venerdì 14 giugno 2013

Daniel Defoe: La vera storia di Jonathan Wilde - Ermanno Semprebene*

* Collettivo di formazione marxista "Stefano Garroni"



"La vita di Jonathan Wilde è uno scenario di assoluta novità: come la sua condotta è stata inimitabile, così è possibile che la particolare attività da lui iniziata finisca con lui; riteniamo che neppure tra i più efferati criminali ce ne sia uno solo così incallito da continuarla dopo di lui".

Con questo incipit Daniel Defoe ci introduce nella sua storia che vuole essere nient'altro che una esposizione scarna e succinta dei fatti in specie, sicuro che la vicenda sia così talmente eclatante da non aver bisogno di ulteriori abbellimenti stilistici. Uno scarno resoconto raccontato dal protagonista stesso allo scrittore, prima di venire giustiziato, che si commenta da se, senza bisogno di altro.


"A Jonathan non è mai stata rivolta l'accusa di essere stato personalmente un rapinatore o un ladro o di avere mai accompagnato le bande di puledri [come si dice in gergo di Newgate (carcere)] quando uscivano a realizzare uno dei suoi grandi piani e abbiamo appurato che questa è la verità: conosceva troppo bene il suo mestiere, per rischiare la vita ... era troppo furbo per una cosa simile. Inoltre, così facendo, il suo commercio diveniva più fruttuoso, perche riusciva a trarre profitto sia dai derubati che dai criminali che li derubavano. … Il ruolo avuto nel fatto per cui fu condannato fu più grave del solito ... perché in quel caso svolse contemporaneamente la parte del  ladro e del suo persecutore, mentre di solito non si spingeva a tanto … Basti dire che a Jonathan la morte non venne per le sue pratiche di persecutore di ladri, ma per avere deviato dalla sua strada partecipando ad un furto e assicurandosi poi una parte della ricompensa promessa per la restituzione della refurtiva: e qui cadde nella sua stessa trappola perché furono proprio i ladri di cui si era servito a testimoniare contro di lui per farlo impiccare". Questo scrive Defoe nell'introduzione. 


Va detto che, al contrario delle valutazioni dell'autore, l'attività svolta dal suo personaggio avrà ben altri proseliti dopo di lui fino ai nostri giorni. Basterebbe lasciare la propria auto, aperta, in una qualunque nostra città, e non solo in Italia, per averne una dimostrazione. E non mi sembra azzardato affermare che, in fondo, la vicenda racchiude, in potenza, quello che sarà, fino ai giorni nostri, l'attività di certe organizzazioni criminali tanto temute e temibili come mafia, ndrangheta o sacra corona che dir si voglia, con ben altro spessore e qualità organizzativa, naturalmente. In fondo, questo breve racconto ha il suo pregio proprio nel fatto di raccontare una vicenda che si "stacca" dalla consuetudine operativa della criminalità dell'epoca, siamo nei primi decenni del diciottesimo secolo, e viene a mostrare una novità nel panorama delinquenziale conosciuto fino ad allora, quello di chi, con capacità superiori al comune, va detto, riesce a galleggiare tra atto nobile e crimine arricchendosi. Soddisfacendo sia il desiderio dei ladri di disfarsi, senza rischiare troppo, del loro "bottino", sia il desiderio dei derubati  di riavere le proprie cose. Lasciando, in definitiva, tutti contenti e senza che nessuno debba lamentarsene. Un perfetto mediatore in fondo, non molto dissimile nella sua opera da quella di chi mette pace in dissidi altrimenti irrisolvibili se non con la vittoria degli uni sugli altri. 

Ma è anche, questa novità, la dichiarazione di una evoluzione che non nasce, semplicemente, dalla capacità, si potrebbe dire artistica, di un genio del male, ma tratteggia il rispecchiamento criminale di una società che va evolvendosi a società mercantile e poi capitalista prima sconosciuta. E' questo il nucleo centrale del racconto: il commercio invade tutti i campi della società e l'interesse privato si innalza sopra ogni altro interesse e rende meritevole qualunque operazione che favorisca il riconoscimento della proprietà privata e questo si rispecchia anche nella criminalità che si adegua a tutto ciò. Infatti, per quanto Jonathan faccia la fine che merita - a questo riguardo Defoe è molto esplicito - l'opera criminale che il personaggio persegue per lunghi anni rimane, per così dire, in "bilico" nella considerazione sociale del suo tempo tra atto criminale vero e proprio e opera pia, meritevole perfino di elogio pubblico, tanto che Defoe non nasconde l'assoluta meraviglia e incredulità del protagonista al momento dell'arresto. Egli è fermamente convinto d'essere nel giusto nel compiere l'opera sua, che ha tra l'altro il pregio di assicurare alla giustizia, ogni tanto quando ciò si rende necessario, i criminali che oggettivamente compiono il misfatto, feccia umana, come egli stesso li definisce. A questo si aggiunge il plauso convinto e sincero di quelli che, tramite lui, riescono a tornare in possesso delle loro cose, ad un ragionevole prezzo e in genere minore di quello preventivato. Un'opera "buona" per tutti: i derubati, i ladri e lui stesso che da tutto questo trae vantaggio sia economico che di reputazione, tanto da esserne riconosciuto pubblicamente. 

Non a caso saranno proprio i ladri ad inchiodarlo ai suoi misfatti...

"...non lieve difficoltà era dare a tanta eccellenza il suo vero nome... di che cosa può essere accusato Jonathan in un affare del genere? Devo ammettere che non ci vedo nulla... Mi sembra infatti che egli avrebbe potuto benissimo proseguire un tale commercio con la più grande "tranquillità" se non con la più grande "onestà" del mondo, se non si fosse spinto oltre... "

Questa la storia che Defoe ci racconta. Una storia vera che fece molto scalpore all'epoca dei fatti e sulla quale anche altri trovarono interessante scrivere. Una storia che ferma l'attenzione di chi la riceve oggi sulla complessità di un periodo storico di transizione a qualcosa di nuovo che si viene proponendo e costruendo nel panorama socio - culturale dell'epoca che fino ad allora si era scandito, in cadenze ripetitive, nelle forme medioevali del diritto e delle sue leggi e che non risponde più alle novità che si vanno presentando:

"In questa fase dell'evoluzione dello stato borghese la legislazione per la tutela della proprietà privata presenta ancora un basso grado di elaborazione, dimostra cioè una limitata gamma di previsione: si può essere condannati a morte per il furto di un cucchiaino, ma non esiste una legge che punisca i ricettatori , o meglio non esiste giuridicamente la figura del ricettatore; sarà proprio il caso Wild - del Wild personaggio storico - ad imporla alla considerazione dei magistrati, rappresentati da Defoe nel momento intermedio in cui sono incerti se trasformare l'attività in professione - quindi attività rispettabile - o metterla fuori legge e sanzionarne la natura criminosa." (Paola Colaiacono, Biografia del personaggio nei romanzi di Daniel Defoe, Bulzoni editore).

Contraddizioni "dialettiche" di un'epoca che si vengono naturalmente mostrando e che devono essere risolte. La proprietà privata "borghese" e il suo diritto e le sue leggi devono individuare e sancire il limite, molto traballante, di ciò che è lecito da ciò che è reato e non è compito facile:

"Se era vasto l'ambito delle sue relazioni, e grande il numero delle persone di cui si serviva , la sua abilità nello sfruttare le une e le altre era addirittura straordinaria... la giovane generazione di ladri che, potremmo dire, viveva sotto la sua tutela, fu da lui mantenuta in stato umile e indigente; e i giovani ladri non avevano altro mezzo di sussistenza che la bontà del loro patrono; e quando si trovavano in possesso di un bottino di qualche entità o valore altro non sapevano fare che depositarlo presso di lui, riscuotendo subito un po' di denaro, e un altro po' quando Wild aveva disposto della merce a dovere".

Cos'è se non la raffigurazione, in chiave criminale, di un modo d'essere naturale nella figura del piccolo imprenditore borghese che si affaccia alla storia e reclama il suo "diritto"? E, in fondo, è poi così tanto più criminale?

In epoca a noi molto più vicina un'altro grande, Bertold Brecht, tratterà portandoli alle loro estreme conseguenze, personaggi simili. Con lui le figure dell'imprenditore e del bandito si unificheranno in un unico ruolo sottolineandone, in più, la complicità con il potere politico - istituzionale. Per Defoe le due figure rimangono ancora separate, esistono fianco a fianco modellando e l'istituzione e l'anti istituzione, copia deforme della prima e oggetto della giusta condanna sociale.

In definitiva una buonissima lettura che ci regala, in un breve e agevole scritto, lo spaccato di una società in via di costruzione ma con solidissime basi da cui prendere inizio: proprietà privata e divisione in classi, dove la ricchezza e l'appartenenza fanno la differenza per comportamenti altrimenti molto simili e difficilmente distinguibili.

Come ai giorni nostri, d'altronde...


Nessun commento:

Posta un commento