sabato 6 febbraio 2021

H.G. Backhaus e la dialettica della forma di valore - Riccardo Bellofiore, Tommaso Redolfi Riva

Da: Economisti di classe: Riccardo Bellofiore & Giovanna Vertova - https://www.riccardobellofiore.info -

Riccardo Bellofiore, Docente di Economia politica all’Università degli Studi di Bergamo, i suoi interessi sono la teoria marxiana, l’approccio macromonetario in termini circuitisti e minskyani, la filosofia economica, e lo sviluppo e la crisi del capitalismo.

Tommaso Redolfi Riva ha studiato filosofia e storia del pensiero economico presso le università di Pisa e Firenze. Attualmente impegnato in una ricerca su marxismo ed economia politica in Italia negli anni Settanta, si occupa di temi afferenti al pensiero marxiano e alla teoria critica. Ha pubblicato saggi e articoli su riviste italiane e straniere. 


 1. L’opera di Backhaus rappresenta un indispensabile grimaldello per l’accesso ai temi fondamentali della critica dell’economia politica di Marx.Questo grimaldello può essere utilizzato efficacemente sia per comprendere il dibattito che ha caratterizzato la ricezione dell’opera di Marx a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta, che per accedere direttamente ai problemi che caratterizzano l’esposizione marxiana e che rappresentano ancora oggi un terreno di vivace discussione tra gli studiosi.

La corrente interpretativa di cui Backhaus è l’iniziatore, ormai riconosciuta nella letteratura critica con il nome di «Neue Marx-Lektüre»1, ha trovato in Italia una diffusione quasi coeva alla pubblicazione delle opere in lingua originale, grazie alle tempestive traduzioni delle opere di Schmidt, Reichelt e Krahl. Questi autori avevano svolto il loro apprendistato teorico presso la Scuola di Francoforte e l’originalità dei loro lavori non risiedeva tanto nei temi trattati, in qualche modo già al centro della discussione nel dibattito marxista sia occidentale che orientale, quanto nella spregiudicatezza con cui questi temi erano trattati. Si cominciava a mettere in discussione, come sulla sponda francese aveva iniziato a fare la scuola di Althusser, la ricezione che il marxismo aveva sviluppato dell’opera di Marx nonché l’autocomprensione di Marx nei confronti della propria metodologia e delle proprie ascendenze rispetto alla filosofia hegeliana. Si cercava di ripensare la teoria del capitale al di fuori delle strette maglie che le interpretazioni economicistiche – soprattutto di matrice anglofona – l’avevano racchiusa, concentrate quasi esclusivamente sulla disputa relativa alla trasformazione. Non meraviglia di certo l’immediata traduzione, quando si pensa alla profondità teorica che in quegli anni caratterizzava il dibattito italiano su Marx: gli studi portati avanti dagli allievi di della Volpe e il dialogo che Luporini aveva intrapreso con Althusser mostravano la volontà di un ritorno a Marx che poteva attuarsi solo attraverso la messa in discussione della pesante tradizione ortodossa e storicista che caratterizzava il dibattito marxista. Ciò che invece può destare meraviglia è che tra le cose allora tradotte in italiano non apparisse alcun contributo di Backhaus, e che il fondamentale articolo La dialettica della forma di valore dovesse attendere il 1981 – quando ormai le mode accademiche avevano iniziato l’opportunistico e progressivo distacco da Marx – per vedere la luce sulle colonne della rivista militante Unità proletaria, grazie alla traduzione di Emilio Agazzi2. 

I temi sviluppati da Backhaus in questo primo contributo e negli altri che pubblichiamo di seguito, sono spesso catalogati col nome di analisi della forma di valore. In termini generali Backhaus intende mettere al centro del proprio discorso teorico la prima sezione del primo libro del Capitale e comprendere analiticamente il rapporto che si determina tra la trattazione della sostanza e della grandezza di valore, con la forma di valore e il carattere di feticcio delle merci. Per sviluppare questo percorso teorico l’autore tedesco si confronta, da un lato, con una sterminata letteratura secondaria che va dal marxismo ortodosso all’economia neoclassica e neoricardiana e, dall’altro, con la stratificazione delle diverse esposizioni marxiane della critica dell’economia politica. Lo stesso Backhaus rinviene l’inizio del suo sviluppo teorico nel ritrovamento di un esemplare del Capitale nell’edizione 1867. Questo ritrovamento gli permise di confrontare le differenti esposizioni marxiane del primo capitolo e metterle in relazione con i manoscritti marxiani del 1857-58 e con Per la critica dell’economia politica. Questo lavoro di comparazione gli consentì di comprendere storicamente il processo di costituzione della critica dell’economia politica, e nello stesso tempo di approfondire la comprensione della struttura logica della argomentazione marxiana che, nel corso delle diverse stesure sembrava essersi a tal punto nascosta da non rendere visibile, nella edizione del 1872, la specificità dialettica del suo procedere3.

La messa a tema del primo capitolo dell’edizione del 1867 permise a Backhaus di affrontare criticamente l’analisi della forma di valore, di comprenderne gli aspetti che rimandavano direttamente alla dialettica hegeliana e di strutturare il proprio progetto di ricostruzione della teoria marxiana del valore.

 2. In questo volume si raccolgono, oltre alla introduzione scritta da Backhaus nel 1997 per la pubblicazione della raccolta di saggi Dialektik der Wertform, alcuni tra i più importanti saggi di Backhaus, scritti tra la fine degli anni sessanta e la prima metà degli anni ottanta.

La dialettica della forma di valore, il primo, pubblicato in un volume collettivo a cura di Schmidt4, può essere considerato come una sorta di presentazione del programma di ricerca che Backhaus andò sviluppando e in parte rivedendo nel corso degli scritti successivi. Qui l’autore riconosce, nella storia della ricezione della critica dell’economia politica, un appiattimento della teoria del valore di Marx su quella di Ricardo, quindi un’incomprensione della peculiarità dell’approccio marxiano ai temi economici. Inoltre, egli individua l’incapacità, di gran parte del marxismo e della ricezione economica di Marx, di mettere a tema il metodo specifico in cui si struttura l’esposizione. La dialettica viene ridotta a puro verbalismo, o compresa come semplice riflesso logico di un processo storico, o addirittura considerata quale semplice vezzo estetico. Il programma di Backhaus si indirizza verso una ricezione dell’opera di Marx che ne comprenda le differenze specifiche nei confronti dell’economia classica e che sia in grado di determinarne le specificità metodologiche. Nel fare questo l’autore si concentra in una attenta disamina delle varie stratificazioni del testo marxiano, cercando di esaminare analiticamente, e di comprendere storicamente, i cambiamenti espositivi prodotti da Marx dal 1859, anno di pubblicazione di Per la critica, fi no alla seconda edizione del Capitale 1872. Le quattro redazioni della teoria della forma di valore e i cambiamenti a essa apportati5, permettono a Backhaus, già in questo primo saggio, di rinvenire dei difetti espositivi che possono aver indotto Engels, e il marxismo successivo, a una storicizzazione della forma di valore, quindi all’incapacità di tenere assieme produttivamente teoria del valore e teoria del denaro.

Lo scritto successivo, Materiali per la ricostruzione della teoria marxiana del valore, è un lungo saggio diviso in quattro parti che è stato pubblicato da Backhaus tra il 1974 e il 1997. Le prime due parti seguono in sostanza il progetto di ricerca esposto nel saggio precedente, approfondendo ulteriormente i contrasti presenti nella esposizione marxiana, tanto da riconoscere, così come Marx aveva fatto per Smith, un Marx esoterico e un Marx essoterico. Mentre il Marx essoterico poteva essere ricondotto alla interpretazione engelsiana e a quella del marxismo successivo, il Marx esoterico necessitava di un’interpretazione che fosse all’altezza del metodo dialettico da lui utilizzato, metodo che Marx stesso aveva spesso confuso nell’esposizione e che probabilmente superava la consapevolezza che Marx stesso aveva della propria opera. In sostanza Backhaus – come aveva già fatto Althusser6 – afferma l’esistenza di una intenctio operis che supera l’intenctio auctoris, una oggettività teorica espressa che in parte trascende l’orizzonte di autocomprensione dell’autore. Questa prospettiva interpretativa ha ancora la pretesa di ricostruire l’esposizione della critica dell’economia politica attraverso il riconoscimento oggettivo-testuale del «vero Marx» a dispetto delle interpretazioni errate. Da un punto di vista analitico la prospettiva interpretativa di Backhaus si concretizza nella comprensione della teoria marxiana del valore come critica delle teorie premonetarie del valore e nel riconoscimento di una matrice teorica comune nella teoria marxista, in quella neoricardiana e in quella soggettivistica del valore. Più precisamente esse possono essere considerate, proprio come le teorie oggetto della critica marxiana, teorie premonetarie del valore, incapaci di sviluppare una teoria della forma di valore che riconduca a unità la dimensione di valore e quella obiettiva – precedente a ogni forma di valutazione soggettiva o oggettiva – dei prezzi.

La prospettiva ermeneutica dell’autore muta e si precisa nella terza parte dei Materiali. Mentre prima egli scorgeva nel testo marxiano una linea interpretativa «corretta», la nuova prospettiva riconosce l’impossibilità di scegliere, alla luce del semplice testo, quale prospettiva adottare, se quella logica, seguita nei saggi precedenti e definita esoterica, o quella logico-storica, seguita dall’ortodossia marxista e precedentemente definita essoterica. L’idea della ricostruzione, che sta alla base de La dialettica della forma di valore e delle prime due parti dei Materiali, viene definita come una «insostenibile semplificazione della problematica dell’esposizione»7. È invece necessario riconoscere che la pluristratificazione e l’oscurità del testo marxiano sono effettivamente un problema e non possono essere accantonati in direzione di una o dell’altra interpretazione. È necessario riconoscere che il problema del logico e dello storico non è soltanto un problema del marxismo e delle interpretazioni dell’opera di Marx, ma è un problema che Marx stesso non ha risolto in modo soddisfacente, e questo è dimostrabile proprio dal fatto che «è possibile infirmare la validità dell’interpretazione ‘logico-storica’ servendosi di taluni argomenti che sono propri dell’interpretazione ‘logica’» e, nello stesso momento, «è all’inverso possibile anche indicare taluni problemi irrisolti e la legittimità soltanto parziale dell’interpretazione ‘logica’ ricorrendo ad argomenti che sono propri di quella ‘logico-storica’»8. La pluristratificazione dell’opera marxiana diventa quindi una sorta di arma per procedere nella direzione dell’una o dell’altra interpretazione. Mentre l’interpretazione logica farà leva soprattutto sui Grundrisse e sull’esposizione della teoria del valore presente in Per la critica e nella prima edizione del Capitale9, l’interpretazione logico-storica concentrerà la propria attenzione sulla seconda edizione del Capitale e sulle Considerazioni supplementari engelsiane, intese come corretta interpretazione della teoria e della metodologia marxiana. Quella che Backhaus definisce la «nuova ortodossia» logica afferma che «il Capitale […] sarebbe stato letto erroneamente per oltre cento anni, e ora sarebbe alfine giunto il momento in cui lo si può leggere meglio e intendere una buona volta in modo corretto. Ma proprio qui sta il punto nel quale la nuova ortodossia si è rovesciata in un nuovo, e questa volta ancora più curioso dogmatismo»10. Sulla sponda francese Althusser, criticando le interpretazioni che un secolo di marxismo aveva proposto, affermava negli stessi anni una certa ambiguità nei testi marxiani che potevano essere letti soltanto in un’ottica «revisionista» e certo non più ortodossa. La stessa cosa viene proposta da Backhaus, proponendo, tuttavia, un’interpretazione molto diversa della teoria di Marx. Mentre le «ortodossie» concentrano la propria attenzione sulla «parola» tralasciando gli effettivi nuclei problematici che Marx stesso si trovava ad affrontare, la nuova ermeneutica, che da questo saggio in poi guiderà la ricezione marxiana di Backhaus, si propone invece di mettere al centro dell’analisi i problemi che Marx stesso si poneva e quindi, per così dire, scegliere quella interpretazione che avrebbe permesso di risolvere tali problemi. Non si tratta di abbandonare un’interpretazione logica dell’opera di Marx, si tratta di abbandonare il presupposto ermeneutico che ha guidato i primi saggi di Backhaus e le opere che su di essa hanno proceduto in una lettura logica dell’opera di Marx, ovvero l’idea per cui sarebbe possibile svolgere una ricostruzione logica corretta su base testuale della teoria marxiana del valore e del denaro. Una tale ricostruzione, nella nuova ottica dell’autore, deve trasformarsi in una interpretazione dell’opera di Marx, che sappia affiancare al testo e discutere produttivamente i reali problemi economici e metodologici che Marx si è posto nella stesura dell’opera. L’analisi della forma di valore assume quindi un senso ermeneutico produttivo soltanto se lascia da parte i «conflitti di citazioni» e cerca di addentrarsi nei reali problemi teorici che Marx si trovava ad affrontare. Questo significa confrontare la teoria marxiana con le altre teorie, sia precedenti che successive, e cercare di scorgere la modalità originale attraverso la quale si è mossa: «è infatti possibile dimostrare che l’analisi della forma-valore assume un senso intelligibile e un contenuto enunciativo non banale, soltanto se viene interpretata quale critica delle teorie premonetarie del valore e al contempo quale teoria qualitativa del denaro»11. Il punto per Backhaus non è più quindi quello di una ricostruzione testuale della teoria marxiana del valore e del denaro, ma di una interpretazione di tale teoria quale critica di quelle teorie del valore incapaci di sviluppare endogenamente, e non semplicemente affiancare, una teoria del denaro. Da questo punto di vista l’interpretazione di Backhaus procede nella direzione marxiana di una esposizione delle categorie economiche che nello stesso tempo è critica delle stesse.

Questo nuovo orientamento interpretativo trova conferma nella parte quarta del saggio. Dopo aver ricostruito storicamente il procedere dell’interpretazione engelsiana, non solo in relazione alla Recensione e alle Considerazioni supplementari, ma anche rispetto all’Antidühring e al Riassunto del primo libro del Capitale, Backhaus riesce a precisare la sua idea dell’analisi della forma di valore quale critica delle teorie premonetarie del valore: l’analisi marxiana della forma semplice e della forma totale di valore devono essere interpretate come dimostrazione dell’impossibilità di pensare un processo di scambio generalizzato senza denaro, e quindi l’impossibilità di costruire una teoria del valore premonetaria. Pensare di poter sviluppare una teoria del valore premonetaria significa non comprendere il carattere contraddittorio dell’erogazione del lavoro nel modo di produzione capitalistico, quindi eludere la determinazione di forma che lo distingue dagli altri modi del produrre.

Nel saggio successivo, Il rivoluzionamento e la critica dell’economia politica, Backhaus svolge una ricognizione dell’approccio marxiano alla «dimensione economica». Gli oggetti «sensibili sovrasensibili», le categorie economiche intese da Marx quali «forme impazzite», si dimostrano comprensibili soltanto in una prospettiva dialettica, che metta al centro della propria indagine il loro costitutivo duplice carattere, che sia in grado cioè di sviluppare adeguatamente il rapporto tra la forma sociale e il contenuto materiale delle categorie economiche. Solo in questa ottica appare possibile sviluppare la critica dell’economia politica marxiana nell’orizzonte di una teoria critica della società.

Nel saggio finale, Sulla problematica del rapporto fra «logico» e «storico» nella critica marxiana dell’economia politica12, Backhaus riprende, nella nuova ottica ermeneutica, il problema già toccato del logico e dello storico. Diventa esplicito che una lettura logica dell’opera di Marx, lettura che solo è in grado di proporre una critica dell’economia politica coerente e metodologicamente adeguata, può essere sviluppata «soltanto se si argomenta con Marx contro Marx»13.

 3. È possibile prendere come punto di partenza della lettura di Backhaus la critica alla storicizzazione del metodo marxiano proposta da Engels nella recensione a Per la critica dell’economia politica. In questo breve testo, che il marxismo successivo ha utilizzato quale vero e proprio canone da cui apprendere la vera interpretazione del metodo del materialismo storico, Engels sviluppava, in modo tutt’altro che sistematico, alcune considerazioni relative al metodo di esposizione utilizzato da Marx nella stesura dell’opera. Nelle parole di Engels, Marx poteva elaborare la sua critica sia per mezzo di una esposizione storica che di una esposizione logica. La scelta di Marx era ricaduta sul metodo logico solo per comodità: una esposizione storica della critica dell’economia politica avrebbe avuto come presupposto una serie di lavori preparatori sulla storia dell’economia che in quel momento mancavano a Marx, e inoltre il metodo logico altro non è che «il metodo storico […] spogliato della forma storica e degli elementi occasionali e perturbatori»14. In sostanza per Engels il metodo logico può essere compreso quale semplice riflesso mentale dello sviluppo storico del modo di produzione capitalistico: «nel modo come incomincia la storia, così deve pure incominciare il corso dei pensieri, e il suo corso ulteriore non sarà altro che il riflesso, in forma astratta e teoreticamente conseguente, del corso della storia»15.

Il modo in cui Engels concepisce il metodo di esposizione di Marx nella Recensione si mostra all’opera quando egli affronta la teoria marxiana del valore nelle Considerazioni supplementari, testo redatto nel 1895 in seguito alle discussioni sviluppatesi a partire dalla pubblicazione del Terzo libro del Capitale. Engels cerca di sciogliere la supposta contraddizione tra valori e prezzi di produzione sul piano della storia: mentre la teoria dei prezzi di produzione è valida per il modo di produzione capitalistico, la teoria del valore esposta da Marx nel primo libro del Capitale «ha una validità economica generale per un periodo di tempo che va dall’inizio dello scambio che trasforma i prodotti in merci fino al xv secolo della nostra era»16. In questa fase storica, definita da Engels «produzione semplice di merci», lo scambio avviene in un primo momento in forma di baratto e in seguito attraverso la mediazione del denaro in rapporto comunque alla quantità di lavoro contenuta nelle merci, il lavoratore è ancora proprietario del prodotto del proprio lavoro e non vi è separazione tra le condizione soggettive e oggettive della produzione. 

È soltanto con il polarizzarsi delle condizioni oggettive della produzione in una classe specifica che si determina un mutamento della legge che regola lo scambio delle merci, che non si scambiano più in rapporto alla quantità di lavoro erogato nella loro produzione, bensì in base ai prezzi di produzione. In sostanza, per l’Engels delle Considerazioni supplementari, poiché la legge del valore e quella dei prezzi sono riferibili a momenti storici diversi, la contraddizione identificata dagli economisti borghesi coevi non ha ragione di esistere.

Per Backhaus la storicizzazione della teoria ha a tal punto veicolato la comprensione della teoria di Marx che all’interno del marxismo è possibile identificare due idealtipi interpretativi complementari entrambi riconducibili alla lettura engelsiana: l’interpretazione logico-storica e quella modellistico-platonica o, come viene definita da Ronald Meek, «mitologica».

L’interpretazione logico-storica si richiama espressamente alla lettura engelsiana e comprende la teoria del valore come legge di funzionamento della sola produzione semplice delle merci. Per questa corrente interpretativa le considerazioni sulla forma di valore altro non sono che il riflesso mentale del processo storico di formazione del denaro. L’interpretazione mitodologica, invece, non considera la produzione semplice di merci un vero e proprio stadio storico, bensì una prima approssimazione ideale, da cui è necessario partire per poi giungere al modo di produzione capitalistico in cui le merci si scambiano ai loro prezzi di produzione. Anche per l’interpretazione mitodologica il paragrafo marxiano relativo alla forma di valore rappresenta una semplice raffigurazione storica dell’evoluzione dello scambio dal baratto alla circolazione monetaria.

Queste due interpretazioni della teoria marxiana vengono identificate da Backhaus come teorie premonetarie del valore, teorie cioè che si propongono di sviluppare un’analisi della sostanza e della grandezza di valore separate dalla forma di valore, ovvero separate dalla teoria del denaro. Secondo Backhaus molti dei dibattiti sul denaro sviluppatisi in seno al marxismo, come quello tra nominalisti e metallisti che risale allo scontro teorico tra Kautsky e Hilferding, dipendono dalla mancata comprensione della connessione tra valore e denaro presente nella teoria marxiana. Per Backhaus la teoria del valore marxiana è essenzialmente monetaria e le pagine che Marx dedica alla forma di valore devono essere comprese come la deduzione logica del denaro a partire dallo scambio tra merci. Non solo, data l’unità di esposizione e critica che caratterizza la critica dell’economia politica, l’esposizione della teoria della forma che il valore assume nello scambio tra merci si presenta come critica delle teorie premonetarie del valore, critica di ogni sistema che postuli un’economia organizzata secondo una divisione del lavoro «naturale e spontanea» in cui le merci si scambiano nella forma del baratto. È in quest’ottica che Backhaus comprende il percorso che conduce dalla forma semplice di valore attraverso la forma dispiegata fino alla forma universale di valore: la forma dispiegata di valore caratterizza l’ipotesi di uno scambio generalizzato di merci in cui non è presente il denaro. Tale modello si mostra logicamente impossibile agli occhi di Marx poiché, dato che tutte le merci si mostrano al proprio possessore quali equivalenti generali, esse non posseggono alcuna forma generale di valore nella quale si possano equiparare come valori e quindi si presentano l’una di fronte all’altra non come merci, bensì come semplici prodotti, ossia come valori d’uso. Come afferma in modo chiaro Backhaus un modello premonetario di scambio generalizzato tra merci è impossibile da pensare.

Da questa considerazione Backhaus deduce inoltre che il concetto marxiano di scambio è un concetto generale trans-storico, come quello di lavoro o di prodotto, e che lo scambio che Marx analizza fin dall’inizio del Capitale deve essere inteso quale circolazione monetaria, cioè determinazione di forma dello scambio in cui i prodotti sono merci che assumono la forma di denaro e quindi la forma di prezzo.

 4. A partire dalle considerazioni sviluppate nella sua critica della storicizzazione della teoria marxiana del valore, Backhaus accenna alle condizioni di possibilità del fare storia a partire dalla critica dell’economia politica. La teoria marxiana è un’esposizione logica del modo di produzione capitalistico. Ma una tale esposizione logica deve solo sembrare una «costruzione a priori», essa presuppone invece indagini empiriche relative ai fenomeni economici e sociali, un’analisi storica quindi, affiancata dall’analisi delle categorie attraverso le quali «l’economia borghese» ha iniziato ad apprendere quell’empiria. È questo ciò che Marx definisce il metodo della ricerca e che da un punto di vista genetico precede l’esposizione dialettica. Tuttavia il metodo della ricerca non è il luogo dove sia possibile sviluppare una storia del modo di produzione. Essa può solo seguire l’esposizione logica. Per Backhaus non è quindi possibile sviluppare una storia del denaro, senza che precedentemente sia stato sviluppato un sistema categoriale che identifichi il denaro e ne sviluppi tutte le note concettuali. Senza un sistema categoriale consapevolmente sviluppato l’indagine storica sul denaro «sembra muoversi soltanto entro il medium preconcettuale della ‘rappresentazione’ [vorbegriffl ichen Medium der Vorstellung]; poco gli importa della determinazione del ‘che cosa’; gli interessa la pura e semplice esistenza del denaro e il suo carattere transitorio» 17. Non è un caso che qui Backhaus rimandi esplicitamente alla distinzione di matrice hegeliana tra la rappresentazione e il concetto: la teoria del modo di produzione trasforma la rappresentazione in concetto, che adesso può essere utilizzato produttivamente per la costruzione di una storiografia del modo di produzione capitalistico: «il materiale storico può venir ordinato e compreso soltanto a partire da ‘ciò che è acquisito per via logica’» 18. È il modo in cui Marx stesso opera, per esempio, nella sua analisi dell’accumulazione originaria: è possibile fare la preistoria del modo di produzione capitalistico solo nel momento in cui ho una teoria che mi permetta di discriminare ciò che è il modo di produzione capitalistico da ciò che non è. Solo una volta che è stata compresa la logica che sorregge il modo di produzione capitalistico quale luogo di produzione e riproduzione della separazione strutturale tra le condizioni soggettive e oggettive della produzione, è allora possibile sviluppare una storia dell’accumulazione originaria quale luogo di genesi storica di questa forma specifica del produrre.

Sempre nella direzione della chiarificazione dell’esposizione marxiana, Backhaus afferma – approfondendo ciò che qualche anno prima Alfred Schmidt aveva esposto in un importante articolo19 – che «non si può affatto asserire che all’inizio dello sviluppo concettuale vi siano assiomi e assunti fondamentali, dai quali si possono dedurre altre proposizioni»20. Il punto di partenza dell’esposizione sono le categorie dell’economia politica – «che poi sono esse stesse un elemento della realtà sociale» – quali rappresentazioni aconcettuali della realtà le quali per mezzo dell’esposizione dialettica stessa mostrano le proprie connessioni e permettono l’accesso concettuale ai contenuti a cui esse stesse si riferiscono. La contrapposizione tra economia classica e economia volgare, la prima che determina il valore a partire dal lavoro e la seconda che si muove tra i nessi superficiali dello scambio, diviene deducibile dalla contraddizione stessa che caratterizza il nesso immanente tra merce e denaro. Se da un lato si assolutizza il momento del processo lavorativo come luogo costitutivo del valore della merce, dall’altro si assolutizza il momento dello scambio tra merce e denaro riducendo il valore al valore di scambio. Tuttavia sia all’economia classica che all’economia volgare rimane celata la forma specifica in cui si determina il legame tra produzione e circolazione nel modo di produzione capitalistico: se la merce è il prodotto di un lavoro privato che viene validato come sociale (secondo un tempo di lavoro socialmente necessario) e dunque conta come valore nello scambio con denaro, si tratta allora di comprendere il movimento logico che da quella forma specifica del lavoro giunge al denaro quale nesso sociale in forma di cosa. Il movimento logico che dal lavoro giunge al denaro è il percorso che dalla sostanza del valore giunge alla sua forma fenomenica e che caratterizza l’esposizione marxiana della forma di valore e il carattere di feticcio della merce. Si tratta, come afferma Marx stesso, di comprendere ciò che l’economia politica non ha mai neppure messo a tema, ovvero «perché questo contenuto assuma quella forma, del perché, dunque, il lavoro si esponga nel valore dei prodotti del lavoro e la misura del lavoro attraverso la sua durata temporale nella grandezza di valore di essi»21.

È questa la prospettiva teorica che sancisce la differentia specifica della critica dell’economia politica. Essa analizza le condizioni di possibilità di una dimensione oggettuale particolare, nella quale oggetti naturali posseggono attributi sovrannaturali. Le merci hanno tutte un prezzo e di questa dimensione obiettivamente valida è necessario chiarirne la genesi. L’economia politica ha il proprio punto di partenza là dove la genesi si è già costituita e proprio perché i caratteri specifici di quella realtà appaiono caratteri naturali delle cose, la questione della genesi non può neppure essere posta.

 5. La via di accesso che secondo Backhaus permette a Marx la comprensione del processo che dal lavoro giunge al denaro è la constatazione della contraddizione tra lavoro privato e lavoro sociale che caratterizza immanentemente la produzione capitalistica fin dalla forma che la ricchezza assume in essa – quella della merce: «Marx ricava il concetto di ‘lavoro sociale’ e constata una contraddizione tra questa forma del lavoro e quella del lavoro ‘effettivo’ che ha un carattere privato. È questa contraddizione che viene considerata da Marx la causa del fatto che ‘il lavoro si presenta nel valore’, detto altrimenti del fatto che esiste il denaro»22.

La critica marxiana a Proudhon e ai teorici delle cedole orario, che caratterizza tutto il primo capitolo dei Grundrisse e che ricompare spesso quando Marx si trova a dover affrontare il legame tra merce e denaro, deve essere compresa, per Backhaus, anche nel suo lato costruttivo, quale teoria monetaria del valore, teoria cioè che vede nello scambio finale tra merce e denaro il luogo nel quale si compie in modo finale il processo di validazione sociale del lavoro erogato privatamente.

Le teorie premonetarie del valore-lavoro sviluppatesi in seno al marxismo pensano di poter astrarre dal denaro e di analizzare uno scambio generalizzato in cui non vi sia alcun equivalente universale. Esse non tengono conto del duplice carattere del lavoro che produce le merci, cioè della forma specifica in cui nel modo di produzione capitalistico si determina l’allocazione del lavoro sociale quindi della «situazione nella quale la connessione del lavoro sociale si fa valere come scambio privato dei prodotti individuali del lavoro»23. Esse lasciano pertanto da parte ciò che è davvero l’oggetto della teoria marxiana, il modo di produzione capitalistico.

Per Backhaus, un’interpretazione che non è in grado di comprendere il legame tra valore e denaro, cioè che non comprende come la sostanza si espone nella forma, si riduce, in ultima analisi, a una teoria del valorelavoro inteso come pena. Se si interpreta la prima sezione del Capitale alla luce del modello logico-storico della produzione semplice delle merci, è necessario postulare una misurazione a parte subiecti del tempo di lavoro erogato nella produzione delle merci, e quindi analizzare lo scambio tra merci a partire dall’equiparazione consapevole dei sacrifici soggettivi dei produttori, sulla scorta delle robinsonate dell’economia politica, nella quale per il cacciatore e il pescatore originari «uguali quantità di lavoro si può dire abbiano uguale valore» dovendo essi «sacrificare sempre la stessa quantità di riposo, libertà e felicità». Ma una tale lettura della teoria del valore eluderebbe proprio il carattere contraddittorio dell’erogazione del lavoro che caratterizza il modo di produzione capitalistico nel quale «a priori non ha luogo nessun cosciente disciplinamento della produzione», nel quale cioè il carattere sociale del lavoro erogato privatamente «si impone come una media che agisce ciecamente»24. La legge del valore, alla luce dell’interpretazione di Backhaus, si mostra un processo sovraindividuale che si attua obiettivamente rispetto alla coscienza degli agenti. Ogni unità produttiva eroga una certa quantità di lavoro nella produzione della propria merce, ma quanto di quel lavoro privato erogato si confermi come lavoro sociale, quindi come valore, non si può sapere prima dello scambio finale con il denaro. La teoria marxiana consiste quindi nello svolgimento di come la legge del valore si impone obiettivamente alle spalle degli agenti sociali. È chiaro quindi che ogni teoria premonetaria del valore-lavoro o si occupa di una situazione sociale che non è quella che caratterizza l’erogazione e la sanzione sociale del lavoro nel modo di produzione capitalistico oppure del modo di produzione capitalistico manca di cogliere proprio la contraddizione fondamentale.

 6. Il metodo marxiano dell’esposizione categoriale, sviluppato nella prima sezione del Capitale, ha come momento costitutivo la struttura sovraindividuale del processo di socializzazione del lavoro, di cui rappresenta l’adeguata concettualizzazione. Come afferma Backhaus: «si fa evidente che nell’analisi marxiana delle categorie non vengono assolutamente costruite, ‘simulate’ delle ‘situazioni-modello idealtipiche’; sicuramente per nulla situazioni-modello ‘nelle quali dei valori d’uso servono quali grandezze di misurazione e unità di misura per l’attribuzione di valore ad altri valori d’uso’»25. Non c’è nessuna attribuzione di valore, né alcuna astrazione o confronto soggettivi (condotti cioè a partire dagli agenti sociali), c’è invece un processo obiettivo di astrazione che si impone agli agenti sociali stessi. In conformità con la struttura oggettuale del valore, Marx può sviluppare la propria sistematica attraverso una analisi categoriale che ha come punto di partenza le forme attraverso le quali l’economia politica ha pensato il processo di produzione e riproduzione della società. Se il processo si impone obiettivamente agli agenti economici che strutturalmente non possono essere consapevoli del tempo di lavoro socialmente necessario, se non in seguito allo scambio con denaro, è possibile sviluppare un’analisi delle categorie quali «forme, determinazioni d’esistenza» o «forme di pensiero oggettive» che esuli dalla costruzione di modelli simulati di comportamento degli agenti economici. La legge del valore si impone attraverso gli agenti sociali, che rimangono sì il luogo dell’azione, ma di un’azione che si svolge a loro insaputa, alle loro spalle. Backhaus, a partire dalla messa in luce di questi caratteri del metodo marxiano, rimanda alla necessità dell’esposizione dialettica: è la struttura stessa della produzione capitalistica che impone all’analisi sociale un abbandono definitivo di qualsiasi forma di individualismo metodologico. Nella teoria marxiana:

non si tratta né di soggetti economici modellati, costruiti in modo idealtipico, né di soggetti economici che compiono azioni di scambio reali in società precapitalistiche; nei capitoli su merce e denaro […] si tratta piuttosto esclusivamente dell’analisi della struttura, della forma della relazione merce-denaro. I sostenitori di una interpretazione mitodologica o storicistica cercherebbero invano qui i termini il cui senso si riferisca ad atti intenzionali, a disposizioni economiche oppure ai contenuti, che stanno alla loro base, della coscienza o dell’inconscio di individui agenti l’uno insieme all’altro o l’uno contro l’altro26. 

A partire da queste considerazioni Backhaus svolge una critica alle teorie premonetarie del valore che coinvolge, oltre alla teoria marxista del valore- lavoro, la teoria marginalista e in generale tutte le teorie che non sono in grado di mettere a tema la connessione immanente tra valore e denaro. Queste teorie sono accumunate, per Backhaus, dallo iato che si determina tra l’astrazione sviluppata dallo scienziato sociale, che riduce la differenza qualitativa delle merci all’uniformità della dimensione che caratterizza la sostanza del valore, e la dimensione economica oggettuale nelle quali le merci sono già commensurabili in quanto esse hanno un prezzo e quindi rappresentano porzioni ideali dell’equivalente universale. Solo l’esposizione della dialettica della forma di valore permette di tenere assieme queste due dimensioni e ricomporre la scissione tra la sostanza di valore inferita a parte subiecti e la forma di prezzo che si è costretti a assumere in modo esogeno e surrettizio dalla teoria. Questa scissione ha la propria origine nella doppia misura del valore che caratterizza intimamente le teorie premonetarie del valore: una misura interna, in valore, anticipata nella teoria e una misura esterna, in prezzo, data nella realtà oggettuale. Questa scissione, a parere di Backhaus ricomponibile solo attraverso la messa a tema della forma di valore, è quella che ha condotto molti studiosi ad abbandonare la teoria del valore come presupposto metafisico o prescientifico.

 7. La riflessione economica più avvertita metodologicamente – Backhaus si riferisce sistematicamente a Simmel, Gottl-Otlilienfeld, Amonn – ha intuito che la scissione tra la dimensione del valore e quella dei prezzi deve essere analizzata e approfondita, ma proprio perché, in generale, ha preso avvio da una teoria soggettiva del valore è stata costretta a fermarsi di fronte al paradosso di un qualcosa di individuale che diviene sovraindividuale. Per Backhaus, la possibilità di pensare una tale contraddizione risiede nella sistematica marxiana fin dal proprio inizio. La merce quale sinolo di valore d’uso e valore rimanda alla contraddizione tra il lavoro privato e concreto e quello sociale e astratto. Mentre il primo lato di queste coppie opposizionali rimanda a un qualcosa di individuale, a qualcosa che può essere ricondotto alla considerazione cosciente del produttore, il secondo lato rinvia a qualcosa di sovraindividuale, che si esprime nella circolazione e che si impone obiettivamente agli agenti economici come media che agisce dopo l’erogazione privata del lavoro. L’opposizione tra valore d’uso e valore che caratterizza la merce è quindi l’opposizione tra il processo di erogazione privata del lavoro e la sanzione sociale di esso, ma tale opposizione, per Backhaus, all’inizio della esposizione marxiana è ancora una opposizione «per noi». Ciò che la merce esprime a noi quali teorici, la merce deve dimostrarlo nella realtà, attraverso il processo di costituzione di una dimensione economica, nel quale gli oggetti economici appaiano oggettualmente dotati di quella qualità sovrasensibile che è il valore. Il processo attraverso il quale la contraddizione immediata si determina quale contraddizione posta è quello sdoppiamento della merce in merce e denaro che da un lato permette la sanzione attraverso lo scambio del lavoro privato, dall’altro determina quella dimensione economica oggettuale nella quale le merci vengono concepite come immediatamente commensurabili in quanto quantità ideali di denaro. In questo modo, quella dimensione economica sovraindividuale, nella quale gli oggetti assumevano «qualità sovrasensibili», è ricondotta al suo fondamento materiale.

 8. C’è tuttavia, nei saggi di Backhaus, il rischio di scivolare in una autosufficienza del filosofico, rivalutato come «fondazione» metodologica. In Backhaus sembra mancare una indicazione precisa che orienti nel capire in che senso la «critica» dell’economia politica condurrebbe, come deve, a una diversa economia politica «critica». Il pericolo è quello di restare vittima, certamente contro le intenzioni, di una distinzione tra «economico» e «filosofico» che in ogni momento può scivolare in una vera e propria dicotomia, negando in fondo le ragioni profonde di Adorno contro Popper nella disputa sul «positivismo in sociologia». Il punto è che in Marx il valore come sostanza si costituisce compiutamente, e si attualizza, soltanto attraverso il valore come forma, e che ciò vale sia qualitativamente che quantitativamente.

Si è detto che la società di cui trattano i primi tre capitoli del Capitale è una società di scambio universale, dunque capitalistica. Si è visto anche come, secondo Backhaus, la «circolazione» delle merci, per quanto «semplice», è per definizione, e da subito, una circolazione monetaria. È a questo contesto che rimanda la categoria di valore come nient’altro che espressione (monetaria) del (tempo di) lavoro contenuto (nella misura socialmente necessaria). 

Il lavoro del singolo produttore è lavoro utile, concreto e particolare. La sua natura è immediatamente privata: esso è sociale solo «mediatamente», attraverso lo scambio di cose, e per il tramite della costituzione di quel «feticcio» che è il denaro. Merce particolare e al contempo universale, quest’ultimo si incarna, per esempio, in metalli nobili come l’oro o l’argento: d’ora in poi ci riferiremo solo all’oro, per brevità e in omaggio alle stesse assunzioni marxiane. Il denaro come merce è perciò il prodotto di un lavoro privato, pure è dotato di potere d’acquisto universale. In quanto lavoro concreto che produce quella merce «esclusa» che è l’oro come denaro, si tratta dell’unico lavoro privato che può valere come lavoro immediatamente sociale. Stando così le cose, il lavoro astratto contenuto nelle merci si conferma come tale nello scambio monetario solo se e nella misura in cui mostra una «equivalenza» con il lavoro che produce l’unica merce dotata della proprietà della immediata scambiabilità e universale. L’oro in quanto denaro è equivalente universale, merce singola in cui tutte le merci esprimono il loro valore. È quella che Marx chiama, con termine arcaico, una «materiatura»: una vera e propria materializzazione del valore in un materiale adeguato che svolge un ruolo passivo.

In questo percorso argomentativo, l’identità di sostanza – l’unità essenziale che fonda l’equivalenza tra merci e denaro – passa dentro la metamorfosi merce-denaro. Le merci vengono al mercato dotate di prezzo, e dunque esse sono già idealmente denaro, e in quanto tali non solo sono qualitativamente commensurabili ma anche quantitativamente misurabili in termini di unità di lavoro. Backhaus ci ha aiutato a giungere sin qui. La conclusione appena raggiunta rivendica ancor più la sua insistenza sulla natura essenzialmente monetaria della teoria del valore-lavoro contenuto. Egli sembra però fermarsi qualche passo prima. Non approfondisce più di tanto l’essenzialità – non solo qualitativa, ma anche quantitativa – del denaro come merce in Marx. E sembra dare per non problematico il riferimento del valore al solo lavoro. Il suo fuoco critico si concentra sul rapporto di sdoppiamento reale che dal valore va al denaro, ma esclusivamente in termini qualitativi. La questione del perché il valore esibisca nient’altro che lavoro nel denaro, e quella connessa della determinazione quantitativa dell’equivalenza, non compaiono nel suo percorso di lettura. Eppure entrambi i punti stanno alla base della costruzione marxiana, che non regge senza che si verifichi la solidità del modo con cui Marx li risolve.

 9. Per capire dove stia il problema occorre fare qualche passo ulteriore. Il punto di partenza sta nel fatto che il valore «assoluto» o «intrinseco» su cui tanto (giustamente) insiste Backhaus, e dunque la gelatina di lavoro astratto coagulato, è in quanto tale, inafferrabile. Almeno così lo qualifica Marx nelle prime due sezioni del primo capitolo. Il valore è un vero e proprio «fantasma». Quel fantasma deve impossessarsi di un corpo. Ora, secondo Marx, il lavoro si incorpora nella dimensione concreta. L’espressione lavoro «incorporato» è da Marx impiegata sempre e solo per il lavoro concreto che si «incarna» (altra espressione significativa) nei valori d’uso. Mai per il lavoro astratto, che semmai viene qualificato come lavoro «contenuto» nelle merci. Ma dunque quella espressione, lavoro incorporato, vale anche (e soprattutto!) per il lavoro concreto che si incorpora nell’oro in quanto merce denaro, che altro non è, dice testualmente Marx, che «valore incorporato» – è proprio la «materiatura» del valore in denaro che abbiamo già incontrato. Se le cose stanno così, come ha intuito bene Rubin, si deve dire che il lavoro astratto, come attività, e il valore, come suo risultato, esistono già, in forma latente, nella fase della produzione immediata. La transizione dalla potenza all’atto si dà nella fase della circolazione, nello scambio sul mercato finale delle merci, dove il denaro conferisce realtà effettuale a quelle grandezze fantasmatiche.

Giunti a questo punto, il problema teorico che si pone pare essere la possibile scissione tra la fase della produzione immediata, dove vigerebbe ex ante la disomogeneità e l’incommensurabilità, e la sfera della circolazione monetaria, dove si instaurerebbe ex post l’omogeneità e la commensurabilità. Le vie d’uscita potrebbero essere due.

La prima via, cui in parte allude ma in cui mai scivola davvero Backhaus, sarebbe quella di confermare con forza nella teoria marxiana la natura di merce del denaro. Certo, la distinzione netta di Marx dal metallismo sarebbe a questo punto alquanto eroica. Il rimando alla forma prezzo, come «rappresentazione» anticipata dagli agenti della quantità di denaro che si aspettano di ottenere dallo scambio, consentirebbe però di restaurare un percorso che dall’interno va verso l’esterno: che dalla merce muove al denaro. La sequenza appare essere declinata però, come abbiamo insistito nel rilevare, in un senso esclusivamente qualitativo, e non poter procedere oltre.

La seconda via, cui pure accenna Backhaus ma che di nuovo non chiude la partita, è quella di ricordare che in Marx a essere allocato dai produttori privati nello scambio universale è sempre e solo il lavoro sociale sistemico, il «lavoro comune». Questa seconda risposta è anch’essa inadeguata. Sappiamo come la divisione sociale del lavoro nella società di scambio universale, dunque nel capitalismo, sia tale che i singoli produttori, le imprese, debbono erogare tempo di lavoro secondo una «media» sociale: una medietà che riguarda sia l’intensità del lavoro sia le condizioni tecniche. Sappiamo anche che quei produttori devono soddisfare il bisogno sociale pagante, che non conoscono con certezza nel momento della prestazione del lavoro vivo. Insomma, quel «lavoro comune» è speso in unità individuali, e la socialità di quella erogazione da parte dei produttori in competizione reciproca non è affatto garantita. Non basta «contare» le ore di lavoro empiriche, neanche a livello aggregato, per avere il «lavoro sociale», se non solo si parte dalla, ma se ci si ferma anche alla, «circolazione». La sanzione monetaria è in questo caso qualcosa che si dà solo ex post, nella validazione finale e monetaria sul mercato finale delle merci (si badi, peraltro, che solo in questa dimensione è possibile analizzare il denaro se, come fa Backhaus e con lui buona parte degli interpreti dialettici di Marx ci si ferma alla prima sezione del Capitale). Il lavoro sociale capitalistico, insiste Marx, è altra cosa dal lavoro «immediatamente socializzato», cioè da quella situazione nella quale l’attività produttiva degli esseri umani è posta in relazione sociale nel momento del lavoro vivo, non del lavoro morto. Senza che si richieda dunque la mediazione del mercato, dello scambio di cose: il carattere di feticcio.

Si tenga presente il rischio delle due vie d’uscita alla difficoltà che si è individuata. Se si prende la seconda, la teoria del valore marxiana si riduce a una tautologia o a un postulato. Se si prende la prima, la sua validità è legata a filo doppio alla teoria del denaro come merce. Qualora però il denaro sia senza valore, cioè non sia prodotto di lavoro, cade il ponte che costituisce l’identità essenziale che riconduce il valore al lavoro. Restiamo con una dualità irreconciliabile di dimensioni, senza mediazione alcuna.

Da un lato la dimensione tutta e solo «reale», che rimanda al valore d’uso. Dall’altro la dimensione «monetaria» che rimanda al valore. Così, le difficoltà della seconda via spiegano la dicotomia che si è prodotta, dagli anni Settanta in poi, tra una linea che assume come dato di partenza una configurazione produttiva data in termini fisici, da un lato, e una linea che pone la dimensione monetaria come un a priori non altrimenti analizzabile, dall’altro. E si spiega anche come chi ha voluto sfuggire a questi esiti distruttivi si sia rifugiato nella prima via, nella assunzione (di cui non si cerca fondazione alcuna, o di cui si dà una fondazione sostanzialmente naturalistica) di una identità tra valore e lavoro, o negli anni più recenti tra neovalore e lavoro vivo.

 10. Il percorso logico marxiano per come lo abbiamo ricostruito è opposto, e del tutto conseguente. La merce è già denaro, sia pure idealmente. Il prezzo è la forma di denaro delle merci, dunque è già distinto nella «rappresentazione» dalla loro forma corporea e tangibile. Il denaro è però anche merce. Il lavoro immediatamente privato che produce le merci che devono essere oggetto della «vendita» si specchia in quell’unico lavoro concreto che vale come immediatamente sociale e che produce il denaro che effettua la «compera». In forza di questo processo il lavoro astratto nella merce si convalida quale lavoro mediatamente sociale, dentro la circolazione, nello scambio con il denaro. Il problema che residua, e che dobbiamo risolvere per andare avanti, è quello di individuare l’ammontare reale di tempo di lavoro in cui si traduce il denaro ideale «immaginato» nel prezzo della merce. O, se si vuole: come si determina quantitativamente la grandezza di valore dell’equivalente universale?

La risposta è, a ben vedere, immediata. Se il denaro è merce, il lavoro che lo produce deve esso pure essere lavoro privato. La traduzione quantitativa che andiamo cercando viene data dallo scambio di merce e denaro al punto di produzione di quest’ultimo: ma, si badi, del denaro quale «prodotto» non ancora mediato dallo scambio: oro in quanto metallo nobile. Scrive Marx al termine del secondo capitolo: il valore proprio del denaro è determinato dal tempo di lavoro richiesto per la produzione dell’oro, e si esprime nel quantum, nell’ammontare quantitativo definito, di quelle altre merci nelle quali si è coagulato tempo di lavoro di grandezza pari al tempo di lavoro concreto coagulato in quel metallo. Questa fissazione della grandezza relativa di valore del denaro come merce avviene di fatto, praticamente, al punto di immissione del denaro merce, nella forma del «commercio immediato di scambio» (in unmittelbarem Tauschhandel). In sostanza, nel «baratto». La forma I (la forma «semplice» di valore) e la forma II (la forma «totale» o «dispiegata») non si limitano affatto a mostrare esclusivamente la impossibilità di uno scambio universale non immediatamente monetario: perché la forma III (forma universale di valore), ma dunque anche la forma-denaro in cui essa evolve, le include entrambe. Il rimando alla forma I – ora che una merce singola, l’oro, e a esclusione di tutte le altre merci, si fissa come equivalente universale e diviene denaro – chiarisce quella peculiarità del denaro grazie alla quale i «fantasmi» del valore delle merci prendono possesso di «un corpo», si materializzano presentandosi nella forma fenomenica del valore d’uso del denaro in quanto merce. Per questo, il lavoro concreto e privato che produce l’oro come denaro vale come quell’unico lavoro che è anche immediatamente sociale, e che esibisce e esprime la totalità dei lavori astrattamente umani che hanno prodotto quelle merci. Il rimando alla forma II chiarisce come si possa dare la determinazione del valore relativo del denaro, di cui andavamo alla ricerca. Il denaro, come ogni altra merce, non può esprimere la propria grandezza di valore che «relativamente», rispetto a tutte le altre merci, in certi rapporti quantitativi definiti.

Cosa signifi chi tutto ciò è presto detto. Nel terzo capitolo del primo libro Marx scrive che alla fonte di produzione dei metalli nobili questi ultimi vengono «scambiati direttamente» (in forza di un direkt Austausch). Si ha «vendita» senza «compera». La merce viene scambiata con l’oro, c’è dunque «vendita»: ma l’oro non è ancora «figura trasformata della merce», denaro. Non c’è dunque, categorialmente, «compera», acquisto. Abbiamo merci, a un polo, e oro come «prodotto immediato», all’altro polo. Marx ragiona nel modo seguente. Per funzionare come denaro, l’oro deve entrare nel circuito in un punto. Questo punto è alla fonte di produzione, dove l’oro si scambia come prodotto di lavoro immediato (e non come forma trasformata della merce) contro un altro prodotto di lavoro, «equivalente» in termini di lavoro contenuto. È dunque «baratto». È solo da questo punto in poi che l’oro «rappresenta» prezzi di merci: ovvero, prezzi di merci non meramente «rappresentati» o «immaginati» – attesi o nozionali, diremmo oggi – ma prezzi già realizzati. Si costituisce così la «circolazione» in senso proprio. È perciò solo da questo punto in poi che l’oro diviene denaro ideale. Grazie alla fissazione della grandezza di valore dell’oro al punto di immissione nel circuito, si può vedere nella forma prezzo il ponte per una determinazione quantitativa precisa che traduca le grandezze monetarie – sia pure «ideali»: dunque solo anticipate, non ancora realizzate – in ammontari definiti di quantità di lavoro. Ecco perché i prezzi non sono altro che una «espressione monetaria del tempo di lavoro (socialmente necessario)».

A questo punto, però, facendo interagire la rilettura di Backhaus con una lettura più approfondita di alcuni passaggi della prima sezione, l’esito appare necessitato, e non del tutto tranquillizzante. La teoria «monetaria» del valore di Marx è tutt’uno con una teoria del denaro come merce. L’unitarietà del percorso logico che la fonda, nei suoi due (inscindibili) versanti qualitativo e quantitativo, pare tenere soltanto se lo scambio universale di merci, come «circolazione» monetaria, viene ricondotto in ultima istanza a un «baratto» originario. E si riproduce la consueta ambiguità sulla possibile, doppia lettura di quest’ultimo, in senso logico o logico-storico.

 11. Questa ricostruzione della prima sezione non deve necessariamente condurre al rigetto della teoria monetaria del valore di Marx, come potrebbe invece sembrare a prima vista. Il punto di partenza è costituito ancora una volta da una considerazione dello stesso Backhaus. La prima sezione, l’analisi della «circolazione semplice», raffigura una società e una economia pienamente capitalistiche. I lavori «privati» che si connettono socialmente nella metamorfosi di merci e denaro sono imprese capitalistiche che organizzano lavoratori collettivi, e sono in lotta di concorrenza tra di loro. L’analisi dei primi tre capitoli inizia però quando il processo di produzione è terminato: non indaga ancora come le merci capitalistiche sono prodotte. «Lavoro» è, nel Marx del Capitale, sempre lavoro vivo erogato da una forza lavoro che è «appiccicata» a corpi di esseri umani. Ma anche qui è di nuovo evidente che nella prima sezione il lavoro astratto – se è un aspetto del lavoro vivo che viene erogato, unito e contrapposto all’altro suo aspetto di lavoro concreto, non si specifica ancora come lavoro vivo del lavoratore salariato.

A partire dalla fine del quarto capitolo in poi il quadro cambia, e diviene possibile quello che nella prima sezione è impossibile. Il processo capitalistico, nella sua unità di produzione e circolazione, non comprende solo lo scambio universale monetario sul mercato «finale» delle merci, ma richiede la previa indagine del «rapporto sociale di produzione». Si impone dunque l’analisi tanto della «compravendita» della forza-lavoro quanto del «processo immediato di produzione». Senza l’inclusione della forza-lavoro – ma dunque, per forza di cose, anche dei suoi «portatori», i lavoratori viventi – nel «mostro» tecnologico e organizzativo che è la «fabbrica», non si potrebbe dare produzione di (neo)valore. È questa una «incorporazione» in un senso ben diverso dalla incarnazione del valore nel denaro di cui abbiamo discusso prima. Grazie a essa quel non-vivente che è il capitale, il valore come lavoro ormai oggettivato, può tornare a figliare valore e nuovo valore sfruttando lavoro vivo. Senza rendere interna questa alterità radicale rispetto al lavoro morto la valorizzazione e la totalità capitalistica semplicemente non potrebbero darsi. Tale inclusione – mediata da un processo monetario su cui torneremo – è però problematica, tutto meno che garantita. Il suo successo dipende anche, e crucialmente, dal superamento di quella potenziale «contro-produttività» di valore che discende dall’antagonismo del lavoro «dentro e contro» il capitale. Per costituirsi come quel Soggetto il cui movimento ha la parvenza della automaticità il capitale deve vincere la lotta di classe nel «terreno contestato» della produzione. Deve dunque annettere, e prima ancora attivare, la cooperazione e la forza produttiva del lavoro per il tramite dell’innovazione organizzativa e tecnologica. In questa nuova deduzione che stiamo descrivendo il rimando del valore al lavoro si trasforma nella riconduzione del neovalore aggiunto nel periodo al lavoro vivo che lo ha costituito. La fondazione dell’identità tra neovalore e lavoro vivo sta allora proprio in questo, nella circostanza che l’estrazione di lavoro dai lavoratori non può essere data per scontata, perché la forza lavoro è al tempo stesso tanto del capitale quanto dei lavoratori.

Questa sequenza argomentativa contiene implicitamente una diversa costituzione del nesso tra dimensione «monetaria» e dimensione «lavoro» dentro la teoria del valore. La produzione complessiva di merci nel periodo, dunque lo stesso neovalore, dipendono da nient’altro che dall’uso, dunque dallo «sfruttamento», della forza-lavoro, in una prima e fondamentale accezione: quale erogazione di tutto il lavoro vivo, secondo dinamiche che ne definiscono l’ammontare estratto ma anche che ne segnano la natura. Di fatto, lo sfruttamento del lavoro si fa materialmente vero nella sussunzione tanto formale che reale del lavoro al capitale. È così che il «fantasma» del valore si trasforma in quel «vampiro» che è il capitale; lavoro morto che si riproduce e accumula «succhiando» lavoro vivo astratto dai lavoratori concreti, in carne e ossa. L’uso della forza lavoro è evidentemente finalizzato allo sfruttamento in una seconda accezione che attiene alla ripartizione del neovalore: il lavoro vivo assorbito dal capitale deve eccedere quella quota della giornata lavorativa sociale che va restituita ai lavoratori nella «sussistenza» a loro destinata. Se è vero che tutto ciò dipende dall’incorporazione al processo produttivo capitalistico della forza-lavoro, dunque dei lavoratori viventi, su cui abbiamo insistito più volte, rimanda anche, con tutta evidenza e preliminarmente, a quell’atto monetario che apre il circuito capitalistico: cioè all’anticipazione del monte salari monetario con cui i produttori capitalistici acquistano la forza-lavoro.

Questa prima fase del ciclo del capitale monetario richiede che l’insieme delle imprese ottenga un finanziamento dal sistema bancario. La moneta-credito che apre il circuito è però del tutto indipendente dal riferimento al denaro come merce – Marx arriverà molto vicino a questa tesi, ma soltanto nel terzo libro, e mai del tutto compiutamente. È legittimo vedere nel finanziamento (bancario) alla produzione (delle imprese capitalistiche) una ante-validazione monetaria dei lavori concreti che si svolgono nei processi lavorativi capitalistici in competizione, sulle base delle aspettative in merito al conflitto di classe e all’andamento della domanda. In questo caso la «forma» imprime il sigillo capitalistico come una scommessa sul futuro, che rende le prestazioni lavorative immediatamente commensurabili in quanto lavori che producono denaro in potenza. E questo ragionamento può e deve essere svolto fuori da una teoria del denaro come merce.

Ciò che può sulle prime destare perplessità è il quesito sul come si definiscano in questo quadro teorico le categorie di lavoro necessario e pluslavoro che stanno «dietro» quelle di capitale variabile e plusvalore. La risposta è semplice. Il reddito prodotto nei processi capitalistici, ai prezzi «attesi», non può che esprimere monetariamente il tempo di lavoro vivo complessivo che è stato erogato e estratto conflittualmente dai lavoratori. Si tratterà evidentemente di vedere in che misura quei prezzi «attesi» si confermeranno sul mercato. Se però così non avvenisse, ciò farebbe variare l’espressione monetaria del tempo di lavoro ex post rispetto a quella ex ante. Il prodotto nazionale continuerebbe a esprimere in denaro nient’altro che l’ammontare di quel «lavoro comune» che ora davvero può essere assunto come «sostanza» del valore delle merci, in quanto soggetto a un processo di ante-validazione monetaria. Marx suppone anche che la classe capitalistica sia costretta dal conflitto sociale a destinare una certa quantità di mezzi di sussistenza ai lavoratori. Il salario di sussistenza di classe è, in un certo periodo e in un certo luogo, un dato. Così si definisce quantitativamente il «lavoro necessario». Il valore del capitale monetario anticipato si esaurisce, in termini macroeconomici, nella forza lavoro che viene acquistata grazie al finanziamento bancario alla produzione. Detto altrimenti: visto che il valore della forza lavoro esprime monetariamente nient’altro che il lavoro necessario, grazie a ciò il finanziamento bancario viene determinato esso stesso in termini di «valore». La lotta di classe nella produzione determina il prolungamento della giornata lavorativa sociale oltre il lavoro necessario, e ci consente di ottenere il pluslavoro come differenza tra il lavoro oggettivato nel prodotto sociale (ai prezzi «attesi») e il lavoro necessario (espresso nel salario), come grandezze sistemiche. Abbiamo così la definizione dello sfruttamento come grandezza monetaria attesa, esprimibile in unità di lavoro. Se i prezzi attesi sono confermati sul mercato finale delle merci, lo sfruttamento quale esito della produzione viene integralmente attualizzato nella circolazione.

Una volta dato il neovalore espresso monetariamente, la regola di determinazione dei prezzi non può che distribuire diversamente quel neovalore: non può modificare il lavoro necessario o il pluslavoro in termini di classe. Il cosiddetto problema della trasformazione si dissolve. Ciò che può essere modificato dalla determinazione dei prezzi non è né il lavoro vivo erogato nel sistema né il lavoro necessario, le due grandezze «macro» su cui si concentra buona parte del discorso nel primo libro del Capitale. È semmai il lavoro «pagato» ai lavoratori, che può divergere dal lavoro «necessario». In altri termini, se le merci-salario hanno «prezzi» diversi dai «valori», allora il lavoro comandato dal monte salari monetario divergerà dal lavoro contenuto nei beni che esso acquista (il che si rifletterà evidentemente in modo analogo in una divergenza dei profitti monetari lordi espressi in lavoro comandato dal plusvalore espresso in lavoro contenuto). Non è questo il luogo di entrare nel merito di questa questione, che attiene in verità alla dimensione microeconomica dello scambio tra imprese. Basti osservare che quanto appena rilevato non modifica direttamente in nulla la contabilità dello sfruttamento di classe svolta nel suo livello proprio, cioè in termini sistemici. Quello sfruttamento è del tutto adeguatamente espresso dal ragionamento in valore, se si assume che sia dato il salario complessivo della classe lavoratrice in termini reali. In quel che precede abbiamo certamente uno spostamento di rilievo di enfasi nel discorso marxiano sul denaro. Il denaro come equivalente universale pone l’accento sulla validazione ex post dei lavori privati. È questo il nocciolo della questione in cui si esaurisce in fondo la prima sezione del Capitale. Si tratta ora di fare spazio al denaro come capitale: di porre l’accento sul finanziamento della produzione come ante-validazione della erogazione del lavoro vivo dei salariati. Se sia possibile vedere queste due deduzioni non come alternative ma come successive e complementari, o ancora meglio se si possa vedere la seconda non come cancellazione ma come superamento della prima, non può escludersi, e certo a questo dovrebbe condurre una ripresa e un completamento dialettici del frammento di sistema di Marx. Quello che è certo è che il discorso sul denaro come merce – una volta liberato dal compito improprio che ha nella lettera marxiana di fondare l’identità valore-lavoro: un compito che va invece svolto dal denaro come capitale nella forma del finanziamento bancario – non viene affatto cancellato nelle sue ragioni, ma semplicemente ridefinito, da una impostazione in termini di moneta-segno. In effetti, nello stesso svolgersi del percorso logico marxiano il denaro come merce recede sempre di più sullo sfondo, anche se non scompare mai integralmente. Torna infatti centrale nella crisi: quando la corsa in avanti della valorizzazione capitalistica resa possibile dal capitale produttivo di interesse e dal capitale commerciale viene temporaneamente ma bruscamente arrestata. Il sistema creditizio si annichila in sistema monetario, mediante un processo di inversione e rovesciamento che lo riconduce al metallo. A ben vedere, la richiesta inesauribile del «denaro come denaro» non esprime altro che l’affermarsi prepotente di quella «oggettualità» sociale estraniata che sovrasta gli agenti nella forma del «duro contante». Essa è ancora una volta ricondotta da Marx al denaro come merce. Come nel caso della «critica» delle teorie non monetarie del valore l’intuizione marxiana si è rivelata potente sostanzialmente corretta e fertile, e è stata a ripetizione confermata nella storia. Ma il «duro contante» non deve necessariamente materializzarsi in una merce – anche se spesso è avvenuto, e potrebbe tornare ad avvenire in futuro.

La rivendicazione della teoria marxiana come teoria monetaria del valore è dunque un capitolo ancora aperto. Che le due impostazioni, quella in termini del denaro come merce e quella in termini del finanziamento bancario, siano alternative e non invece successive e complementari, è qualcosa su cui è difficile pronunciare un giudizio definitivo. Si richiederebbe una ricerca congiunta e non dogmatica di filosofi e economisti, tesa più che alla ripetizione delle formule marxiane a un effettivo prolungamento e approfondimento della dialettica marxiana. E a questo Backhaus continua a invitarci. 

Note 

1 M. Heinrich, Kritik der politischen Ökonomie: Eine Einführung, Stuttgart,

Schmetterling Verlag, 2007, trad. ingl., An Introduction to the Three Volumes of

Karl Marx’s Capital, New York, Monthly Review Press, 2004; H. Reichelt, Neue Marx-Lektüre. Zur Kritik sozialwissenschaftlicher Logik, Hamburg, VSA-Verlag, 2008, M. Heinrich, Wie das Marxsche Kapital lesen? Hinweise zur Lektüre und Kommentar zum Anfang von «Das Kapital», Stuttgart, Schmetterling Verelag, 2008; I. Elbe, Marx im Westen. Die neue Marx-Lektüre in der Bundesrepublik seit 1965, Hamburg Akademie Verlag, 2008, R. Bellofi ore, T. Redolfi Riva, The Neue Marx-Lektü re. Putting the critique of political economy back into the critique of society, in «Radical Philosophy», n.189, 2015.

2 «Unità proletaria», n.1-2, 1981. Si riporta interamente la presentazione che Agazzi redasse per la pubblicazione del saggio di Backhaus: «Hans-Georg Backhaus è nato nel 1929 a Remda, presso Erfurt, in Turingia (oggi nella Repubblica Democratica Tedesca). Negli anni Cinquanta è emigrato nella Repubblica Federale Tedesca, ove ha studiato filosofia, sociologia e economia politica prima a Heidelberg e poi a Francforte sul Meno. Verso la metà degli anni Sessanta ha partecipato ai lavori dell’Istituto per la Ricerca Sociale, tenendo seminari per i corsi di Adorno, durante i quali ebbe modo di esporre le prime linee di un suo programma di ricerca e di ricostruzione della teoria marxiana del valore. L’articolo che qui si presenta tradotto in italiano comparve solo più tardi, in un volume curato da Alfred Schmidt, dal titolo: Beiträge zur marxschen Erkenntnistheorie (Frankfurt, Suhrkamp, 1972), e è in sostanza una rielaborazione del saggio da lui scritto, ma non pubblicato, nel dicembre 1965 appunto per uso del seminario di cui si è detto. Vi sono buone ragioni per ritenere che esso sia stato alla base di una ripresa di studi su un fondamentale aspetto del pensiero di Marx, che in precedenza non era mai stato analizzato a suffi cienza e correttamente, con grave discapito per la retta comprensione della teoria marxiana. Al seminario di Backhaus prendeva parte l’allora studente Hans-Jurgen Krahl, che in seguito, prima della sua prematura e tragica morte nel 1970, scrisse Zur Wesenlogik der Marxschen Warenanalyse Bemerkungen zum Verhältnis von ‘Kapital’ und Hegelscher Wesenlogik, raccolti poi nel volume Konstitution und Klassenkampf (Frankfurt 1971). Si ispirano alle posizioni di Backhaus anche il lavoro di Helmut Reichelt, Zur logichen Struktur des Kapitalbegriffs bei Karl Marx, Frankfurt 1970 e taluni saggi di R. Bubner, J. Ritsert, V.M. Roth e altri; nella Repubblica Federale intorno a questi temi si è sviluppato, e tuttora continua, un dibattito sulla teoria del valore di Marx che promette di dare notevoli risultati. Le linee programmatiche presentate in questo articolo vennero poi sviluppate da Backhaus nelle tre parti fi nora pubblicate di un lungo saggio: Materialien zur Rekonstruktion der Marxschen Werttheorie, apparse nella serie Gesellschaft.  Beiträge zur Marxschen Theorie delle Edizioni Suhrkamp, del cui gruppo di redazione Backhaus faceva parte insieme a H.-D. Bahr, F. Eberle, E. Hennig, J. Hirsch, O. Negt, H. Reichelt, A. Schmidt e altri. Il titolo stesso del lavoro lascia comprendere come Backhaus intendesse anche replicare alla Ricostruzione del materialismo storico proposta da Habermas, che, come è noto, abbandona in essa la teoria del valore-lavoro. Se le due prime parti (pubblicate rispettivamente nei numeri 1 e 3 di ‘Gesellschaft’, apparsi nel 1974 e 1975) sviluppano le posizioni già tracciate nell’articolo qui presentato, la terza parte (in ‘Gesellschaft’ n.11, del 1978) delinea alcuni approfondimenti e alcuni mutamenti di prospettiva, che si accentuano in una quarta parte, tuttora inedita del saggio. Sembra tuttavia che attualmente Backhaus abbia rinunciato a terminare questo lavoro, giacché si è dedicato alla preparazione di un altro volume, Marx und die marxistiche Orthodoxie (già annunciato come n. 43 della Neue Folge delle Edition Suhrkamp, e ormai di imminente pubblicazione) in cui tutto il suo discorso viene rielaborato da capo [il volume non è mai stato pubblicato, mentre la quarta parte dei Materiali, rielaborata rispetto al manoscritto che possedeva Agazzi, è stata pubblicata da Backhaus soltanto in Dialektik der Wertform, Freiburg, ça ira, 1997, e tradotta nel presente volume. N.d.C.]. La dialettica della forma valore è già stato presentato in diverse traduzioni (francese, olandese, spagnola, svedese, giapponese e inglese) al pubblico dei rispettivi paesi. La ragione per cui si ritiene opportuno presentarlo anche al pubblico italiano sta anche nel fatto che da noi la ‘crisi del marxismo’ (perdurante quando ormai altrove sembra passata di moda) ha uno dei suoi ‘punti forti’ nella liquidazione della teoria marxiana del valore-lavoro. Il punto centrale del saggio di Backhaus consiste nella dimostrazione che tanto i critici del marxismo quanto troppo spesso economisti che si credono marxisti non hanno criticato o difeso propriamente la teoria marxiana (perché non l’hanno veramente intesa), quanto la teoria classica del valore-lavoro, a torto identifi cata sostanzialmente con quella. Ciò non vuol dire difendere una morta ‘ortodossia’ marxiana: come si può scorgere dalle pagine che seguono, e ancor più dagli altri lavori di Backhaus dianzi citati, lo stesso Marx a suo parere non ha saputo presentare in forma sistematica compiuta le sue fondamentali idee sulla teoria del valore e sul suo rapporto con la teoria del denaro, sul nesso costitutivo fra analisi quantitativa e analisi qualitativa del valore (fra sostanza e forma del valore, quindi fra economia e fi losofi a), offrendo così spazio a numerosi fraintendimenti e incomprensioni, di cui sono stati vittima (o colpevoli) non solo i suoi critici, ma la quasi totalità dei suoi seguaci. Agli uni e agli altri, che certo non mancano nemmeno in Italia, vogliamo offrire quello che ci sembra una preziosa proposta di ‘ricostruzione’ del pensiero di Marx, che non ha intenti puramente fi lologici, bensì anche fi losofi ci e politici». 

3 Cfr. H. Reichelt, Warum hat Marx seine dialektische Methode versteckt?, in «Beiträge zur Marx-Engels-Forschung. Neue Folge», 1996, ora rivisto e inserito come capitolo ottavo in H. Reichelt, Neue Marx Lektüre, op. cit. Si veda inoltre, sulla stratificazione del primo capitolo del primo libro del capitale, R. Fineschi, Le edizioni del libro I del Capitale, in Id., Un Nuovo Marx, Roma, Carocci, 2008. Roberto Fineschi ha inoltre introdotto in Italia lo sconosciuto dibattito tedesco sul proclamato progressivo nascondimento del metodo dialettico nelle varie stesure del Capitale che giunge a esiti opposti rispetto a quelli presentati da Reichelt e generalmente condivisi dalla Neue Marx-Lektüre, R. Fineschi, MEGA2: dalla filologia alla interpretazione critica. Un resoconto del dibattito tedesco sulla teoria del valore negli anni ‘70/’80, in Id., Un Nuovo Marx, cit. Sul dibattito tedesco si veda inoltre R. Fineschi, Dialectic of the Commodity and Its Exposition: The German Debate in the 1970s – A Personal Survey, in R. Bellofi ore, R. Fineschi, (a cura di), Re-reading Marx: New Perspectives after the Critical Edition, New York, Palgrave, 2009. In questo stesso volume, per una lettura del dibattito tedesco di segno diverso, si veda M. Heinrich, Reconstruction or Deconstruction? Methodological Controversies about Value and Capital, and New Insights from the Critical Edition.

4 A. Schmidt, (a cura di), Beiträge zur Marxschen Erkenntnistheorie, Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1969, ora in H.G. Backhaus, Dialektik der Wertform, cit.

5 La prima pubblicata in Per la critica dell’economia politica, la seconda per il primo capitolo del primo libro del Capitale, la terza apposta come appendice per il lettore non dialettico alla prima edizione del Capitale, la quarta come terzo paragrafo del primo capitolo della seconda edizione del Capitale. A queste quattro redazioni si aggiunge il Manoscritto 1871-72 nel quale Marx elabora le integrazioni i cambiamenti da apportare alla seconda edizione del Capitale

6 «Se vi è forse (ci si è arrischiati a suggerirlo) in Marx una risposta importante a una domanda che non viene posta in alcun luogo, risposta che Marx non giunge a formulare se non a condizione di moltiplicare le immagini adatte a darle corpo: la risposta della ‘Darstellung’ e dei suoi mutamenti, ciò è senza dubbio dovuto al fatto che Marx non disponeva a quel tempo (e non poté utilizzarlo durante la sua vita) del concetto adeguato atto a pensare ciò che produceva: il concetto dell’effi cacia di una struttura sui suoi elementi», L. Althusser, E. Balibar, Leggere Il Capitale, Milano, Feltrinelli, 1971, p. 29.

7 Infra, p. 166. 

8 Infra, p. 169.

9 Backhaus arriva ad affermare che se i Manoscritti del 1857-58 fossero andati perduti non vi sarebbe stata alcuna possibilità di sviluppare una interpretazione logica della sistematica complessiva della critica dell’economia politica. Cfr. Infra, p.199.

10 Infra, p. 200. 

11 Infra, p. 192. 

12 Questo saggio, inedito in Germania, fu pubblicato da Agazzi nel numero 3 della rivista «Marx 101» nel 1984. In una lettera Backhaus ha fatto sapere ai curatori di questo volume che la sua analisi del rapporto tra logico e storico presentata in questo saggio dovrebbe essere aggiornata in relazione al dibattito che si è riacceso in questi ultimi anni in Germania sull’interpretazione engelsiana della teoria del valore di Marx, cfr. W. Haug, Historisches/Logisches, in «Das Argument», n. 251, 2007; M. Krätke, Das Marx-Engels-Problem: Warum Engels das Marxsche „Kapital« nicht verfälscht hat, in «Marx-Engels Jahrbuch 2006», Berlino 2007; I. Elbe, Die Beharrlichkeit des «Engelsismus», in «Marx-Engels-Jarbuch 2007», Berlino 2008. Backhaus ci faceva notare che le mancanze maggiori del saggio sono di ordine testuale. Nel saggio non si tiene abbastanza di conto del Capitolo Sesto Inedito e dei Manoscritti del 1861-63. Come ci ha scritto Backhaus: «con i testi di cui sopra sia la vecchissima controversia sul ‘logico’ e lo ‘storico’ sia quella del vecchio Engels sono definitivamente sciolte: Engels semplicemente non ha capito quella dialettica della merce e del capitale e perciò è del tutto responsabile della persistente incomprensione della teoria marxiana del valore, che alla fi ne dovrebbe essere concepita come una teoria dello sviluppo del valore, invece che come un modello – o addirittura come una mitodologia storicistica – il cui sviluppo logico procede dal valore nella sua prima, astratta, semplice forma non sviluppata, fi no alla forma più sviluppata di capitale. Così e solo così può essere vista tutta l’economia, e precisamente come teoria del valore nel suo insieme».

13 Infra, p. 414. 

14 F. Engels, Recensione, in Per la critica, p. 208

15 Ibid.

16 F. Engels, Considerazioni supplementari, in Il Capitale, III, p. 39. 

17 Infra, p. 160.

18 Infra, p. 158.

19 A. Schmidt, Zum Erkenntnisbegriff der Kritik der politischen Ökonomie, in W. Euchner, A. Schmidt, (a cura di), Kritik der Politischen Ökonomie heute. 100 Jahre ‘Kapital’, Frankfurt, EVA, 1968, trad. ingl., On the Concept of Knowledge in the Criticism of Political Economy, in Autori Vari, Karl Marx 1818-1968, Bad Godesberg, Inter Nationes, 1968.

20 Infra, p. 146.

21 Il Capitale, I, p. 92.

22 Infra, p. 284.m 

23 Marx a Kugelmann, 11.7.1868, in K. Marx, Lettere sul Capitale, Roma-Bari,

Laterza, 1971, p. 119-120.

24 Ibid

25 Infra, p. 295. 

26 Infra, p. 296.


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