giovedì 1 ottobre 2026

Sì, un altro mondo era possibile - Lavinia Marchetti

Da: Lavinia Marchetti - https://laviniamarchetti.substack.com - Lavinia Marchetti -  Lavinia Marchetti 

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Sulla cima dell’Helseggen, la Nuvolosa, un uomo con i capelli bianchi si è disteso a riposare sull’orlo di un precipizio di roccia nera e lucida, con mezzo corpo proteso nel vuoto, e spiega al viaggiatore che ha accompagnato fin lassù di sembrare vecchio senza esserlo, perché «è bastato meno di un giorno a mutare questi capelli dal nero di giaietto al bianco». Edgar Allan Poe pubblicò la sua discesa nel Maelström nel maggio del 1841, su una rivista di Filadelfia, e la ambientò sulla costa della Norvegia, al sessantottesimo grado di latitudine, dove la marea, quando monta e quando cala, torce il mare fra l’isola di Moskoe e la terraferma in un gorgo che la gente del posto chiama Moskoe-ström. Tre anni prima, racconta il pescatore, lui e i suoi due fratelli rientravano dai banchi con il loro peschereccio quando un uragano li sorprese nell’ora sbagliata della marea. Il più giovane sparì insieme all’albero maestro, al quale si era legato per sentirsi al sicuro, e la corrente trascinò la barca verso l’orlo del gorgo.

Mentre si avvicinavano all’abisso, il fratello maggiore, impazzito di terrore, abbandonò il barile vuoto per l’acqua a cui si teneva a poppa e si avventò sull’anello di ferro dove si reggeva l’altro, cercando di strappargli le mani, perché l’anello era troppo piccolo per offrire a entrambi una presa sicura. L’altro glielo lasciò e andò a poppa, al barile. Poi accadde la cosa più strana del racconto.

«Può sembrare strano, ma ora che ci trovavamo proprio tra le fauci del gorgo mi sentivo più calmo di quando ci stavamo soltanto avvicinando. Avendo deciso di non sperare più, mi liberai di gran parte di quel terrore che all’inizio mi aveva snervato. Credo che fosse la disperazione a tendermi i nervi. [...] Dopo un poco fui preso dalla più acuta curiosità per il vortice stesso. Provavo davvero il desiderio di esplorarne le profondità, pur a costo del sacrificio che stavo per compiere, e il mio dolore più grande era che non avrei mai potuto raccontare ai miei vecchi compagni a terra i misteri che avrei visto».

La barca finì sospesa a metà di un imbuto immenso, dalle pareti lisce come l’ebano, sulle quali la luna piena, affacciata da uno squarcio fra le nubi, riversava una luce dorata fino ai recessi più profondi dell’abisso, e in fondo, sopra la nebbia sollevata dall’urto delle acque, pendeva «un magnifico arcobaleno, simile a quel ponte stretto e vacillante che i musulmani dicono essere l’unico passaggio tra il Tempo e l’Eternità».

Guardando i relitti che roteavano con la barca lungo la parete, il narratore si accorse che, fra due corpi della stessa grandezza, il cilindro veniva inghiottito più adagio, e più tardi, a salvezza avvenuta, un vecchio maestro di scuola del distretto gli avrebbe spiegato perché un cilindro che galleggia in un vortice «oppone maggiore resistenza al risucchio ed è trascinato giù con maggiore difficoltà di un corpo di pari volume e di qualsiasi altra forma». Prima di legarsi al barile cercò di far capire al fratello che cosa intendeva fare, indicandogli con i gesti i barili che galleggiavano accanto a loro, e il fratello «scosse la testa disperatamente e rifiutò di muoversi dal suo posto accanto al golfare». Poi si gettò in mare legato al barile, e dopo un’ora, forse, vide la barca compiere tre o quattro giri frenetici e precipitare nella schiuma portandosi dietro il fratello, una volta per tutte e per sempre.

Da un po’ di tempo penso spesso a quei due fratelli, perché credo incarnino alla perfezione due modi di stare dentro la storia che conosco bene, e che ho visto convivere nella stessa persona, a volte nello stesso giorno.

Avevamo i capelli neri

Nel luglio del 2001 dicevamo che un altro mondo era possibile, con le parole che il primo Forum sociale mondiale aveva scelto sei mesi prima a Porto Alegre, e a Genova, durante il vertice del G8, il corteo del 21 luglio portò in strada fra le duecentocinquanta e le trecentomila persone, secondo gli organizzatori. Denunciavamo una globalizzazione che consegnava il governo del mondo ai mercati finanziari, e davamo il suo nome, capitalismo, a quella che i giornali presentavano come modernità. Il giorno prima, in piazza Alimonda, Carlo Giuliani era stato ucciso da un colpo di pistola sparato da un carabiniere e il procedimento si sarebbe chiuso con un’archiviazione nel maggio del 2003, dopo che la giudice ebbe stabilito che i colpi, «certamente diretti verso l’alto», avevano raggiunto il ragazzo per «un’imprevedibile modifica della traiettoria», l’urto contro un calcinaccio in volo.

La notte fra il 21 e il 22 luglio la polizia fece irruzione nella scuola Diaz, dove dormivano manifestanti e giornalisti, e ne uscì con novantatré arrestati, settantotto dei quali passarono per l’ospedale, mentre le due bottiglie molotov che avrebbero dovuto giustificare l’operazione erano state raccolte quel pomeriggio in corso Italia e portate dentro dagli agenti stessi. Nella caserma di Bolzaneto i fermati trascorsero ore di umiliazioni e percosse, e la Corte europea dei diritti dell’uomo, fra il 2015 e il 2017, ha chiamato tortura ciò che accadde in quella caserma e nella scuola, rilevando che il reato mancava nell’ordinamento italiano, dove il legislatore lo avrebbe introdotto soltanto nel luglio del 2017. Al processo, nel giugno del 2007, un vicequestore aggiunto del Reparto mobile di Roma raccontò di aver visto quattro poliziotti infierire su manifestanti inermi a terra, e pronunciò la frase che ormai tutti ricordano, «Sembrava una macelleria messicana».

Nel 2012 la Cassazione confermò le condanne per falso dei funzionari che avevano guidato l’operazione, e cinque anni più tardi uno di loro fu nominato vicedirettore della Direzione investigativa antimafia. Un premio. Gianni De Gennaro, capo della polizia in quei giorni e assolto in via definitiva nel 2011 dall’accusa di istigazione alla falsa testimonianza, ha presieduto dal 2013 al 2020 Finmeccanica, poi Leonardo, la maggiore industria italiana degli armamenti.

Del mattino seguente mi restano le fotografie del sangue sui pavimenti della scuola e l’odore che soffocava dei lacrimogeni. Genova fu anche un grande laboratorio dell’informazione indipendente in rete, e la stessa notte gli agenti entrarono nella scuola Pascoli, di fronte alla Diaz, dove lavoravano il centro stampa del Genoa Social Forum e Indymedia, e portarono in questura i filmati girati in quei giorni senza redigere alcun verbale di sequestro. Il collettivo Autistici/Inventati, che aveva acceso il suo primo server nel marzo di quell’anno, si fece conoscere proprio ospitando i siti del movimento dopo quella perquisizione, e venticinque anni più tardi, il 26 agosto 2026, il Tesoro degli Stati Uniti lo ha iscritto nella lista dei terroristi globali.

Oggi, a differenza di allora, vediamo tutto in diretta, sul palmo della mano, e la convinzione di un tempo si è rovesciata, per molti, tra i quali mi annovero, in una forma di tormento. Chi ha attraversato questi venticinque anni senza cambiare le proprie idee conosce bene la sensazione che ne deriva, quella del granello che sa di avere ragione e scopre che la ragione, dentro un ingranaggio di tali dimensioni, produce al massimo un attrito impercettibile. A volte la chiamiamo “stanchezza”, altre volte “impotenza” o la mettiamo sul conto dell’età. Si tratta di una paralisi che ha precise caratteristiche, oserei dire “sintomi”, e che un sociologo e uno psicoanalista, lontanissimi fra loro, hanno descritto alla perfezione.

Il fratello al golfare

Nei primi anni Ottanta un sociologo ebreo di Breslavia, esule dal 1933, rilesse il racconto di Poe con cui ho iniziato l’articolo e ne fece la chiave di un lungo saggio sulla conoscenza umana davanti al pericolo. Dai due fratelli ricavò il ritratto di un circolo che chiamò “doppio vincolo” (rifacendosi al double bind batesoniano) e che riassunse così: «l’incapacità di controllo tende ad andare di pari passo con un’alta emotività della risposta, che mantiene basse le probabilità di controllare i pericoli del processo, il che mantiene alta l’emotività della risposta, e così via». Nel saggio si legge che «mentre il più anziano, paralizzato dalla catastrofe imminente, stava rannicchiato inerme nella barca, il più giovane [dei due superstiti] si ricompose e cominciò a guardarsi intorno con una certa curiosità». Il distacco che lo salvò somiglia poco alla freddezza dello spettatore, perché nasce da dentro il vortice, a metà della parete d’ebano, quando la paura ha fatto il suo corso e la speranza è stata messa da parte, e consiste nel guardare la fisica del gorgo mentre il gorgo ti inghiotte.

Il sociologo pensava alla corsa agli armamenti fra le due superpotenze della guerra fredda, cioè a gruppi umani interdipendenti in cui ciascuno è, scriveva, «senza rimedio, privo della possibilità di appellarsi, per essere protetto, a una forza superiore o a un codice vincolante di autocontrollo e di condotta civile». Dare corpo a quella forza superiore era il compito del diritto internazionale, con tutte le sue ipocrisie. Nel gennaio di quest’anno gli scienziati del Bulletin of the Atomic Scientists hanno portato le lancette dell’Orologio dell’Apocalisse a ottantacinque secondi dalla mezzanotte, la distanza più breve mai segnata, e il 5 febbraio è scaduto senza rinnovo il New START, l’ultimo trattato che limitava gli arsenali strategici di Washington e di Mosca. Ventitré giorni più tardi gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran e ne hanno ucciso la Guida suprema, e il 22 settembre, dalla tribuna dell’Assemblea generale, il presidente americano ha evocato la possibilità di «annichilire» la Repubblica islamica, e di farlo in fretta.

Dentro di noi il doppio vincolo lavora allo stesso modo. Davanti a pericoli di questa grandezza il pensiero si satura di emozione e oscilla fra l’apocalisse e la negazione. L’emotività che ne nasce ci rende meno capaci di riconoscere i punti in cui il vortice lascia ancora un margine, finché la paralisi finisce per confermare la premessa da cui è nata. Il fratello maggiore aveva ragione sulla grandezza del pericolo, e affondò con la sua ragione stretta fra le mani insieme al golfare. Somiglia a molti di noi, che da Genova in avanti abbiamo avuto ragione su parecchie cose e ci teniamo stretta quella ragione come l’ultimo appiglio, mentre la barca scende. Il fratello che si salva ha rinunciato alla speranza prima di trovare il barile, e il racconto lega le due cose senza alcuna retorica spicciola.

Una banca etica, per paura

Uno psichiatra e psicoanalista parigino, che da decenni ascolta la sofferenza di chi lavora nelle fabbriche e negli ospedali, pubblicò nel 1998 un libro piuttosto interessante, che arrivò anche in Italia con un titolo che capovolgeva l’immagine del granello: L’ingranaggio siamo noi. Nella Francia del 1980 gli analisti ritenevano che una disoccupazione oltre il quattro per cento avrebbe provocato disordini ingovernabili, e negli anni Novanta la società ne tollerava il tredici senza reagire, sicché l’autore volle capire come una comunità di persone perbene imparasse a sopportare l’ingiustizia inflitta ad altri.

La sua risposta mi ha costretta a rileggere la mia stessa paralisi di questo periodo storico sfuggito di mano. L’adesione al discorso che presenta l’impoverimento come una fatalità economica, scrive, «non dipenderebbe, come spesso si crede, dalla semplice rassegnazione o da una constatazione di impotenza di fronte a un processo che ci sovrasterebbe, ma funzionerebbe anche come una difesa contro la consapevolezza dolorosa della propria complicità». Il sentimento d’impotenza svolgerebbe una funzione protettiva, e la svolge anche per chi si considera dalla parte giusta. Basta pensarci un secondo: le tasse che paghiamo, oltre a finanziare un genocidio a Gaza, finanzieranno il cinque per cento del prodotto interno lordo promesso alla NATO e i nostri risparmi riposano in banche che obbediscono alle liste nere del Tesoro americano.

Una pagina che mi ha colpita con particolare forza è quella in cui l’autore sospetta che la denuncia ripetuta senza conseguenze possa agire «in un senso insolito», servire cioè «ad addomesticare le reazioni di indignazione» e costituire «una preparazione psicologica a subire l’infelicità piuttosto che a catalizzare l’azione politica». Chi scrive di Gaza tutti i giorni, come faccio io, deve confrontarsi necessariamente con questa ipotesi, perché tocca il cuore stesso del testimoniare, e alla fine dobbiamo anche ammettere che le immagini che pubblichiamo possano facilmente trasformarsi in un allenamento collettivo alla sopportazione.

Contro la sofferenza, mostra il libro, uomini e donne costruiscono difese. Alcune sono individuali, come i «paraocchi volontari» di chi tiene la «testa bassa» per «comprare cioè l’innocenza a poco prezzo», mentre altre si costruiscono in gruppo e trovano nella virilità il loro collante. Nella fabbrica di automobili studiata dall’autore ciascuno pensa anzitutto a «reggere», e la frase che accompagna quel silenzio è la stessa che ripetiamo noi, «non si può fare nulla». Da queste difese discende l’impotenza di chi si oppone. Gli oppositori, si legge, vengono posti «di fronte all’inefficacia della loro protesta e della loro azione. Non tanto perché sono minoritari, ma in ragione della coerenza che lega il resto della popolazione alla banalizzazione del male». La nostra paralisi misura dunque la solidità delle difese altrui. Questo avviene molto prima dell’esercizio della forza del potere.

Il caso di Autistici/Inventati ci mostra questa teoria al lavoro. Dopo la designazione americana, che ha colpito un’associazione italiana priva di qualsiasi pendenza penale, Banca Etica ha sospeso l’operatività del conto del collettivo per il rischio di «sanzioni secondarie», e nello stesso comunicato, il primo settembre, ha dichiarato di condannare «con forza l’utilizzo dell’inserimento nelle liste OFAC per finalità politiche»; il collettivo, rimasto senza risorse, ha annunciato la chiusura. La banca condanna la misura e tuttavia la esegue, e l’idea che il libro ripete come un ritornello trova la sua illustrazione più limpida. La macchina continua a dispiegare la sua forza in quanto acconsentiamo a farla funzionare, «anche se ci ripugna. Anche se ci ripugna!». Raccontando quella chiusura, il 25 settembre, il manifesto ha scritto che la relatrice Albanese è «finita nello stesso ingranaggio».

Nel 1998 la «guerra economica» era una metafora, e il libro mostrava come i dirigenti la usassero per giustificare i licenziamenti con il vecchio adagio «à la guerre comme à la guerre». La metafora non ha più bisogno delle virgolette. All’Aia, il 25 giugno 2025, gli alleati della NATO si sono impegnati a portare la spesa militare al cinque per cento del prodotto interno lordo entro il 2035, e l’Unione europea ha battezzato Readiness 2030 un piano da ottocento miliardi. La presidente del Consiglio ha assicurato (per me era ironica): «Non distoglieremo neanche un euro dalle altre priorità», e intanto l’ISTAT contava in Italia cinque milioni e settecentomila persone in povertà assoluta, un milione e duecentottantamila delle quali minorenni.

In quel libro una riga separava il neoliberismo dal totalitarismo. Il primo, vi si legge, per ottenere la paura usa «ogni sorta di strumento d’intimidazione, ma non la violenza contro il corpo». Dieci anni più tardi, nella prefazione a una nuova edizione, l’autore tornava su quella riga con domande che il tempo ha preso alla lettera.

«Senza l’uso della forza si ottiene che la maggior parte di noi apporti il proprio concorso a un sistema che accresce le ineguaglianze e le ingiustizie e che infligge agli altri la sofferenza fino a provocare dei suicidi. Che cosa si potrebbe ottenere da noi, allora, se si iniziasse a ricorrere alla violenza? Se ci sbattessero in prigione per aver criticato il sistema? Se ci torturassero non appena provassimo a organizzare la resistenza? Se deportassero i nostri figli per impedirci di fuggire?»

Genova aveva risposto in anticipo e la Corte di Strasburgo ha scritto la parola tortura sotto quella risposta. Da allora la riga si è spostata ancora. A Pisa, il 23 febbraio 2024, la polizia caricò con i manganelli un corteo di studenti medi che manifestavano per la Palestina, e il presidente della Repubblica fece sapere al ministro dell’Interno che «con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento». L’11 aprile 2025 un decreto-legge, poi convertito, ha trasformato in reato il blocco stradale fatto con il proprio corpo, punito fino a due anni di carcere se a compierlo sono più persone riunite, e a Londra, il 6 settembre dello stesso anno, la polizia ha arrestato ottocentonovanta persone in un solo pomeriggio, quasi tutte per aver sostenuto con un cartello Palestine Action, un gruppo messo fuori legge come organizzazione terroristica. Il 2 ottobre la Camera comincerà a discutere il disegno di legge che adotta la definizione di antisemitismo dell’IHRA, già approvato dal Senato in marzo, e chi scrive di Palestina conosce già la lista delle parole destinate a diventare sospette.

Ciascuna di queste misure distribuisce paura in dosi calcolate, e la paura, ahinoi, si combatte con difese che finiscono per lavorare a favore di chi la distribuisce. Poe fa salvare il suo pescatore dopo che il terrore ha fatto il suo corso, ovvero quando finalmente rinuncia alla parte dell’eroe e comincia a guardare e a studiare.

L’ora della stanca

Nessuna organizzazione regge sulla sola obbedienza, perché «se tutti i lavoratori di una impresa si sforzassero di eseguire strettamente le consegne affidategli dai quadri, non si darebbe alcuna produzione», e la macchina vive dello zelo che vi aggiungiamo, dell’ingegno con cui ripariamo i suoi difetti. Il 20 maggio 2019 i portuali di Genova bloccarono le operazioni sulla Bahri Yanbu, una nave saudita carica di armamenti, e i generatori che avrebbero dovuto salire a bordo restarono sulla banchina. Alla fine di agosto del 2025, mentre la Global Sumud Flotilla preparava la partenza, uno di loro disse in piazza, «Se noi per soltanto venti minuti perdiamo il contatto con le nostre barche, con le nostre compagne e i nostri compagni, noi blocchiamo tutta l’Europa». Il 22 settembre e il 3 ottobre di quell’anno l’Italia conobbe due scioperi generali per Gaza, e per il secondo perfino il Viminale contò circa quattrocentomila persone in piazza, contro i due milioni rivendicati dalla CGIL.

Quel portuale somiglia al cilindro di Poe, un corpo che oppone al risucchio una resistenza superiore alla media, e il racconto, fortunatamente, ci impedisce di trarne una lezione edificante. Del resto anche il cilindro scende. Legato al suo barile, il pescatore sprofondò fino a metà della distanza fra il punto del salto e il fondo del gorgo, e si salvò perché nel frattempo il vortice si placò, e quando la schiuma e l’arcobaleno scomparvero si ritrovò a galla sotto la luna piena che tramontava. «Era l’ora della stanca», scrive Poe, il momento in cui la marea si volta e il gorgo si quieta. Il cilindro serviva a guadagnare tempo, e al gorgo lasciava la sua natura, che nella storia come nel mare conosce le sue stanche.

Poe premise al racconto una frase del filosofo e pastore anglicano Joseph Glanvill sulle opere di Dio, che «hanno in sé una profondità maggiore del pozzo di Democrito», il pozzo in fondo al quale, secondo la tradizione, il filosofo di Abdera aveva collocato la verità. Il sociologo esule e lo psicoanalista parigino, ciascuno a suo modo, insegnano a scendere in quel pozzo con gli occhi aperti, accettando che la paura sia il punto da cui si parte e che la speranza, quando serve soltanto a sopportare, vada lasciata sulla barca insieme al golfare. Lo sguardo che resta, sottratto al conforto, sa riconoscere nella parete che ruota la forma dei corpi che resistono.

Il pescatore delle Lofoten fu ripescato con i capelli bianchi, e i compagni di tutti i giorni che lo tirarono a bordo lo guardarono come avrebbero guardato un viaggiatore venuto dal mondo degli spiriti. Molti di noi, che a Genova avevamo i capelli neri, li abbiamo ormai del colore dei suoi, e quando proviamo a raccontare di una scuola dove un funzionario di polizia vide una macelleria messicana, o di una città dove nell’autunno del 2023 i genitori scrivevano con il pennarello i nomi sulle gambe dei figli perché qualcuno potesse riconoscerne i corpi dopo le bombe, incontriamo gli stessi sguardi che lo accolsero a bordo, quelli dei pescatori allegri che ascoltarono il suo racconto con un’incredulità divertita, nelle ore in cui il corpo del fratello, ancora aggrappato al suo golfare, riposava in fondo al Moskoe-ström.

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