per i lavoratori salariati, considerati come classe, è il loro consumo effettivo, e questo è, in ultima analisi, definito alle decisioni di produzione delle imprese. Lo stock di ricchezza netta posseduto dai lavoratori, incluse le passività delle imprese da essi sottoscritte, è invece puramente nozionale o figurativo. Alcuni lavoratori possono certamente consumare di più, ma questo richiede che altri aumentino corrispondentemente il proprio risparmio, una volta che le decisioni di produzione sono state prese.9

In sintesi, le implicazioni che l’analisi di circuito cerca di mettere in luce sono le seguenti. Primo, benché sia lecito ipotizzare che l’offerta aggregata si aggiusti tendenzialmente domanda, va rigettato ogni automatismo, dato che in ultima istanza le decisioni in merito alla produzione spettano alle imprese private. Secondo, la ragione per cui i salariati non sono sovrani nella sfera del consumo (circolazione) é che essi sono sfruttati nella sfera della produzione. Politiche fiscali di segno progressivo possono certamente aiutare ad ottenere una migliore distribuzione dei redditi in termini reali, ma lo strumento più efficace rimane un intervento diretto del settore pubblico mirato a modificare livello e composizione della produzione.

 

Conclusioni

In questo breve saggio, ho cercato di mostrare che le critiche comunemente rivolte alla teoria del circuito monetario di Graziani si basano su fraintendimenti. Lungi dall’essere una semplice rivisitazione italiana della teoria della moneta endogena elaborata dai circuitistes francesi e dagli autori (post) keynesiani, l’approccio di Graziani ha specificità proprie (Bellofiore e Veronese Passarella 2016). Il fatto è che il legame della teoria di Graziani con la riflessione di Marx, benché non sempre immediatamente riconoscibile, è molto più profondo di quanto comunemente si creda (Veronese Passarella 2015). Si potrebbe, anzi, argomentare che la teoria del circuito monetario rappresenti una declinazione compiutamente marxiana della metodologia degli aggregati sviluppata da Keynes.

Se si capisce questo, si capisce anche perché il circuito monetario non è la rappresentazione stilizzata di una particolare configurazione storica o geografica del capitalismo – per esempio, della manifattura britannica di inizio Ottocento o del sistema di fabbrica italiano del secondo dopoguerra. È, invece, un metodo che consente di individuare la sequenza logica di rapporti monetari necessari intercorrenti tra classi sociali contrapposte in un’economia capitalistica di mercato. In questo senso, lo schema del circuito può essere riguardato come un meta-modello teorico, assimilabile, appunto, agli schemi di riproduzione marxiani o al Tableau économique di François Quesnay (si rinvia nuovamente a Veronese Passarella 2015).

Come notava lo stesso Graziani, il potere analitico dello schema base uniperiodale di circuito deriva proprio dalla possibilità di identificare la sequenza che scandisce alcune semplici (ma fondamentali) relazioni monetarie intercorrenti tra i settori economici caratteristici di un’economia capitalistica di mercato, prescindendo da ipotesi sul comportamento dei singoli attori individuali. Non si tratta di un modello macroeconomico compiuto, ma di un modo di impostare l’analisi delle relazioni economiche capitalistiche, a partire dal ruolo chiave svolto dalla moneta.

Le conclusioni a cui si perviene sono, talvolta, in contrasto con quelle care agli autori di impostazione keynesiana. Per esempio, se risulta confermato il potere limitato della politica monetaria, anche l’efficacia delle politiche fiscali esce ridimensionata da un’analisi di circuito. Ciò non deriva da una fascinazione nascosta per l’impostazione neoclassica, ma, al contrario, dalla presa d’atto che le relazioni monetarie in un’economia capitalistica sono lo specchio dei rapporti di classe. Marx, dunque, non Lucas. D’altra parte, come osservava ironicamente Graziani, da uno schema analitico si deve “pretendere che esso sia logicamente coerente, o che sia corroborato dall’esperienza empirica; non che esso descriva la vie en rose” (Graziani 1995, p. 188).

 


 

1 Tra le poche, lodevoli, eccezioni, si segnala Bellofiore (2019), per il quale Graziani rilegge la teoria della domanda e del finanziamento di Keynes all’interno di una visione schumpeteriana del processo capitalistico, giungendo in tal modo a conclusioni marxiane in tema di valore e distribuzione.

2 In effetti, esistono soltanto due “cose” che le imprese non possono produrre da sé: moneta e lavoratori (in quanto portatori viventi di forza lavoro, e dunque di lavoro vivo). Naturalmente, ad un minor livello di astrazione, si può ipotizzare che le imprese paghino i salari soltanto al termine del processo produttivo. Come cercheremo di argomentare nel corso di questo scritto, l’eventuale diversa collocazione temporale del pagamento dei salari, così come delle altre transazioni-chiave, non muta la sequenza logica delle fasi del circuito monetario, dato che non modifica la natura delle relazioni di classe ad esse sottese. Nel caso di salari posticipati, senza la promessa contrattuale iniziale di pagamento di un reddito in moneta, le imprese non potrebbero disporre di forza-lavoro e la produzione non potrebbe aver luogo. Rimane, dunque, confermata la priorità logica accordata da Graziani al pagamento del monte salari come condizione di avvio del circuito.

3 Il punto – osserva Graziani – è che l’inflazione agisce in maniera differenziata sulla capacità di acquisto di profitti e salari perché, ancorché misurati nello stesso periodo storico, questi appartengono a fasi logiche diverse del circuito monetario, a causa della loro diversa natura di classe (Graziani 1977).

4 Benché, naturalmente, la previsione di maggiori vendite, dovuta per esempio all’ampia disponibilità di credito al consumo per le famiglie, possa indurre le imprese ad allargare la scala della produzione. Si tratta, tuttavia, di un effetto indiretto, che dipende in ultima istanza dalle decisioni autonome delle imprese.

5 Si vede subito che includendo I nelle equazioni (1) e (2) in appendice, la differenza tra finanziamento iniziale e finale rimane invariata. Quest’ultima conclusione cade se le imprese vengono modellate come un settore disaggregato ed eterogeneo, e si suppone inoltre che alcune di esse desiderino detenere depositi bancari (a fronte del maggior indebitamento di altre) o altre attività non emesse dalle stesse imprese. Tale scenario non viene ovviamente considerato nello schema base del circuito, come del resto nella maggior parte dei modelli macroeconomici. D’altra parte, per quanto detto, l’esplicita previsione di tale possibilità non modificherebbe la natura del finanziamento agli investimenti, ma soltanto la composizione di bilancio delle singole imprese.

6 Del pari, la moneta agisce da moneta-credito anche quando si presenta in forma di moneta-merce se essa viene utilizzata per dare avvio al processo produttivo. È in tal senso che andrebbe intesa la famosa espressione di Keynes secondo cui la Rupia indiana non sarebbe altro che una banconota stampata sull’argento (Keynes 1913).

7 Finendo, con ciò, per confinare la teoria di Keynes tra le teorie della crisi – come da Sintesi Neoclassica.

L’esogenità dell’offerta va, infatti, riferita allo schema formale unperiodale, non alla teoria.

9 Naturalmente, la maggiore o minore domanda di beni di consumo in questo periodo (o circuito) avrà un impatto sulle decisioni di produzione maturate dalle imprese nei periodi successivi. Tuttavia, si tratta di un effetto mediato e differito, tutt’altro che automatico.

Riferimenti

Bellofiore, R. 2019.

  • Augusto Graziani and the Marx-Schumpeter-Keynes ‘Cycle of Money Capital’: A Personal Look at the Early Italian Circuitism from an Insider. Review of Political Economy, 31(4): 528-558.

Bellofiore, R. e Veronese Passarella, M. 2016.

  • The theoretical legacy of Augusto Graziani. Review of Keynesian Economics, 4(3): 243-249.

Cesaratto, S. 2021.

  • Sei lezioni sulla moneta. La politica monetaria com’è e come viene raccontata. Santarcangelo di Romagna: Diarkos Editore.

Graziani, A. 1977.

  • Scambi simultanei e successione ciclica nel processo economico. Quaderni Piacentini, 64(1): 113-137.

Graziani, A. 1983.

  • Moneta senza crisi. Materiali Filosofici, 7(1): 95-112.

Graziani, A. 1994.

  • La teoria monetaria della produzione. Arezzo: Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio.

Graziani, A. 1995.

  • A proposito di un articolo di Duccio Cavalieri. Studi Economici, 50(1): 181-197

Graziani, A. 2003.

  • The monetary theory of production. Cambridge: Cambridge University Press.

Keynes, J.M. 1913.

  • Indian Currency and Finance. Londra: Macmillan.

Veronese Passarella, M. 2015.

  • Moneta, finanza e crisi: Marx nel circuito monetario. Iride. Filosofia e Discussione Pubblica, 28(74): 67-78.

Veronese Passarella, M. 2022.

  • It is not la vie en rose. New insights from Graziani’s theory of monetary circuit. European Journal of Economics and Economic Policies: Intervention, DOI: https://doi.org/10.4337/ejeep.2022.0084.

Zezza, G. 2012.

  • Godley and Graziani: stock-flow consistent monetary circuits. In: D.B. Papadimitriou e G. Zezza (a cura di), Contributions in Stock-Flow Modeling: Essays in Honor of Wynne Godley, Londra: Basingstoke, pp. 154-172.

Appendice contabile

Si supponga, per semplicità, che i prezzi rimangano costanti nell’orizzonte temporale di interesse. Ad inizio periodo, il finanziamento iniziale (FINi) di cui necessitano le imprese è pari a:

FINi = w · N                                                                               (1)

dove w è il salario monetario unitario e N è il numero di unità di lavoro.

Il finanziamento finale (FINf ) corrisponde invece a:    

FINf = C + ΔΒ – r · B – r · L – Θ · ∏                                         (2)

doveC è l’ammontare dei consumi dei salariati,B è lo stock di passività finanziarie emesse dalle imprese e sottoscritte dai salariati, L è lo stock di prestiti bancari sottoscritti dalle imprese,  è il profitto d’impresa, v è la quota di profitti distribuiti ai capitalisti e r è il tasso di interesse (che, per semplicità, supponiamo essere uniforme).

A fine periodo, la variazione nello stock di prestiti bancari ottenuti dalle imprese sarà dunque pari a:

ΔL = FINi  – FINf   

da cui si ottiene:

ΔL = w · N –  [C + ΔΒ – r · (B + L) – Θ · ∏ ]                           (3)

I profitti d’impresa sono definiti come:

∏ = Y – w · N – r · (B + L)                                                        (4)

In un’economia chiusa e senza intervento dello Stato, il valore della produzione nazionale è:

Y = C + I                                                                                     (5)

dove I sono gli investimenti aggregati.

Sostituendo la (4) e la (5) nella (3), si ottiene:

ΔL = I – ΔΒ – (1 – Θ) · ∏.                                                        (6)

Alla fine di ciascun periodo, la variazione nello stock di prestiti bancari concessi alle imprese è pari alla parte di investimenti (I) non coperta da emissioni di altre passività finanziarie (ΔΒ) o da profitti accantonati ((1 – Θ) · ∏).

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