*intervento al III Festival Mediterraneo, 23 ottobre 2010

1) La scissione tra vita materiale e vita spirituale.
Il mio breve intervento prende le mosse dall'analisi delle
trasformazioni culturali e sociali innescate dal cosiddetto processo di
mondializzazione, accompagnato come è noto da una sorta di revival religioso,
che si manifesta nella diffusione dei Nuovi Movimenti Religiosi. Come si vedrà questa
prospettiva è giustificata dal fatto che il risultato di questi profondi
cambiamenti sembra riproporre la tradizionale dicotomia vita materiale / vita
spirituale, che – come cercherò di mostrare – è del tutto inaccettabile dal
punto di vista laico, così come lo intendo.
La fine del socialismo est-europeo ha segnato ed ha
accompagnato l'inizio di una nuova fase della società capitalistica, nella
quale il mercato è divenuto lo strumento regolatore della vita sociale nella
sua complessità e differenziazione, facendo saltare gradualmente tutte quelle
misure e quelle tutele che ne limitavano il pieno funzionamento e ostacolavano
il successo della ragione economica. Così, per esempio, sono stati ripensati i
rapporti lavorativi, tenendo presente solo la logica del profitto e trascurando
scientemente il rispetto di quei diritti (diritto al lavoro, ad un'adeguata
retribuzione, alla salute, alla sicurezza) riconosciuti formalmente a livello
internazionale e nazionale (la nostra Costituzione). Il risultato è stato
l'abbassamento del costo del lavoro, l'incremento del lavoro precario e della
disoccupazione soprattutto tra i giovani (si tratta di fenomeni internazionali
e quindi non solo italiani). Si è cercato di dare un'altra organizzazione al
settore dell'educazione e della conoscenza (scuola, università, enti di
ricerca, istituzioni culturali etc.), che in nome della modernizzazione e della
razionalizzazione, ha legato sempre di più queste istituzioni al mercato e alle
imprese, professionalizzando i corsi di studio e subordinando la ricerca
all'individuazione e produzione di innovazione tecnologica allo scopo di
produrre oggetti competitivi sul mercato mondiale.
Questa trasformazione, che riguarda tutti i settori della
vita sociale, porta con sé dunque la subordinazione della nostra vita alla
ragione economica in nome dell'efficienza e della competizione internazionale,
della quale poi si avvantaggiano e si avvantaggeranno solo coloro che nel mondo
della produzione hanno un ruolo dirigente. Ciò è dimostrato dal fatto che, in
questi ultimi anni, anche negli Stati Uniti la consistenza complessiva dei
salari spettanti ai lavoratori dipendenti è diminuita rispetto alla ricchezza
che finisce ogni anno nelle mani dei proprietari di rendite e degli azionisti
delle imprese a livello sia nazionale che internazionale. Sono dati di fatto
che hanno spinto i nostri autorevoli opinionisti a parlare dello sviluppo
di nuove povertà anche tra chi ha un lavoro, che a loro parere dovrebbero
essere cancellate dagli stessi strumenti che l'hanno generate (il predominio
incontrastato del mercato).
Il dominio della ragione economica si vede anche nel fatto
che il potere economico gestito da singoli si è fatto sempre più aggressivo e
pretende decidere delle nostre vite e del nostro futuro, stabilendo per esempio
se un paese deve avere industrie o ne deve essere privato, perché è più
conveniente produrre altrove dove maggiore è la remunerazione.
2) Senso della vita sta nella religione.
Ma – come mostrano – numerosi studi sul cosiddetto revival religioso
dei nostri giorni – una società in cui domina l'efficienza, l'individualismo
asociale assoluto (secondo l'espressione coniata da Hobsbawm), il principio del
“dai il meno possibile in cambio del più possibile” trascura consapevolmente o
inconsapevolmente la questione del significato, del senso della vita umana, che
non può esser collocato nei fini immediati dei nostri comportamenti.
Questo aspetto è messo bene in evidenza da Jean Baubérot,
professore emerito di sociologia delle religioni alla Ecole pratique des hautes
études di Parigi, il quale a proposito della politica portata avanti dal
Presidente Sarkosy dichiara che per quest'ultimo lo Stato – inteso come
un'azienda - avrebbe il compito di occuparsi della gestione economica della
vita sociale, mentre spetterebbe alle religioni offrire agli individui la
possibilità di cogliere il senso e il significato dell'opera dell'uomo nel
mondo.
Baubérot coglie così la scissione che caratterizza la
società capitalistica tra la dimensione economica e la dimensione
etico-politica, tra materiale e spirituale, ma sottolinea anche il fatto che
Sarkosy – come molti uomini politici del nostro tempo – ha una visione negativa
della laicità, giacché la considera incapace di apportare principi e valori
importanti per la convivenza, che invece in essa sono presenti, benché non
faccia riferimento al sovrannaturale.
Non solo Baubérot è consapevole di questa scissione, che non
è solamente un fatto formale, ma è anche una dolorosa lacerazione delle nostre
vite, che sono così di fatto orientate da principi diversi e contraddittori.
Altri studiosi – come per esempio il sociologo britannico Bryan R. Wilson –
mettono in evidenza che la società contemporanea, dominata dall'individualismo
di matrice liberale, ha inevitabilmente bisogno della religione, perché solo da
essa deriverebbero i sentimenti altruistici, la solidarietà, il desiderio di
andare al di là della soddisfazione immediata dei propri bisogni e desideri.
Insomma, dalla religione e non dai principi, che regolano la vita economica,
scaturirebbero quei sentimenti e quelle rappresentazioni collettive che stanno
alla base di ogni forma di vita sociale e senza i quali ogni società entrerebbe
in crisi fino a dissolversi.
Per questa ragione Wilson sottolinea la necessità di dare
maggiore spazio alla religione nelle varie forme nella vita sociale, affinché
apporti all'uomo un significato che trascenda le dinamiche egoistiche della
vita materiale ed economica; spazio che sarebbe stato invece ridimensionato dal
processo di secolarizzazione e di laicizzazione, in base al quale si è cercato
con esiti diversi di separare la religione dalle istituzioni politiche,
facendone un fatto privato, relativo alla coscienza dei singoli individui.
Queste considerazioni consentono a Wilson anche di spiegare
la diffusione delle nuove forme di religiosità che caratterizzano la società
contemporanea, come per esempio il pentecostalismo e neopentecostalismo,
considerato da alcuni la religione del XXI secolo per la sua capacità di
attrarre fedeli, stanchi delle religioni tradizionali, con le sue forme di
ritualità coinvolgenti e con il carisma dei suoi leader. Insomma, a
parere di Wilson per esempio il mezzo miliardo di pentecostali nel pianeta
troverebbero nella loro fede un rifugio, una consolazione, una compensazione ai
mali del mondo identificati con i principi egoistici che regolano la vita
materiale, con la perdita di importanza del singolo dovuta alla
burocratizzazione della vita quotidiana, con l'isolamento tipico delle
metropoli. In definitiva, anche Wilson prende atto della scissione tra vita
materiale e vita spirituale – già osservata ed analizzata nell'Ottocento come
fenomeno tipico della società capitalistica - ed auspica che quest'ultima trovi
la sua ispirazione, i suoi fondamenti nella dimensione sovrannaturale.
Quanto alla Chiesa cattolica, scossa da una crisi profonda,
mi pare che essa sia profondamente consapevole di questa scissione, la quale
dal suo punto di vista le consente di rivendicare un ruolo sociale e politico,
che in varie contesti aveva visto ridimensionato e messo in discussione. Dato
il carattere universale della Chiesa, anche questa rivendicazione è un fenomeno
internazionale e si manifesta in vari paesi (come Messico, Francia, Italia) e
in varie forme, come per esempio l'esplicito riferimento alla propria fede
religiosa fatto da leader politici di vari paesi, l'utilizzazione di simboli
cattolici nelle attività politiche, il richiamo a concezioni teologiche che
dovrebbero essere recepite nelle leggi degli Stati e quindi imposte a tutti credenti (anche di fedi differenti) e non credenti. In questa prospettiva,
direi che la Chiesa cattolica, nonostante alcune critiche al capitalismo
selvaggio fatte da Giovanni Paolo II, accetta la scissione di cui si diceva
prima e assume ben volentieri il ruolo di dispensare ai cittadini angosciati
della società contemporanea il significato spirituale contraddetto
costantemente dalle dinamiche sociali, di orientare e consolare le loro anime
indirizzandole verso l'ultraterreno e il trascendente.
Alcuni hanno individuato dietro questa strategia cattolica
anche precisi obiettivi politici. Per esempio, la grande battaglia per ora
perduta per ottenere che nella costituzione europea si faccia riferimento alle
“radici cristiane” (mentre il preambolo parla genericamente delle “eredità
culturali, religiose e umanistiche dell'Europa”) avrebbe il senso di fare
dell'Europa un baluardo religioso contro la cultura islamica, di cui sono
portatori gran parte degli immigranti che giungono nel nostro continente. E'
assai probabile che, se si fosse ottenuto questo risultato, si sarebbero
introdotti ulteriori motivi di conflitto tra gli europei e le comunità di
immigranti e ciò avrebbe ostacolato il già complesso e difficile processo di
convivenza e di integrazione.
E' stato osservato che il revival religioso degli ultimi
anni è anche il frutto del ridimensionamento ruolo dello Stato, il quale
proprio in virtù del processo di mondializzazione, di cui abbiamo parlato, ha
perso o lasciato decadere molte sue prerogative. Infatti, come sottolinea
Hobsbawm (2007: 69) lo Stato si trova a dover affrontare una serie di problemi
che derivano dal mondo globalizzato (si pensi alla crisi economica,
all'immigrazione) senza avere gli strumenti adeguati per farlo. Inoltre, come
si è visto, la funzione formativa ed educativa, esercitata dallo
Stato-nazione nel Novecento è in decadenza per il processo di smantellamento
della scuola e dell'università pubblica ed è anche fortemente indebolita dalle
penetrazione capillare dei mass media, che sembrano essere la fonte principale
del nostro modo di rappresentarci la realtà. Si dirà che non è del tutto morto
il richiamo alla cosiddetta “religione civile” che fa dello Stato un'entità
trascendente e della morte in guerra un sacrificio (termine non a caso
religioso), ma mi chiedo fino a che punto essa sia condivisa a livello
popolare. L'osservazione dei monumenti funebri retorici e stereotipati in onore
dei caduti, apparsi in seguito all'immane tragedia della prima guerra mondiale
(nove milioni di morti), farebbe pensare che questo culto non abbia radici
profonde, nonostante gli uomini politici spesso si richiamino ad esso.
3) Superare la scissione. Spiritualismo e
immanentismo.
Come si è visto, fin qui ho parlato della scissione tra vita
materiale e vita spirituale che a mio parere caratterizza la società
contemporanea e che come cercherò di mostrare la laicità, se correttamente
intesa e praticata, cerca di risolvere, fornendo anche una cornice di valori
non sacralizzati e condivisibili, nella quale la differenza religiosa e
culturale possa svilupparsi.
Per sviluppare questa seconda parte del mio intervento, devo
fare un'analisi critica della stessa nozione di spiritualità. Essa nasce
dall'interno della concezione dualistica dell'uomo, nel quale la dimensione
materiale si opporrebbe a quella spirituale, così come il corpo si
contrapporrebbe allo spirito. Tale concezione dualistica caratterizza il
cristianesimo e tutte quelle filosofie, che nascono per reazione a certi
aspetti dell'illuminismo e del positivismo e che fa del congiungimento con Dio,
con l'assoluto il fine ultimo dell'uomo. In molti casi queste ultime si
propongono di superare tale scissione con un ambiguo misticismo panteistico,
che tuttavia la Chiesa cattolica considera contrario all'ortodossia religiosa.
Proprio per il fatto che il termine “spiritualità” porta con
sé inevitabilmente la presa d'atto della scissione sia nell'uomo che nella
società, proprio perché mi richiamo invece ad una concezione immanentistica –
che si pone per obiettivo di superare tale lacerazione – ritengo che sia più
fecondo parlare di cultura per indicare gli aspetti per così dire immateriali
della vita sociale.
Sulla base della tradizione antropologica considero la
cultura ogni produzione intellettuale degli uomini, il cui obiettivo è la
rappresentazione complessiva della natura e della vita sociale elaborata per
rispondere a specifiche domande che nascono dalle questioni, su cui ci si
interroga in un certo contesto e in una certa epoca. In questa prospettiva la stessa
nozione di sovrannaturale è frutto dell'elaborazione degli uomini, che in certi
contesti e condizioni sono spinti a scindere in due diverse dimensioni tra loro
comunicabili la loro stessa vita individuale e sociale.
A questo punto è anche opportuno chiarire cosa intendo per
immanentismo e perché considero la laicità è immanentista. Per immanentismo
intendo quella concezione del mondo e della storia che abbandona la ricerca del
sovrumano e trova nel mondo stesso e nella storia il significato e il fine. Per
questa ragione la laicità immanentistica stabilisce la separazione tra le
istituzioni politiche e le varie Chiese ed organizzazioni religiose, per
impedire che interferenze religiose o confessionali possano influenzare la vita
sociale e politica, mettendo in discussione l'effettiva uguaglianza dei
cittadini riconosciuta dalle Carte fondanti. Ovviamente sono consapevole del
fatto che non propongo certo qualcosa di originale, giacché già gli illuministi
attribuivano agli uomini un fine immanente, invitandoli a trasformarsi in
attori consapevoli della loro storia, che dovrebbero costruire a partire dalle
condizioni esistenti, cercando di realizzare progetti alternativi nel gioco
delle relazioni di potere e della capacità di egemonia. Quindi, per l'immanentismo
la partita che gli uomini si trovano a giocare è del tutto terrena e mondana e
non può essere affrontata e vinta con il riferimento al sovrannaturale.
La laicità è immanentistica nel misura in cui si richiama a
valori umani, frutto del processo storico e sociale e soprattutto non
sacralizzati, quindi per questo criticabili, trasformabili ed adeguabili ai
nuovi contesti storici e sociali. Bisogna osservare, tuttavia, che per esempio
nel caso della Costituzione italiana si è parlato di rigidità, perché essa
prevede un procedimento particolare di modificabilità e considera
immodificabili taluni suoi principi. Il che naturalmente non significa che essi
abbiano un fondamento assoluto. Proprio la rinuncia alla sacralizzazione dei
valori, che caratterizza soprattutto la Chiesa cattolica la quale si richiama
alla morale e al diritto naturale, rende possibile l'individuazione di valori
condivisibili che possano essere recepiti da individui di orientamenti
culturali e religiosi diversi all'interno di una società che garantisca il
pluralismo. Diverso è l'atteggiamento delle Chiese protestanti per le quali
l'etica scaturisce dalla fede e quindi non può essere imposta da chi non la
condivide. Inoltre, esse stabiliscono un rapporto diretto con i fedeli
diversamente da quanto fa la Chiesa Cattolica, la quale si fa mediatrice della
relazione comunità / Dio.
4) Valori della laicità immanentistica.
Se analizziamo i documenti (come la Costituzione italiana,
la Dichiarazione universale dei diritti etc.) che hanno lo scopo di indicare i
principi su cui si dovrebbe fondare la convivenza nazionale e internazionale,
individuiamo in essi una serie di valori, che possono essere anche oggetto di
dibattito, come si può ricavare ad esempio dalle critiche mosse dai paesi
africani, arabi ed asiatici al carattere individualistico della Dichiarazione
universale dei diritti. Scopo di questi valori e principi è quello di rendere
possibile e arricchente la convivenza tra culture e religioni diverse, che dal
punto di vista antropologico sono anch'esse un fatto culturale. Tuttavia, il
rispetto delle differenze religiose e culturali, presente ad esempio nella
Costituzione italiana, a mio parere non deve trasformarsi necessariamente in un
atteggiamento relativistico estremistico; infatti, la nostra Carta Fondante
condanna quelle organizzazioni politiche che fanno dell'intolleranza e della
violenza la loro bandiera, come si ricava dall'articolo XII delle disposizioni
transitorie e finali. Quest'ultimo vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi
forma, del disciolto partito fascista, norma ahimè largamente disattesa.
Inoltre, il riconoscimento delle differenze religiose e culturali deve avvenire
all'interno di un certo contesto, che non metta a rischio i principi su cui si
basa la convivenza civile. In questo senso la nostra Costituzione stabilisce
che l'esercizio dei diritti riconosciuti (per esempio la libertà di esprimere e
praticare la propria fede religiosa, la Costituzione non fa menzione dei non
credenti) non deve essere in contraddizione con l'ordinamento giuridico
italiano.
Nella Costituzione italiana il riconoscimento della dignità
della persona umana, non fondato su un'ipotetica scintilla divina presente in
noi, si articola in una seria di norme che comprendono sia i diritti civili e i
diritti sociali, come per esempio il diritto al lavoro, il diritto ad un'equa
retribuzione del proprio lavoro, il diritto ad un'esistenza libera e dignitosa.
Tutti diritti che hanno fondamento esclusivamente nella volontà di dare alla
società una forma di organizzazione civile e politica in una certa misura
partecipativa, il cui disegno è scaturito dallo sconvolgimento provocato dalla
spaventosa tragedia rappresentata dalla seconda guerra mondiale.
5) Formale e sostanziale. La negazione dell'immanentismo.
E' opinione diffusa che la nostra Costituzione sia un
documento molto avanzato e che, se messa compiutamente in pratica, renderebbe
la nostra vita sociale più equa, più giusta, meno contraddittoria. E'
importante soffermarsi su questo desiderio di rendere concreta la nostra
Costituzione o la Dichiarazione universale dei diritti, perché esso mette in
luce un'altra scissione ed un'altra contraddizione, che mettono in crisi la
laicità immanentistica, di cui parlavo. Accade infatti spesso che le Carte
fondanti contengano principi riconosciuti ed approvati da molti, ritenuti
l'espressione più compiuta della nostra civiltà non solo giuridica; tuttavia,
accade anche che questi principi restino lettera morta, vuote parole, cui ci si
richiama stancamente e con scarsa convinzione per legittimare anche
comportamenti di tutt'altro segno. Ad esempio, alcuni mettono sotto accusa i
paesi europei, perché la loro legislazione e il trattamento effettivo
riservato agli immigrati, che sbarcano sulle nostre coste, violano i più elementari
diritti umani, che pure sono scaturiti dalla stessa storia culturale e morale
europea. In questo caso, si produce la scissione e la contraddizione tra quanto
previsto dalle Carte fondanti, che vengono così poste in una dimensione altra
rispetto la nostra vita civile e sociale, la quale non viene da esse riplasmata
e sostanziata. A causa di ciò le Carte fondanti diventano trascendenti (no nel
senso di sovrannaturali), ossia distanti e separate da quelle dinamiche
politiche e sociali, che dovrebbero invece governare e vivificare.
Alcuni studiosi hanno individuato questo processo nella
stessa società borghese europea, dalla quale sono scaturiti tutti quei principi
e valori cui si ispirano le Carte fondanti di cui ho parlato, ma nella quale
tali principi e valori non possono essere messi in pratica concretamente per le
stesse caratteristiche della nostra vita sociale e politica. Così, ad
esempio, la nostra Costituzione all'art. 33 stabilisce che la scienza e l'arte
sono libere, come ne è libero l'insegnamento. D'altra parte, il dominio della
ragione e economica e del mercato, di cui abbiamo già parlato, impone una
trasformazione delle università, nel governo delle quali avrà un ruolo
importante il potere economico rappresentato da individui esterni ad esse e presenti
nei Consigli di amministrazione. Potere economico che inevitabilmente
subordinerà insegnamento e ricerca a suoi interessi, mettendo largamente in
discussione i principi di libertà prima affermati. Tutto ciò è previsto dal
lodato e criticato DDL Gelmini.
L'esigenza di concretare e sostanziare principi e valori con
l'atteggiamento immanentistico è presente anche in ambito religioso. Mi
riferisco alla cosiddetta Teologia della liberazione sviluppata in America
Latina, la quale si è posta il problema della realizzazione del Regno di Dio in
terra, anche se a suo parere quest'ultimo avrebbe ovviamente un fondamento
divino. In particolare, mi sembra interessante il concetto sviluppato da Sergio
Martinez Arce, un teologo protestante latino americano, che parla di “amore
efficace” per indicare la volontà di incarnare in istituzioni sociali e
politiche concrete il messaggio evangelico, che invita appunto ad amare il
prossimo come noi stessi.
6) La morte per i laici.
Vorrei concludere questa relazione spero non troppo noiosa,
facendo riferimento al tema della morte, generalmente considerato il piatto
forte delle religioni, proprio perché di fronte all'annullamento del sé l'uomo
cercherebbe una via d'uscita e la troverebbe nella garanzia dell'immortalità
prefigurata dal cristianesimo e non solo (naturalmente ci sono anche altri modi
di affrontare il tema della morte).
Come si vedrà anche il pensiero laico ha da offrire una sua
concezione e una via d'uscita al rischio di annullamento, che però non ha la
pretesa di dissolvere completamente l'angoscia connessa all'idea della morte.
Mi sono trovata ad affrontare questo problema non solo per motivi filosofici e
antropologici, ma anche perché ho dovuto fare i conti con la morte di mio padre
che era ateo e per il quale volevamo organizzare un funerale laico, rispettando
così le sue volontà. Inoltre, qualche anno fa un mio studente, che aveva perso
il padre prematuramente, mi chiese di poter fare una tesi su questi temi,
toccando in particolare la questione del funerale laico e considerando
correttamente la morte come un fatto sociale e culturale non meramente
individuale.
Nel caso di mio padre, posso dire che la cerimonia funebre
fu il risultato del comportamento spontaneo degli abitanti di un paesino della
Maremma toscana, con cui negli anni la mia famiglia ed io abbiamo stabilito un
rapporto profondo di amicizia e di solidarietà. Infatti, quando in una calda
giornata di maggio nel primo pomeriggio arrivammo al paese con il feretro privo
della tradizionale croce, trovammo tutta la gente in piazza ad aspettarci. Ci
fermammo e gli uomini si avvicinarono alle macchine, presero la bara priva di
simboli religiosi, nella quale stava mio padre, che non aveva indosso il
tradizionale vestito scuro della festa, ma era avvolto in un lenzuolo bianco
(come aveva chiesto richiamandosi ad usi funerari precristiani). In pochi
minuti fu organizzato il triste corteo che dalla piazza doveva giungere al
cimitero del paese. Anche lì in maniera molto spontanea fu organizzata la
commemorazione: tutti quelli che lo desideravano, dissero qualche parola che
richiamava alla mente esperienze di rapporti diretti con mio padre, eventi che
io stessa ignoravo.
Tutto si era svolto in sintonia con quella che Comte ha
chiamato immortalità soggettiva, senza che i partecipanti alla cerimonia ne
fossero consapevoli. Per immortalità soggettiva si intende l'unica forma di
immortalità disponibile dal punto di vista laico per gli esseri umani, la quale
consiste nella possibilità di continuare a vivere nella memoria dei nostri
simili, i quali ci ricorderanno per il contribuito che abbiamo dato al nostro
vivere civile. Ovviamente si tratta di una possibilità che non si realizza
eternamente, perché nell'alternarsi delle vicende storiche possiamo essere
dimenticati per magari successivamente tornare a far parte della memoria
collettiva. In questo senso, la stessa comunità umana è formata sia dai viventi
che dai non viventi, i quali si perpetuano in quello che hanno costruito e nel
modo in cui da vivi hanno influito intellettualmente ed affettivamente sui loro
simili. Essi sono vivi nella misura in cui vivono in coloro che li hanno
conosciuti, amati apprezzati.
Come si vede l'immortalità soggettiva ci radica
profondamente nel tessuto sociale e ci consente anche di acquisire un ruolo nel
quale riconoscersi e nel quale convogliare le incertezze e le inquietudini che
travagliano inevitabilmente la nostra vita intima e personale. Essa è una
risposta – non saprei dire quanto adeguata – al pensiero doloroso per tutti gli
uomini, i quali temono l'idea di essere dopo la morte sepolti in un completo
oblio, di non avere più nulla in comune con gli altri, di perdere ogni
possibilità di influire su di loro. Può sembrare bizzarro ma tale
concezione non è tanto distante dalle religioni non escatologiche dei popoli
extraoccidentali, per i quali l'aldilà non costituiva un premio da conquistare,
ma rappresentava semplicemente il luogo dove andare per continuare a vivere
anche se in una forma più felice di quella terrena.
Per concludere vorrei sottolineare che l'immortalità
soggettiva è certo poca cosa rispetto a quella oggettiva, prefigurata da molte
religioni, ma aggiungo che accetto il punto di vista di Freud, il quale
distinguendo tra uomo religioso e uomo irreligioso osserva che il primo, a differenza
del secondo, non reagisce al sentimento dell'impotenza e della piccolezza umana
cercando una compensazione e un appoggio assoluto. Irreligioso è colui che si
rassegna alla parte insignificante dell'uomo nel vasto mondo e punta solo sulle
sue forze per affrontarla.
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