Da: Lavinia Marchetti - https://laviniamarchetti.substack.com - Lavinia Marchetti - Lavinia Marchetti
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Sulla cima dell’Helseggen, la Nuvolosa, un uomo con i capelli bianchi si è disteso a riposare sull’orlo di un precipizio di roccia nera e lucida, con mezzo corpo proteso nel vuoto, e spiega al viaggiatore che ha accompagnato fin lassù di sembrare vecchio senza esserlo, perché «è bastato meno di un giorno a mutare questi capelli dal nero di giaietto al bianco». Edgar Allan Poe pubblicò la sua discesa nel Maelström nel maggio del 1841, su una rivista di Filadelfia, e la ambientò sulla costa della Norvegia, al sessantottesimo grado di latitudine, dove la marea, quando monta e quando cala, torce il mare fra l’isola di Moskoe e la terraferma in un gorgo che la gente del posto chiama Moskoe-ström. Tre anni prima, racconta il pescatore, lui e i suoi due fratelli rientravano dai banchi con il loro peschereccio quando un uragano li sorprese nell’ora sbagliata della marea. Il più giovane sparì insieme all’albero maestro, al quale si era legato per sentirsi al sicuro, e la corrente trascinò la barca verso l’orlo del gorgo.
Mentre si avvicinavano all’abisso, il fratello maggiore, impazzito di terrore, abbandonò il barile vuoto per l’acqua a cui si teneva a poppa e si avventò sull’anello di ferro dove si reggeva l’altro, cercando di strappargli le mani, perché l’anello era troppo piccolo per offrire a entrambi una presa sicura. L’altro glielo lasciò e andò a poppa, al barile. Poi accadde la cosa più strana del racconto.
«Può sembrare strano, ma ora che ci trovavamo proprio tra le fauci del gorgo mi sentivo più calmo di quando ci stavamo soltanto avvicinando. Avendo deciso di non sperare più, mi liberai di gran parte di quel terrore che all’inizio mi aveva snervato. Credo che fosse la disperazione a tendermi i nervi. [...] Dopo un poco fui preso dalla più acuta curiosità per il vortice stesso. Provavo davvero il desiderio di esplorarne le profondità, pur a costo del sacrificio che stavo per compiere, e il mio dolore più grande era che non avrei mai potuto raccontare ai miei vecchi compagni a terra i misteri che avrei visto».
La barca finì sospesa a metà di un imbuto immenso, dalle pareti lisce come l’ebano, sulle quali la luna piena, affacciata da uno squarcio fra le nubi, riversava una luce dorata fino ai recessi più profondi dell’abisso, e in fondo, sopra la nebbia sollevata dall’urto delle acque, pendeva «un magnifico arcobaleno, simile a quel ponte stretto e vacillante che i musulmani dicono essere l’unico passaggio tra il Tempo e l’Eternità».
Guardando i relitti che roteavano con la barca lungo la parete, il narratore si accorse che, fra due corpi della stessa grandezza, il cilindro veniva inghiottito più adagio, e più tardi, a salvezza avvenuta, un vecchio maestro di scuola del distretto gli avrebbe spiegato perché un cilindro che galleggia in un vortice «oppone maggiore resistenza al risucchio ed è trascinato giù con maggiore difficoltà di un corpo di pari volume e di qualsiasi altra forma». Prima di legarsi al barile cercò di far capire al fratello che cosa intendeva fare, indicandogli con i gesti i barili che galleggiavano accanto a loro, e il fratello «scosse la testa disperatamente e rifiutò di muoversi dal suo posto accanto al golfare». Poi si gettò in mare legato al barile, e dopo un’ora, forse, vide la barca compiere tre o quattro giri frenetici e precipitare nella schiuma portandosi dietro il fratello, una volta per tutte e per sempre.
Da un po’ di tempo penso spesso a quei due fratelli, perché credo incarnino alla perfezione due modi di stare dentro la storia che conosco bene, e che ho visto convivere nella stessa persona, a volte nello stesso giorno.