giovedì 22 giugno 2017

Prima di andare oltre, leggiamolo*- Marco Palazzotto


È una “grande costruzione letteraria”, piena di citazioni e battute di spirito? È “sociologia dell’Ottocento”? È teoria astratta? È un libro di storia? Il Capitale di Carlo Marx è un po’ tutte queste cose insieme e, soprattutto, 150 anni dopo la pubblicazione del Primo Libro, rimane il testo da cui partire per comprendere il presente e immaginare il futuro del capitalismo. Un contributo di Marco Palazzotto.

Quest’anno ricorrono i 150 anni della pubblicazione (1867) del Primo Libro del testo che avrebbe poi cambiato la storia del Novecento, ovvero la principale opera di Karl Marx: Das Kapital.
Dopo un secolo e mezzo dalla prima edizione tedesca, ci si chiede se un’opera che ha influenzato la politica mondiale del secolo scorso sia oggi ancora utile ad offrire strumenti di analisi a chi si pone come obiettivo la trasformazione della società in senso più egualitario.
Il Capitale, per il livello di astrazione utilizzato da Marx, non poteva fornire dei consigli politici pratici, mentre è parere consolidato che la teoria del testo più importante del filosofo di Treviri non abbia eguali, ancora oggi, quanto a capacità di comprensione e analisi del modo di produzione capitalistico. Molte delle teorie allora presentate possono essere ancora applicate all’interpretazione di svariati fenomeni sociali.
Parlo ad esempio della crisi quale elemento strutturale del capitalismo, o della scienza e l’automazione come cause di diminuzione del lavoro necessario, tendenza che crea una disoccupazione endemica, ma che allo stesso tempo deve creare le condizioni per l’accumulazione.
Questa tendenza del lavoro necessario (attività utile al lavoratore per riprodurre i suoi mezzi di sussistenza) verso l’azzeramento deve essere contrastata da controtendenze, per evitare il calo dei consumi legati al calo dei salari reali. Pertanto, si verificheranno delle crisi cicliche dovute alla presenza di queste tendenze opposte. E tutt’oggi le teorizzazioni marxiane della crisi dimostrano grande validità. 
Anche la teoria del valore affrontata nei primi capitoli del Capitale è fondamentale per capire la teoria della merce, ovvero la teoria dello sfruttamento e delle relazioni delle classi antagoniste nella produzione moderna. Teoria ancora più pregnante se consideriamo quanto il marginalismo – e le sue formulazioni aggiornate – sia incapace a spiegare i comportamenti degli operatori economici contemporanei. 
Chiaro anche che il Capitale non possa essere considerata un’opera esauriente ai fini dell’interpretazione del capitalismo attuale. Ma è anche vero che se si vuole capire il mondo presente bisogna partire da lì.
Purtroppo, nel ’900 italiano i filoni di ricerca che hanno tentato di sviluppare e aggiornare di volta in volta le teorie del Capitale sono via via scomparsi. Il Moro non è più un autore studiato in Italia (e sempre meno all’estero). Nelle facoltà di economia e scienze politiche viene relegato a qualche paginetta di storia del pensiero economico. Mentre nell’economia politica si fa spesso riferimento alle teorie “dominanti”, come i modelli neoclassici e neokeynesiani. L’uso che se ne fa oggi tra i filosofi italiani è invece riduttivo, e paradossalmente non tiene conto della critica dell’economia politica.
Ma la cosa che sorprende di più è che anche negli ambienti di sinistra radicale ormai non si legge più Marx, men che meno la sua opera principale. Probabilmente questa propensione un po’ è stata influenzata da tutto il pensiero post-gramsciano e dal cosiddetto “Italian Thought”, il secondo molto influente grazie alle intuizioni metafisiche di alcuni autori legati all’operaismo italiano. Oggi le attualizzazioni di quest’ultima teoria, spesso prive di contenuti empirici, vengono spesso richiamate in quel po’ che rimane della sinistra radicale.
L’interpretazione italiana del pensiero di Gramsci e dell’“Italian Thought” hanno di fatto eliminato dal discorso teorico il Capitale, ovvero l’unica opera matura che Marx abbia voluto pubblicare (e, di conseguenza, rispetto alla quale si sentisse sicuro) e l’unica che probabilmente possa considerarsi caratterizzata da un rigore tale da costituire la fondazione di una nuova scienza: la “critica dell’economia politica”. Il metodo scientifico marxiano pone al centro la struttura economica del suo tempo. Struttura nella quale si formano i rapporti tra gli uomini. Lo stesso Marx ci indica la sua concezione del metodo scientifico storico, come ad esempio nella prefazione a Per la critica dell'economia politica, dove scrive che:
"il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza".
Questo concetto, molte volte formulato, è ripreso in una nota del Libro I del Capitale, dove si afferma che la sola maniera scientifica di fare storia, ossia di veramente comprendere i fenomeni storici, è quella di metterli in rapporto preciso con la loro base economica. Ecco un altro brano di Marx:
Il Darwin ha diretto l'interesse sulla storia della tecnologia naturale, cioè sulla formazione degli organi vegetali e animali come strumenti di produzione della vita delle piante e degli animali. Non merita uguale attenzione la storia della formazione degli organi produttivi dell'uomo sociale, base materiale di ogni organizzazione sociale particolare? E non sarebbe più facile da fare, poiché, come dice il Vico, la storia dell'umanità si distingue dalla storia naturale per il fatto che noi abbiamo fatto l'una e non abbiamo fatto l'altra? La tecnologia svela il comportamento attivo dell'uomo verso la natura, l'immediato processo di produzione della sua vita, e con essi anche l'immediato processo di produzione dei suoi rapporti sociali vitali e delle idee dell'intelletto che ne scaturiscono. Neppure una storia delle religioni, in qualsiasi modo eseguita, che faccia astrazione da questa base materiale, è critica. Di fatto è molto più facile trovare mediante l'analisi il nocciolo terreno delle nebulose religiose, che, viceversa, 'dedurre' dai rapporti reali di vita, che di volta in volta si presentano, le loro forme incielate. Quest'ultimo è l'unico metodo materialistico e quindi scientifico. (…) [1]
Quindi l’insegnamento principale per capire le contraddizioni del sistema capitalistico, e trasformare tali contraddizioni in lotta di classe “efficace”, è lo studio delle teorie dominanti che regolano le società capitalistiche, quelle che Marx nel Capitale chiama teorie borghesi “scientifiche” e che differenzia dalle teorie volgari, meramente apologetiche.
La teoria giusta in merito al conflitto tra le classi si può ricercare solo indagando le teorie di volta in volta egemoni, cercando di trovarvi delle incongruenze, per utilizzarle infine a beneficio delle classi subalterne.
Durante il cosiddetto periodo “fordista”, l’operaio grazie alla sempre più forte integrazione produttiva nella grande fabbrica ha potuto infliggere duri colpi ai proprietari dei mezzi di produzione. I picchettaggi e gli scioperi organizzati al fine di interrompere la catena produttiva avevano l’effetto di arrestare il processo di accumulazione. L’operaio era cosciente di questo potere.
Oggi, in Italia sarebbe impossibile una strategia politica di tal fatta, dati i cambiamenti avvenuti durante gli ultimi trenta anni nel sistema produttivo. La crisi dei partiti e dei sindacati alternativi ha accentuato questo fenomeno di crisi di rappresentanza politica delle classi lavoratrici. Inoltre, una riorganizzazione delle forze che ricompattasse i blocchi antagonisti non è stata possibile anche per la risposta alla transnazionalizzazione delle catene produttive che è stata attuata durante la fase del neoliberismo. Tali eventi hanno creato una “centralizzazione senza concentrazione” e pertanto è stato difficile alle forze lavoratici anche solo ripensare una forma di organizzazione che mettesse in difficoltà il capitale.
A tutto ciò si aggiunge la crisi dei socialismi reali, che per decenni – soprattutto nel periodo della guerra fredda – hanno facilitato lo sviluppo di un welfare europeo che non ha eguali nella storia del nostro continente.
Le nuove teorizzazioni a sinistra non hanno contribuito al miglioramento della situazione: un sistema dottrinario basato su un’interpretazione del capitalismo moderno – il cosiddetto post-fordismo – della quale non sussistono dimostrazioni concrete e risultati empirici, non aiuta a trovare la strada giusta per una sinistra in continua crisi di identità.
I recenti fatti politici, come ad esempio la Brexit, o le elezioni di Trump negli USA, hanno decretato la fine (ammesso che ci sia mai stata così come declinato dai dissidenti no global e dalla scienza economica convenzionale) del fenomeno della globalizzazione. Una nuova politica protezionista si affaccia all’orizzonte (come dimostrato durante l’ultimo G7 a Taormina). Il TTIP ormai si è arenato, mentre sul TTP gli USA hanno chiesto una sospensione del trattato. Il ruolo degli Stati-nazione è sempre importante nella gestione politica della struttura produttiva e il mondo è sempre di più diviso in blocchi, come nel ’900. Quella dell’imperialismo come massima forma fenomenologica del capitalismo è una teoria ancora molto attuale.
I dati dimostrano che l’industria, anche in Italia, rimane il settore trainante (con i servizi all’industria connessi) e raggiunge i tassi di accumulazione più alti. La teoria del valore marxiana è lì che ci guarda con nostalgia. La tendenza è quella verso tassi di profitto e quindi di estrazione di plusvalore sempre elevati; abbiamo semmai assistito ad un cambio di posizione del settore della finanza nel circuito monetario della produzione capitalista. Da funzione redistributiva ha assunto sempre di più il compito di incidere indirettamente sull’intensità di lavoro e dunque sul processo di creazione di valore e plusvalore, grazie all’indebitamento delle famiglie [2].
I settori produttivi sono sempre più delocalizzati, ma con un centro di comando sempre più stretto: un decentramento produttivo tale da creare disorientamento e disorganizzazione nel mondo del lavoro.
Quale strategia politica di lotta, oggi, in una situazione di questo genere? Se di organizzazione dobbiamo parlare, questa si potrebbe attuare solo tramite un soggetto che abbia una visione di insieme generale e che riesca a entrare nei luoghi del conflitto. Un soggetto che riesca a ricompattare, organizzare, creare la cultura politica, rappresentando le istanze di massa.
Gramsci nei Quaderni rilevava quanto segue:
1) Un elemento diffuso, di uomini comuni, medi, la cui partecipazione è offerta dalla disciplina e dalla fedeltà, non dallo spirito creativo ed altamente organizzativo. Senza di essi il partito non esisterebbe, è vero, ma è anche vero che il partito non esisterebbe neanche “solamente” con essi. Essi sono una forza in quanto c’è chi li centralizza, organizza, disciplina, ma in assenza di questa forza coesiva si sparpaglierebbero e si annullerebbero in un pulviscolo impotente. Non si nega che ognuno di questi elementi possa diventare una delle forze coesive, ma di essi si parla appunto nel momento che non lo sono e non sono in condizioni di esserlo, o se lo sono lo sono solo in una cerchia ristretta, politicamente inefficiente e senza conseguenza. 2) L’elemento coesivo principale, che centralizza nel campo nazionale, che fa diventare efficiente e potente un insieme di forze che lasciate a sé conterebbero zero o poco più; questo elemento è dotato di forza altamente coesiva, centralizzatrice e disciplinatrice e anche (anzi forse per questo, inventiva, se si intende inventiva in una certa direzione, secondo certe linee di forza, certe prospettive, certe premesse anche): è anche vero che da solo questo elemento non formerebbe il partito, tuttavia lo formerebbe più che non il primo elemento considerato. Si parla di capitani senza esercito, ma in realtà è più facile formare un esercito che formare dei capitani. Tanto vero che un esercito [già esistente] è distrutto se vengono a mancare i capitani, mentre l’esistenza di un gruppo di capitani, non tarda a formare un esercito anche dove non esiste. 3) Un elemento medio, che articoli il primo col terzo elemento, che li metta a contatto, non solo “fisico” ma morale e intellettuale. [3]
Io credo che questa definizione sia ancora attuale e che oggi ci sia bisogno della “forza coesiva, centralizzatrice e disciplinatrice” di alcuni “capitani” che sappiano interpretare le esigenze e catalizzare le forze delle masse di lavoratori, lavoratrici, disoccupati e disoccupate attraverso la giusta lettura e analisi delle contraddizioni attuali del sistema economico. Io credo che queste forme di mediazione politica siano necessarie per evitare la situazione di sparpagliamento e annullamento nel “pulviscolo impotente” in cui si trovano le forze lavoratrici.
Oggi però viviamo una situazione differente rispetto agli anni della guerra fredda e del miracolo economico in cui la soggettività politica era rappresentata dal ruolo dei partiti e dei sindacati. La crisi di entrambi i soggetti, crisi dovuta a molti fattori, è legata non solo al differente rapporto geopolitico, ma anche ad una trasformazione dell’apparato industriale e finanziario che ha costretto i pochi partiti e sindacati legati alla tradizione del movimento operaio a non capire dove stesse andando il capitalismo.
Va sicuramente rilevato che soprattutto in Italia e in Occidente non si può pensare che le contraddizioni più importanti siano tutte dentro la grande fabbrica come nell’assetto fordista, ma non bisogna neanche credere alla favola che oggi la grande fabbrica non esista più o non esista più l’operaio manifatturiero. Semmai ci troviamo di fronte ad uno spezzettamento della catena produttiva, e quindi del valore, con concentrazioni sempre più frequenti verso luoghi lontani dal centro produttivo occidentale. Dove può incidere allora il lavoratore, soprattutto in Italia e in Occidente, affinché possa interrompersi il processo di accumulazione cercando di volgere a proprio vantaggio il conflitto, se l’Italia vede una tendenza alla deindustrializzazione come in altre parti dell’Occidente?
Delle esperienze positive si hanno in Italia, ad esempio, nelle vertenze sindacali nel settore della logistica. Settore ricco di rigidità e contraddizioni come lo era il manifatturiero negli anni postbellici. E di nuovo ritorna la teoria del Capitale, che ci può offrire un’analisi utile a produrre strumenti per la lotta contro lo sfruttamento del lavoro. Infatti, dal secondo libro del Capitale sappiamo che il processo di valorizzazione attraverso creazione di profitto non dipende solo dallo sfruttamento del lavoro (libro primo), ma dipende anche dalla circolazione del capitale, ovvero il numero di volte in cui il ciclo D-M-D’ si compie. Più volte si compie il ciclo (efficienza del lavoratore) più profitti si realizzeranno in un determinato periodo. I settori che influiscono sulla circolazione come logistica (più veloce il percorso della merce da produttore a consumatore) e servizi finanziari (più velocemente il denaro investito dal capitalismo ritorna sotto forma di pagamenti – D’). Ecco perché la catena di montaggio (spezzettata in termini geografici e contrattuali) non è più il luogo adatto alle lotte nel capitalismo moderno (un’interessante analisi del suddetto fenomeno la si può trovare nel libro Tempesta Perfetta, curato dalla Campagna Noi Restiamo – Odradek 2016).
Per concludere, ritorniamo alla domanda iniziale, ovvero quanto può essere utile oggi un’opera di 150 anni fa. Se si vogliono attuare delle buone pratiche quotidiane nel senso di trasformazione della società si deve seguire il sentiero del Marx del Capitale, ovvero per capire come funziona il modo di produzione presente; come diceva un mio caro amico attivista nei quartieri degradati di Palermo negli anni ’70, occorre studiare il nemico. E per batterlo occorre studiare la sua teoria, per poi presentarne una nuova che sappia creare una società differentemente funzionante. Insomma, una scienza sociale degna di questo nome non può esimersi da una “critica dell’economia politica” del presente.

Note
1. Karl Marx, Il Capitale, Libro I, nota, in http://www.marx-karl.com/jmla/en/news/378-il-corretto-metodo-scientifico-di-analisi.html
2. Marco Veronese Passarella in Augusto Graziani tra Keynes e Marx:http://www.marcopassarella.it/wp-content/uploads/Omaggio-a-Graziani.pdf
3. Quaderni 1933-34, Gerratana 1975, Einaudi




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